17 luglio 2017
#VD3

Perché accontentarsi di metafore?

Giordana Masotto

 

Perché accontentarsi di metafore quando abbiamo a disposizione un simbolico potente? Questo ho pensato ascoltando le molte voci che si intrecciavano nell’incontro VD3 del 9 luglio. L’ispirazione mi viene, ovviamente, dal libro di Luisa Muraro L’anima del corpo. Il punto mi pare importante per orientarsi nei conflitti e nei confronti nati a partire da GPA e dintorni. L’affermazione di un simbolico non metaforico, che lei delinea in un apposito capitoletto, a ben guardare, è già chiaramente evocata nel titolo del libro perché, come lei spiega, quel simbolico è tale perché è radicato nel corpo.

E infatti quella affermazione, secondo me, dà corpo e radice a un punto di vista che fa chiarezza – perché non è eliminabile e non è confondibile – su tanti obiettivi che sono oggi portati in campo. Su tante confusioni.

L’idea di un simbolico non metaforico è, nel libro di Muraro, ancorata al corpo della madre, alla differenza che la donna può mettere in atto con la sua capacità di fare la gestazione, di portare alla nascita. E poi di dare materialità simbolica, non metaforica, anche alla gestione della creatura appena nata fino al momento in cui prende corpo una soggettività autonoma.

 

Il lavoro della madre, se noi andiamo davvero a vederne l’essenza simbolica, ci fornisce alcune discriminanti politiche molto forti e che vanno riaffermate con chiarezza, perché la posta in gioco è alta. Ciascuna/o può portare il dibattito laddove lo reputi necessario e laddove ci siano le condizioni per avere un confronto, ma è chiaro che portare delle discriminanti e ribadirle significa anche mostrare come la maternità nel suo fondamento politico simbolico sia un elemento chiave della libertà delle donne. Ed è per questo che c’è tanto casino nel mondo del femminismo. Perché secondo me fa chiarezza sia contro la parità sia contro il considerare le donne solo una categoria oppressa che liberandosi si neutralizza, consegnandosi a quella versione on demand degli esseri umani che oggi sembra prendere il sopravvento.

 

Abbiamo detto basta da tempo all’essere considerate oggetti del discorso. Ma non siamo stanche di essere percepite come aggettivi, o addirittura come avverbi? Non è arrivato il momento di prendersi lo spazio per vivere da sostantivi? Le donne non fanno le (stesse) cose meglio (sì lo so, le fanno anche meglio, ma non facciamoci confondere). Le donne sono diventate un soggetto inedito nella storia dell’umanità.

 

Il femminismo degli anni ’70 ha dato una svolta definitiva alla presenza delle donne nel mondo perché è partito dai corpi, dal sesso e lì deve restare radicato.

 

Per esempio, quel famoso slogan “L’utero è mio e lo gestisco io”, che non mi è mai piaciuto, non ha forza simbolica. Nasce dall’esigenza di ribadire che non siamo contenitori a disposizione, e va bene. Ma non riesce ad affermare in libertà la differenza di un corpo che può diventare due e da cui tutti e tutte nasciamo (almeno finché non ci sarà l’utero artificiale). Al contrario sembra volersi sottrarre a quella potenza simbolica, accontentandosi di reiterare a piacere il gesto procreativo. Un diritto individuale: l’utero è mio e lo gestisco io, per abortire nei ’70 e adesso per generare.

 

E così la libertà delle donne, invece di sovvertire un mondo a una dimensione, ritorna nel privato globalizzato, consumerizzato. Naturalmente questo non mette in discussione che è la donna che decide, né tanto meno vuole inchiodare la donna al destino materno (io stessa ho scelto di non percorrere quella strada e sono insofferente verso la stucchevole secolare metafora) o non vederne rischi e deviazioni. Oggi possiamo restare vicine al corpo materno senza paura di essere fagocitate. Penelope prende (anche) il largo e inventa nuove rotte (e Ina Praetorius sarebbe d’accordo).

 

Ma se io parto da qui, tante cose di cui si discute di questi tempi, diventano più chiare. Mi sembra che una barra me la dia.

 

Per esempio, cosa ha a che fare con una libertà delle donne che voglia cambiare il mondo, l’aspirazione, oggi di moda, a fare tutti famiglia, a essere riconosciuti come famiglia con tutti i suoi portati giuridici e sociali? Non mi ci ritrovo: io ho scelto di fare spazio nella mia vita a una relazione amorosa (con un uomo) e però mi sono sempre rifiutata di sposarmi perché sono di quella generazione – come diceva anche Luisa – che vuole una “unione libera riconosciuta dalla legge”. Adesso per avere una serie di garanzie potrei fare l’unione civile, che non è solo per omosessuali e lesbiche, ma non ci sto, perché sarebbe come “abbassarsi” al livello di voler essere famiglia. Io non ho mai voluto essere famiglia. Allora mi chiedo: se noi ripartiamo dalla potenza politico-simbolica della differenza materna, in questo senso ampio, non sarebbe possibile ripartire anche sul piano del diritto? La diade che fa da paradigma alle relazioni di dipendenza degli esseri umani non è forse quella formata da una donna che genera e dalla creatura che è generata? Cosa cambia se noi mettiamo così in discussione la base patriarcale del diritto? Ne parla Daniela Danna nel suo Contract Children citando il lavoro di Martha Fineman; ha ragionato in questa direzione anche il gruppo delle giuriste di Milano negli anni ’70/80. Varrebbe la pena di andare avanti.

 

E quindi, da questo punto di vista, che cosa vuol dire che il seme maschile va libero per il mondo? Sono d’accordo quando si dice che quel seme non crea un diritto di paternità, ma quello che sta accadendo è che forse anche gli uomini non pensano più di volerlo spargere in giro a destra e a manca. Perché, se io vado a ripensare le radici del venire al mondo e della convivenza umana, (questo riguarda il lavoro, nasciamo dipendenti e moriamo dipendenti, tutto il lavoro necessario per vivere, ecc) se riformulo la radicalità simbolica di quella relazione, allora magari anche gli uomini vogliono riposizionarsi e spargere in giro il seme senza controllo attenua la sua potenza simbolica patriarcale.

 

E infine, se riconosciamo la forza simbolica e non metaforica del corpo della donna, cosa ne è del rapporto sessuale penetrativo, che è poi quello generativo? Negli anni ’70 ne abbiamo parlato tanto e l’abbiamo messo allegramente in discussione, sperimentando altre forme di incontro sessuale. Forse sarebbe il momento di ribadire che con la penetrazione l’uomo non possiede e non conquista. Al contrario, si riconsegna al corpo femminile da cui ha avuto origine, e può farlo perché una donna gli dischiude questa possibilità.

 

(Via Dogana 3, 17 luglio 2017)

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