6 febbraio 2016
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Perché non si può dire che gli aggressori delle donne sono uomini?

di María-Milagros Rivera Garretas
Colonia, (Germania), Notte di Capodanno del 2015 – Un gruppo di un migliaio di uomini è appostato in un parco, vicino alla stazione, senza attirare l’attenzione di nessuno. Dal gruppo si separano a ondate brigate di uomini che aggrediscono le donne passanti. Stuprano, picchiano, umiliano, strappano loro i vestiti, feriscono, scippano, le vessano con un miscuglio di odio e disperazione, mix a cui ci siamo andate abituando nel tempo. Il fatto si ripete la stessa notte in altre città europee. La polizia non si era accorta di nulla e tanto meno aveva capito qualcosa. Così sino al mattino.
Pochi giorni dopo una donna, Milo Moiré, si posiziona nuda davanti alle porte della splendida cattedrale della città, con un cartello con scritto: «Respektiert uns! Wir sind kein Freiwild selbst wenn wir nackt sind!!!» («Non siamo “caccia libera” neppure quando siamo nude!!!»).
I media all’unisono, e pare (come gli aggressori) senza un’organizzazione previa, danno la terribile notizia tacendo che questi aggressori sono uomini, ma rimarcando, ancora una volta, che le aggredite sono donne. La testimonianza dei sensi vale per le une ma non per gli altri. Quasi tutti utilizzano, per dare la notizia, i due principali talismani di copertura della retorica informativa degli ultimi tempi: “lineamenti nordafricani” e “rifugiati”. Così l’attenzione di chi ascolta o legge ricade verso gli “immigrati”, e questa parola nasconde ancora di più l’evidenza dei fatti: gli aggressori sono uomini.
Inizialmente reagisco arrabbiandomi: «Devono dire la verità! Sono sempre uomini! Hanno già assassinato non so quante donne in Spagna, e l’anno è appena iniziato! Non possiamo rimanere in silenzio!».
Successivamente ricordo un brutto episodio vissuto due settimane prima. Bancone di un bar a metà mattinata. Io, una cameriera e una donna. Entra un uomo e chiede perentoriamente un caffè, senza nemmeno guardarsi attorno. La cameriera gli risponde, cordiale ma decisa: «Un momento signore, questa signora era prima di lei», e l’uomo si infuria, se ne va, torna indietro e la insulta gridandole: «Quello che dovrebbe fare è lavorare più in fretta!». La donna accanto a me commenta l’episodio con la tipica cautela femminile. Anch’io commento, anche se non dico, nonostante mi bruci sulla punta della lingua, «Sono sempre uomini!».
Perché mi reprimo? Sono una femminista scissa? Ho paura? Mi fermo a pensare e mi chiedo perché mi risulti indicibile l’evidenza della differenza sessuale. Perché se la nomini ricade sui corpi femminili la densità del piombo e tutti tacciono assumendo una faccia seria e inespressiva?
Stare di fronte a un indicibile vuole dire (penso) essere di fronte a qualcosa di nuovo e di insopportabile. In questo caso significa stare di fronte a una disgrazia insopportabile: la violenza di molti uomini contro le donne. Però avrebbe potuto essere una bellezza improvvisa o smisurata. Senti che, se nomini la disgrazia, il mondo che conoscevi potrebbe crollarti addosso. Qualcosa è sfuggito dalle mani. Quindi resti in silenzio per darti il tempo di trovare le parole per dirlo.
Oggi, dire che gli aggressori delle donne sono uomini è vissuto come un’ulteriore violenza. Io, come l’umorista Pat Carra in una delle sue vignette, so che non si pone fine alla violenza con altra violenza. Viene vissuto come violenza perché a tutti noi, donne e uomini (più alle donne che agli uomini), risulta inconcepibile che gli uomini aggrediscano le donne per il semplice fatto di essere donne. E inconcepibile deve continuare a rimanere. Nominare la differenza sessuale nel momento critico, potrebbe trasformarlo in concepibile. E non ci sarebbe più niente da fare.
Che cosa fare quindi? Come uscire dal circolo vizioso? Penso continuando a esprimere il proprio desiderio, quello delle donne in quanto donne, di fronte alla condizione disgraziata dell’uomo attuale. Perché si deve essere intimamente disgraziati per aggredire, umiliare, uccidere una donna, per tacere vedendolo fare. L’uomo dei nostri giorni non trova il modo di compiacere una donna, questa è la sua disgrazia. Non lo trova perché con la fine del patriarcato è rimasto senza legge. Ora il desiderio femminile può orientarlo. Alcuni dei loro intellettuali più illustri si stanno chiedendo da un secolo, senza risultati, «cosa vuole la donna?». Hanno bisogno dell’aiuto dell’altro sesso per saperlo, e oggi
l’altro sesso glielo può offrire ogni volta che una donna esprime in quanto donna quello che da un uomo si aspetta e desidera. E agisce di conseguenza. Lui non lo sa ancora: ormai non ci sono più stereotipi.

Versione in spagnolo qui:
http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/171/

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