21 dicembre 2017

Possiamo chiamarlo il piano femminista della libertà?

di Luisa Muraro

Dei tanti moti, movimenti e rivolte che hanno dato una scossa al mondo, mezzo secolo fa, uno soltanto è arrivato fino a noi, il femminismo. Lo hanno chiamato ondata ma le ondate si ritirano, questa invece no, è rimasta e si è ancor più alzata in questi ultimi anni, in Italia come in tante altre parti del mondo. Femminismo è la parola dell’anno 2017, secondo lo storico dizionario Merrian Webster. Una vittoria sorprendente ma non inaspettata, è stato il giusto commento.

Ciò si deve anche a una nuova generazione di donne che al femminismo si sono richiamate per dare un nome alla loro lotta, parlo, per l’Italia, delle autrici e ispiratrici di Abbiamo un piano. Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. La loro mobilitazione, la loro proposta e la loro scelta di appartenenza sono per tante come me una provocazione gratificante con la quale vale la pena di misurarsi.

Comincio dal titolo. Trovo che sia buono: ha la forma di un annuncio, sta sospeso fra il promettente e il minaccioso, e risveglia l’attenzione. Il sottotitolo è necessario a completare il senso del titolo, ma gli fa ombra. Sembra quasi che ci siano due forme di violenza, quella di uomini contro donne e un’altra, imprecisata, violenza di genere. Avete uno o due piani? So, sappiamo tutte che la violenza maschile contro le donne non esaurisce la violenza associata alla sessualità. Io lo avrei detto così: Piano femminista contro la violenza sessuale e sessista.

Non difendo il mio sottotitolo, voglio invece capire la preoccupazione che traspare dal loro sottotitolo. L’Introduzione offre questa spiegazione: sì, il nostro piano riguarda due tipi di violenza, quella di uomini su donne e quella che si esercita “contro le soggettività LGBT*QIA+”. Ma io obietto, primo, che questo uso di “soggettività” è puramente convenzionale (la parola ha un altro significato), e poi che le lesbiche (L) sono donne, così come i gay (G) sono uomini. Sia chiaro che critico la spiegazione come tale, non il significato della formula LGBT*QIA+ nel suo insieme, compresa la sua tendenza ad allungarsi, che fa ridere ma ha un preciso significato, come dirò.

La lettura di Abbiamo un piano mostra in che cosa consista la preoccupazione che dicevo. C’è una parola che fa problema: sesso. C’è un’idea che si vuole respingere: i sessi sono due. C’è una posizione femminista da cui si vuole prendere le distanze, quella della differenza sessuale, che risale a Carla Lonzi, cioè agli inizi dell’ondata che non si ritira.

Partiamo da qui. La differenza sessuale non è tra uomini e donne: nel tra le differenze sono tante, di natura culturale e perciò mutevoli. La differenza sessuale è in, cioè nella singolarità del singolo, e lo collega alla grande storia della vita. Infatti, appare nel momento evolutivo in cui la vita si biforca, inventa il due per riprodursi dalla combinazione di due viventi tra loro differenti che portano ognuno/ognuna l’impronta del suo essere uno di due. I sessi sono due. Si chiama sessuazione ed è un’invenzione della vita stessa per riprodursi con più opportunità di durare, insegna la biologia.

L’invenzione del due arriva, per via evolutiva, anche alla specie umana. Ma non prendiamola come l’invenzione matematica dei numeri, è un’invenzione affidata alla natura e la natura fa le cose come vengono, un po’ per caso e molto per necessità. È a questo punto che accade quello su cui stiamo ragionando. L’essere umano nasce che può imparare a parlare e parlando diventa consapevole di sé per cui sa di non essere uno… Lascio la parola a Judith Butler che su questi temi ha molto riflettuto e scritto: “Questo umano non sarà uno, non avrà una forma definitiva, ma sarà impegnato nella perenne negoziazione della differenza sessuale”. Quest’ultima costituisce così “il luogo in cui si formula e riformula l’interrogativo concernente la relazione tra il biologico e il culturale” (dal nono capitolo di Undoing Gender, 2004).

Forse per trovare una risposta definitiva a questo interrogativo o per bisogno di conformarsi alla natura credendola perfetta, forse per qualche altra ragione, esempio la volontà maschile di disporre della fecondità femminile, in passato l’invenzione evolutiva dei due sessi dal cui incontro la vita può riprodursi, è stata interpretata come una legge di natura, una legge che doveva valere in assoluto, come la forza di gravità (tanto per intenderci). Non è così e basterebbe a dimostrarlo il fatto che la natura stessa non obbedisce a questa sua presunta legge. Ma c’è ben di più ed è il fatto della libertà umana.

Se è vero, come penso, che la differenza sessuale non è tra un individuo chiamato donna e uno chiamato uomo, ma in, se è vero, come si pensa comunemente e scientificamente, che siamo il risultato di un’evoluzione, creature desideranti, parlanti, agenti, consapevoli di sé, che si differenziano tra loro, singole e originali, bisogna bene che quella differenza venga assunta e interpretata liberamente.

Sono arrivata al punto: quell’elenco di sigle LGBT*QIA+ che si allunga indefinitamente, si è formato per dare voce alle minoranze sessuali, ossia a coloro per i quali quella presunta legge di natura era una forzatura e si traduceva spesso in qualche violenza, anche gravissima.

In questo come in altri casi, dobbiamo costatare che le minoranze, spesso pagando di persona, sono lì a segnalarci l’ottusità delle maggioranze che si cullano in dottrine che veicolano pregiudizi e violenze. Nella lista di sigle, insomma, oltre all’espressione di una unione fra diversi che rivendicano i loro diritti, a me pare di vedere anche una raffigurazione della ricerca del senso libero della differenza sessuale che ci riguarda tutti, tutte, compresi quelli che optano per l’in-differenza. È la “perenne negoziazione” di Butler. Socialmente, il risultato sarà sempre una sistemazione provvisoria, cerchiamo che sia la meno costringente possibile. Ma, umanamente, nella soggettività e nelle relazioni che la costituiscono, si tratta di quella ricerca mai finita per diventare quello che siamo, in carne e ossa e in prima persona. Carla Lonzi la chiamava autenticità. Possiamo chiamarlo il piano femminista della libertà?

(www.libreriadelledonne.it, 21 dicembre 2017)

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