13 febbraio 2018
#VD3

Per Ida Dominijanni

di Margherita Morgantin

 

Dopo la riunione di Via Dogana del 14 gennaio ho letto il libro di Ida Dominijanni (Il trucco, Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse 2014), e mi ha riportato alle sensazioni provate durante il ventennio del regime mediatico berlusconiano: alla paura che ho provato, al senso di umiliazione, di pressione psicologica e sessuale, alla rabbia e al senso di vergogna nebulizzato intorno agli abusi verbali; alla sensazione di essere spiate, a quella di essere minacciate; questo amplificato dal senso di isolamento e del dovercela fare da sola. Il libro di Ida mi ha fatto riguardare la memoria di me, parallelamente alla sua narrazione giornalistica e filosofica.

 

La mia coscienza rispetto alla politica ufficiale inizia nel 1978 durante il caso Moro, ho 7 anni allora: sento la paura, il mio istinto è con le Brigate Rosse; lui mi fa pena fotografato con i giornali addosso per leggere la data; ricordo le lettere di Noretta; spero tantissimo che lo rimandino a casa, finché viene ritrovato nel bagagliaio di un’auto.

 

Poi avevo letto tutti i libri sui brigatisti, La notte della Repubblica, Il caso Moro, e tutta la letteratura che man mano veniva pubblicata sull’argomento: avevo scritto il progetto per un’intervista a Mario Moretti (di cui conservo ancora le domande ingenue che non ho mai provato a fargli).

La retorica statale sulla famiglia per me era finita, e anche quella sulle Brigate Rosse, lo smarrimento politico che è seguito si è tradotto in una forma di sfiducia verso il governo e verso il linguaggio dei politici, ma anche nella possiblità di impegno sociale, o di discorso collettivo. L’ironia ha preso il campo in me, la resistenza, la politica e il linguaggio si sono confinate nella ricerca artistica individuale.

 

Nel 1998 ho realizzato ed esposto questo lavoro: una foto e due oggetti (che compaiono nella foto).

È un autoritratto, gli oggetti sono tazze di ceramica con due immagini, stampate da me, del rapimento di Aldo Moro. Il lavoro si intitola: venderne 1 per venderne 100. E in un luogo solo intuito del pensiero volevo tenere assieme quella vicenda politica, il sistema consumistico capitalista che seguiva, la memoria personale, e una risata.

Nel Trucco Ida D. dice, (anche guardando al film di Bellocchio, Buongiorno, notte del 2004) che Aldo Moro è stato l’ultimo padre della prima Repubblica, che morì in quel momento:

“Morì assieme al doppio corpo del re, privato dall’aura sacrale e riportato alla finitezza di un cadavere abbandonato nel cofano di un’ auto come un bagaglio inutile. E morì assieme al padre edipico, ucciso non dal rito simbolico della congiura fraterna ma da un omicidio reale che resterà privo di elaborazione nell’inconscio politico nazionale (…) Niente più padri, dopo, nella scena politica italiana, niente più genealogie paterne”. Fine del patriarcato quindi come collasso di un dispositivo simbolico, nella logica della psicanalisi lacaniana detto “dell’evaporazione del padre” che indica il “passaggio da un ordine socio-simbolico basato sulla dialettica fra desiderio e legge a un disordine basato sull’imperativo del godimento”.

 

Oggi l’effetto della narrazione storica di Dominijanni è liberatorio e insieme stabilizzante: è convincente e tiene insieme in una visione complessa la ricostruzione dei fatti di cronaca, il dibattito sui media (in cui è stata immersa per tutto il tempo), gli strumenti della psicanalisi per smontare la logica della filosofia dominante, e la filosofia della differenza sessuale che non è solo una teoria a partire dal femminismo, ma un modo diverso di pensare e di guardare il reale da parte delle donne (molte, e di alcuni alleati) e per capire il passato con più chiarezza e meno ironia.

 

In quegli anni la pressione mediatica lavorava sul consenso attraverso la depressione sensoriale, e non ostante la retorica fosse quella del divertimento, del successo e del consumo, si trattava di un godimento omologato e guidato da un mercato, un consumo a catalogo per soggetti resi simili e venduto come forma di libertà, mentre gli ingredienti della libertà venivano eliminati di nascosto o trasformati dal linguaggio: l’espressione torsione semantica della parola libertà è magnifica (sempre nel libro di Ida D.).

Eliminata la televisione di casa, per un lungo periodo avevo smesso di leggere notizie e quotidiani, il mio modo di parlare assomigliava sempre di più a un codice, la reticenza era un esercizio personale per organizzare una resistenza senza alleati chiari, e un esercizio di stile per rendere più incisive le parole dette e no, oltre che la conseguenza della linea tratteggiata che è in me.

Negli anni successivi ho cercato le voci delle femministe a Milano e nei libri, e la mia coscienza si è sviluppata: nuovo linguaggio, nuove istruzioni per schivare il pericolo, zone di pensiero nebbiose e preintuite diventavano paesaggi abitati e condivisi/ibili.

 

Questo per dire la mia ammirazione per la chiarezza e la fiducia di chi ha parlato durante il regime televisivo con interlocutori e interlocutrici politicamente e filosoficamente cangianti, (ad un certo punto non si capiva più nulla, chi era chi e chi portava il paese e l’immaginario verso cosa), mi piace pensare che l’energia del mio silenzio fosse già con lei in qualche forma.

 

 

(Via Dogana 3, 13 febbraio 2018)

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