15 settembre 2018

Parlare bene degli uomini? Seconda puntata: alleanza o capovolgimento?

Introduzione di Massimo Lizzi

La domanda della seconda puntata sul Parlar bene degli uomini? è se ci sono segni di una futura alleanza uomini-donne oppure se prevale negli uomini il timore, nella donne la voglia della rivincita (nella prima puntata abbiamo usato la parola capovolgimento).

Cosa accade oggi nel rapporto tra i sessi? Due questioni in particolare mi interessano.

Una l’ha spiegata Giordana Masotto alla redazione allargata di #VD3 del 14 maggio 2017: le donne non garantiscono più i legami agli uomini. Mi ha fatto ripensare a un mio amico di gioventù lasciato dalla sua fidanzata; fece con me, suo confidente, la conversazione classica per elaborare il lutto della separazione: mi disse che lui aveva sempre considerato possibile la rottura della relazione con la sua ragazza, si sentiva perennemente pronto e preparato alla sofferenza della fine: solo non aveva previsto che la fine l’avrebbe decisa lei. Perciò, si sentiva proprio in crisi. Io stesso, nelle mie storie, che sapevo potevano finire, ho vissuto questa dolorosa sorpresa quando è stata lei a farle finire. Un’inchiesta della rivista Internazionale ha raccontato la forza competitiva delle single in Usa, la maggioranza delle donne americane in ascesa nell’istruzione, nel lavoro, nella carriera. Linda Laura Sabbadini, già responsabile del dipartimento ambiente e società dell’Istat, ha mostrato come la disparità in Italia quasi non riguardi le donne single, coinvolga di più le donne sposate e ancora di più le donne con figli. Per essere competitive, dunque, meglio non avere legami familiari. Se questa è la tendenza, la posizione delle donne può rafforzarsi tanto nelle relazioni pubbliche, quanto nelle relazioni private, perché noi uomini scopriamo di non poter più dare per scontata la disponibilità femminile a privilegiare il legame a scapito del compito; il di più femminile nell’amore per la relazione, di cui parla Milagros Rivera, sembra ormai una risorsa in esaurimento.

La seconda questione riguarda la stima degli uomini. Se oggi non c’è più nei confronti del mondo maschile una critica a tutto campo, teorica, politica, rivoluzionaria; c’è però un atteggiamento critico consuetudinario, generalizzato che identifica il maschio con tare, vizi e difetti: violenza, aggressività, arroganza, volgarità, stupidità, viltà, egoismo, narcisismo. Da parte degli uomini manca l’amor proprio di una reazione per difendersi e rilanciarsi. La difesa arriva – giusto per aggravare la situazione – da fonti screditate: i fogli della destra che interpretano il maschilismo e i gruppi misogini antifemministi, che teorizzano l’esistenza del male-bashing (il pestaggio morale del maschio) di cui incolpano le femministe, ree di aver sostituito nel mondo la misoginia con la misandria e di aver convinto molti uomini ad essere misandri per potersi considerare evoluti.

Oltre l’influenza del femminismo, credo gli uomini abbiano motivi propri per non difendersi. Se la cattiva stima degli uomini erode la nostra autorità, al momento non limita la nostra libertà, forse addirittura ci concede maggiori licenze di comportamento: poiché siamo fatti così, così ci comportiamo; molti leader emergenti, nel modo di esternare, smentirsi, agire, vestire (o non vestire), rivendicare doppie e triple morali sembrano non avere mai alcuna paura di fare brutta figura. Dato che non siamo ciechi, vediamo che le cattive identificazioni del maschile hanno un fondamento di fatto e noi stessi ne siamo spesso vittime: un’indagine Istat mostra come vittime di molestie sul lavoro nel corso della loro vita siano quasi 9 milioni di donne e più di tre milioni e mezzo di uomini; per entrambi, il molestatore è quasi sempre un uomo. Gli stessi uomini, dunque, hanno da temere molto di più la violenza maschile che non l’identificazione del maschile con la violenza. Peraltro, gli uomini in genere si identificano debolmente con l’essere maschi, non hanno un forte senso di appartenenza sessuale, se sentono parlare male dei maschi reagiscono come gli italiani che sentono parlar male degli italiani, non si offendono, semmai rincarano la dose. Di fatto nella rappresentazione pubblica succede questo: dato un gruppo o una serie di uomini, l’uomo più controverso e negativo si guadagna il titolo di maschio. Abbiamo avuto tutti i presidenti del consiglio uomini: il maschio è Silvio Berlusconi. Gli Stati Uniti hanno avuto tutti i capi di stato uomini: il maschio è Donald Trump. Anche rispetto ai loro colleghi leader contemporanei, i maschi sono questi: uomini che mettono in piazza un sessismo sfacciato nel rapporto con le donne, oppure, come nel caso dei nuovi leader nazionalisti, uomini che affrontano problemi complessi con una ostentata ed ottusa postura muscolare.

In questa condizione, è difficile per un uomo rappresentarsi una differenza maschile in positivo; gli mancano i riferimenti. Anche quando pensa di trovarli, non può prescindere dal confronto con le donne e dalla loro approvazione, le stesse che lo sollecitano a rendersi conto della sua parzialità e a dargli un senso. Se vagheggio che il mio senso di essere uomo è proteggere le donne, le donne cosa ne pensano? Non ci stanno, non ci credono, non me lo confermano. Allora, a cosa serve che decida il mio senso di essere uomo? Al limite, posso ricevere dalle donne una serie di opzioni, quindi scegliere quella che meglio mi corrisponde. Luisa Muraro, nelle tre lezioni sulla differenza sessuale, afferma che le donne sanno sempre la differenza, cioè vivono la differenza: sono le donne a dover portare il segno della differenza, ad essere “diverse da” (dire che questo vale al viceversa per gli uomini è fare della falsa simmetria). Se come dice Nadia Fusini siamo fatti di una ibridazione di corpo e mente, io mi identifico con la mente; un’identificazione coltivata fin da piccolo, quando mi veniva detto: non è importante essere bello, alto, forte, ma è importante essere colto, intelligente, saper leggere, scrivere, parlare, pensare; importanti sono le attività intellettuali. D’altra parte, il corpo sessuato maschile è meno significativo di quello femminile: non generiamo la vita, non diamo nutrimento, siamo meno gradevoli e aggraziati, non abbiamo qualità corporee tali da volerci radicare nel nostro corpo. Possiamo essere forti e prestanti, magari se ci alleniamo ad esserlo, ma questo cosa ci serve in fondo? Portata all’estremo questa forza è il contrario del potere di dare la vita, è il potere di dare la morte. Se noi siamo la nostra mente, siamo sempre portati a trascendere da noi stessi, a finire nel neutro, nell’astratto, nell’universale; anche questo ci ostacola nell’essere consapevoli della nostra differenza.

Ho provato a chiedere ad amiche e amici virtuali cosa salverebbero della maschilità. Ho ricevuto decine di risposte. Chi ha detto la semplicità, la linearità, chi il coraggio, quello temerario, che rischia di morire per salvare altri. Un pregio o l’aspetto pregevole del difetto di dare poco valore alla vita, anche alla propria, tanto da saperla mettere a repentaglio. Alcune donne hanno dato risposte il cui senso traduco così: ciò che vogliamo salvare degli uomini è il loro essere sessualmente attraenti. Questo mi ha fatto pensare. Dato che le donne sono molto aderenti alla propria esperienza, quando parlano degli uomini immagino si riferiscano agli uomini della loro vita: padri, fratelli, figli, mariti, fidanzati, amanti. E anche agli uomini oggetto del loro desiderio. Ma poiché, donne e uomini, siamo ormai mescolati in ogni ambito della società, le donne entrano in contatto con tanti uomini che non sono né parenti, né attraenti. Che spazio hanno questi uomini nella mente delle donne? Non sono essi una presenza superflua, potenzialmente inopportuna e molesta? Non sarebbe meglio fossero esseri neutri e asessuati? Quando noi maschi ci neutralizziamo non creiamo una condizione più favorevole alla convivenza? Da ragazzo ero innamorato di una mia cara amica. Mi ospitava, mi dava da mangiare, le guardavo la bambina quando ne aveva bisogno, eravamo molto solidali, facevamo molte cose insieme, lavoro, studi, politica. Pensavo, avremmo potuto anche amoreggiare. Ma lei mi disse che non poteva, perché non mi vedeva come uomo, mi vedeva come un essere asessuato. In effetti, l’uomo non desiderato da una donna, perché dovrebbe essere visto da lei come uomo? Fuori dal desiderio, lei non lo neutralizza?

Superflua è pure la presenza degli uomini nel movimento delle donne. Simile alla presenza delle donne nel mondo maschile della produzione. Se vogliamo, possiamo, ma non siamo necessari e non ci è richiesto: non è vero che le donne per vincere hanno bisogno dell’alleanza di una parte degli uomini; è più vero che quando le donne stanno per vincere, una parte degli uomini si presenta come alleato. Arrivato alla Libreria delle donne di Milano, mi sono posto il problema di come starci. La femminista che mi ha introdotto, Sara Gandini, mi diceva: Mantieni una postura umile: di ascolto, come si sta di fronte a qualcuno a cui si riconosce autorità e di cui si sa poco. A me interessa quando tu sai nominare le tue difficoltà, ma spesso sei sulla difensiva e io non sono interessata a uomini che dicono solo ciò che è corretto. Perché solo partendo dall’oscuro si può andare avanti col pensiero. Anche se può far sorridere sentirla rivolta all’individuo, la richiesta di Sara (a lui di essere umile) è sensata – dirà Luisa Muraro – è sensato chiedere agli uomini di diventare consapevoli della loro prevaricante storia patriarcale e di dovere farsela perdonare. E io sono d’accordo. Quello che mi preme evidenziare è che una tale richiesta non è propriamente la base di un’alleanza, a meno che non si tratti dell’alleanza dopo l’otto settembre; una cosa che tiene insieme alleanza e capovolgimento.

Quando pensiamo alle alleanze tra donne e uomini, per ciascuna che ne nominiamo, possiamo vederne almeno un’altra di segno contrario. Nel #metoo vediamo uomini che si dissociano e si alleano alle donne che rompono il silenzio, come vediamo il manifesto delle attrici francesi alleate della libertà maschile di importunare. I media italiani danno una rappresentazione distorta del dibattito sul #metoo, in modo che la divisione sembri principalmente tra le donne; è falso: è soprattutto tra gli uomini. Tuttavia, esistono entrambe le alleanze pro e contro il rapporto sesso-potere. Per l’educazione dei figli, alleati delle madri sono i nuovi padri; ma ci sono pure i padri separati sostenuti dalle nuove compagne contro la ex-moglie, per toglierle i figli, o per risparmiare l’assegno di mantenimento. Avanza poi la strana alleanza tra le donne, alcune femministe, che temono gli stranieri perché in maggioranza maschi e quegli uomini che vogliono proteggere le nostre donne dagli stranieri. Perciò, quale alleanza, di che segno? Quella che interessa noi è l’alleanza che fa avanzare l’autorità e la libertà femminile, per far circolare ed aumentare l’autorità e la libertà di tutti. Un’alleanza nella quale gli uomini sono e saranno secondi; in questo senso l’alleanza sarà anche un capovolgimento, il quale potrà realizzarsi in una società dominata dal valore della competizione, dove le donne mostreranno di saper competere meglio degli uomini; e allora per gli uomini potrà esserci il timore e per le donne la voglia della rivincita. Oppure, il capovolgimento trasformerà il mondo in direzione del valore della cooperazione. E allora il primato delle donne potrà essere più chiaramente vantaggioso e valorizzante per gli stessi uomini. In ogni caso, entrambe le prospettive a me sembrano molto meglio di quello che c’è stato finora.

(www.libreriadelledonne.it, 15 settembre 2018)

Print Friendly, PDF & Email