30 maggio 2018
#VD3

Parlare creativo

Qual è il nesso tra il “parlar bene delle donne” e la creatività di pensiero e di azione? E perché “parlare bene delle donne” nell’accezione data da Zamboni nella riunione di Via Dogana 3 del 13 maggio – una posizione presa a priori come postura […] un tempo di sospensione dall’accettazione o rifiuti immediati – è ciò che consente un approccio creativo ai problemi, alla ricerca delle risposte possibili e in una certa misura anche alla soluzione dei conflitti?

Queste due domande hanno percorso per qualche aspetto la riunione di Via Dogana 3 e qui vorrei ritornarci.

È mia convinzione che, più che un nesso, ci sia addirittura una sovrapposizione: la postura del “parlar bene” è la stessa che è necessaria per dare spazio alla creatività. Si tratta però di intendersi sul termine creatività, troppo spesso identificata con attività effimere, bizzarre, modaiole, talvolta screditate o screditabili (es. la finanza creativa!). Oppure con un imperscrutabile dono divino riservato a pochi eletti.

La creatività di cui parlo è uno stile di pensiero, una forma mentis che orienta alla trasformazione e al cambiamento in meglio rispetto all’esistente.

Fra tutte le definizioni di creatività che girano la più bella e la più convincente, non solo per me, è quella data da Henri Poincaré, matematico-fisico-astronomo-filosofo della scienza, vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Per Poincaré «creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove che siano utili». Cioè, nessuno crea dal nulla. Si parte da elementi esistenti (idee, concetti, fatti, dati di realtà, saperi) per generare connessioni e conclusioni nuove. Non basta tuttavia che ci sia “novità”. La novità deve essere “utile”. E io aggiungo, a scanso fraintendimenti, utile all’umanità.

Cosa caratterizza la forma mentis creativa? Ecco, è qui che trovo la perfetta corrispondenza con il “parlare bene delle donne”. Questa forma mentis presuppone apertura, richiede di abbandonare le risposte standard, le prime che ci vengono in mente a partire dalle nostre credenze, convinzioni, informazioni. Per dirla con Edgard Morin, «Si tratta di sostituire un pensiero che separa e riduce con un pensiero che distingue e che collega».

È il “passo indietro” di cui parla Zamboni.

È “una postura”: quella posseduta dai bambini (finché sono molto piccoli, quando fanno mille domande e si pongono tanti perché) e da tutte le innovatrici e gli innovatori che ci sono state/i nella storia. Potenzialmente posseduta da tutte/tutti e, specialmente, dalle donne che trovano continuamente risposte non necessariamente eclatanti ma certamente creative ai mille problemi quotidiani. Ugualmente, però, non è una postura facile, non è detto che sgorghi spontaneamente: siamo troppo abituate a visioni manichee, a contrapporre giusto-sbagliato, bello-brutto, bianco-nero, specie quando all’ordine del giorno ci sono i grandi temi che più ci coinvolgono.

È per questo che si afferma, e io lo condivido, che questa postura si può anche apprendere o incrementare.

Nella pratica creativa, per allenarsi a fare questo passo indietro, per favorire la capacità di scoprire nuovi nessi e accogliere nuovi punti di vista senza restare chiusi nelle proprie gabbie mentali, si richiede di sospendere il giudizio.

La sospensione del giudizio è un passaggio, un darsi il tempo di capire e immaginare prima di passare alla valutazione (valutazione, non giudizio!) e all’azione. È in questo tempo “di sospensione” che la mente riesce ad allontanarsi dal già detto, dal “si è sempre fatto così”, dalle risposte scontate. E si aprono strade nuove.

Io interpreto in questo modo anche l’atto creativo che ha dato vita al movimento femminista delle origini. Con un gesto concreto – la separazione dai maschi – molte donne si sono prese il tempo e lo spazio per fare un passo indietro rispetto a educazione, saperi trasmessi e convinzioni interiorizzate. E abbiamo cominciato a farci delle domande (perché questi nostri disagi? cosa vuol dire essere una donna?) e a scoprire che la posizione in cui ci siamo trovate con la nascita non è l’unica possibile, che da millenni sulla differenza sessuale è stato edificato l’ordine patriarcale, che questo ordinamento ha sancito la nostra secolare inferiorizzazione. E che tutto questo non è immutabile.

Per quel che mi riguarda la sospensione del giudizio, in questo caso, si è configurata come un atto di pulizia mentale rispetto ai filtri percettivi, culturali e simbolici che fino ad allora avevano operato in me. E, parafrasando Chiara Zamboni «ho fatto silenzio dentro di me per riorientarmi».

L’espressione “sospensione del giudizio”, nella discussione che ha fatto seguito alla riunione di Via Dogana 3 sul “parlar bene delle donne”, non è stata da tutte accettata. Forse fa pensare a una capitolazione, a una rinuncia o a un’autocensura. Per come la intendo io – e per come agisce nei processi creativi – significa autorizzarsi a fare come fanno i bambini che, di fronte a un oggetto, se lo girano tra le mani, lo guardano, lo toccano, lo annusano per capire cos’è, come e fatto. È autorizzarsi a esplorare e a guardare il paesaggio da più punti di vista.

È esattamente quello che Vita Cosentino afferma nel suo articolo Il bandolo della matassa (curiosamente contestando l’espressione “sospensione del giudizio”). Vita dice: «Alcune hanno interpretato come sospensione del giudizio quello che ha detto Chiara Zamboni nella sua introduzione quando ha affermato che “c’è una disposizione di apertura al mondo che viene logicamente prima dei giudizi positivi e negativi sulla realtà”. Io dissento da quella interpretazione, perché per me l’accento va posto su quel “prima” che è una postura da prendere e che cambia lo sguardo sulla realtà».

La sospensione del giudizio, a mio parere, si situa proprio in questo “prima” ed è ciò che consente di cambiare lo sguardo sulla realtà.

 

Mi viene in mente a questo proposito l’esercizio mentale di sospensione del giudizio che ho dovuto fare al momento dell’elezione della Presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. Come trattenermi dal lanciare – ad es. sulla mia pagina Facebook – frasi screditanti o previsioni catastrofiche conoscendo il suo background berlusconiano e, peggio di tutto, la sua difesa della “nipote di Mubarak”? Ho resistito. Mi sono detta «Aspetta Silvia, magari nella nuova posizione succede qualcosa di diverso».

Se non vedrò qualcosa di diverso non mancherò di fare le mie valutazioni. Ma non credo di aver sbagliato, come primo passo, a starmene in silenzio.

Penso che così facendo, se dovrò esprimere una valutazione critica, non sarà di contrapposizione precostituita, ma sarà precisa e circostanziata. Indirizzata al comportamento, non alla persona.

 

Silvia Motta

(Via Dogana 3, 30 maggio 2018)

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