7 dicembre 2014

Oltre i luoghi comuni sulle donne vittime di violenza

di TK Brambilla

È appena passato il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e proprio in questa occasione Angela Azzaro, Anna Paola Concia e Eretica, in un articolo di cui sono coautrici, hanno posto al centro della discussione l’uso strumentale della donna vittima di violenza maschile. Capisco il rischio di semplificazione e strumentalizzazione che la ritualità di questi eventi porta con sé ma più forte ancora mi appare il rischio di cedere alla tentazione della rimozione.

Alla dicotomia vittima/strega non si può rispondere proponendone una nuova, che mette in concorrenza la donna debole con la donna forte.

Sono convinta che sia importante non perdere di vista i guadagni ottenuti dalla politica delle donne e mostrare le eccellenze femminili, perché autorizzino le donne e soprattutto le giovani donne a desiderare e realizzare quella eccellenza.

Ma, come ricorda Luisa Muraro nella sua riflessione che apre l’incontro “Stiamo tornando al vittimismo?”, le donne vittime della violenza maschile esistono e sono tra noi, vicinissime. Nonostante la negazione e rimozione da cui siamo tentate, per farne figure sbiadite magari abbandonate al vittimismo, lontane da noi, donne forti e liberate. Ed è questa una mistificazione che la semplificatrice costruzione della donna forte contrapposta alla donna debole porta con sé. I centri antiviolenza ci raccontano infatti che vittime di violenza maschile tra le mura domestiche sono anche donne che potremmo chiamare “vincenti”, donne che hanno studiato, che occupano posti di lavoro di rilievo, donne che si muovono nel mondo con coraggio. E magari è proprio questo loro volere essere libere a scatenare la violenza degli uomini che non accettano la libertà femminile. Sappiamo infatti che il momento di maggiore rischio per le donne è proprio quando decidono di andare via. A scatenare la peggiore violenza è la forza di quelle donne, non la loro presunta debolezza.

L’ingiustizia esiste, le donne ne sono vittime in tutto il mondo e non è occultandola che si dà risposta alla richiesta di giustizia. Una donna vittima di violenza maschile che si mostra, che rifiuta la vergogna che su di lei ha da sempre gravato e esce dal silenzio, non mostra la miseria femminile ma quella maschile. Non voglio quindi dirle di farsi da parte perché la sua immagine indebolisce la mia. Le riconosco grande forza e coraggio perché si mostra per giudicare e non per essere, ancora e ancora, giudicata. È da qui che inizia la risposta alla richiesta di giustizia.

In questa direzione ho trovato particolarmente illuminante “L’enigma della donna maltrattata” di Clara Jourdan, che si spinge ancora oltre, riprendendo un controverso capitolo del libro di María Milagros Rivera Garretas, Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo, per riconoscere come movente del comportamento della donna maltrattata che non denuncia, un di più femminile, l’amore e la predilezione, storicamente determinata, per la relazione. Un riconoscimento che, restando sul piano del simbolico, prescinde dall’esito di quel comportamento e quindi dal giudizio su quel comportamento, che compete al piano dell’etica. È chiaro quindi che non si stabilisce che sia giusto rimanere con l’uomo che maltratta ma semplicemente si restituisce dignità a chi, come ha ricordato Luisa Muraro, ha patito e patisce perché ha amato o cercato di amare.

Naturalmente ci sono anche i condizionamenti culturali, sociali e economici, la paura, la perdita di autostima e l’isolamento determinati dalla violenza. Occorre però guardare a cosa c’è prima di questo: non debolezza e miseria ma grandezza femminile.

È un passaggio che a me sta particolarmente a cuore perché io credo che alle donne non è la forza che manca, quello di cui invece abbiamo bisogno è imparare ad amarci di più.

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