6 ottobre 2017

Profondo bianco

di Francesca Pasini

Che cos’è il bianco per Caterina Saban? E’ il luogo della luce da riprendere nella stampa fotografica. Questa è la prima risposta. Ma nei suoi bianchi limpidi, eppure non totalmente puri, leggo una specie di sospensione della parola. Una pausa in cui è possibile riconoscere le immagini all’interno di sé, rimanendo muti.

Mi viene in mente “L’obiezione della donna muta” di Lia Cigarini in “La politica del desiderio”, dove, rispetto alla pratica dell’inconscio continuata nella politica del desiderio o del simbolico, scrive: “il mutismo metteva in scacco, negava quella parte di me che desiderava fare politica, ma affermava qualcosa di nuovo… Il “non politico” scava gallerie che non dobbiamo riempire di terra”.

 

Il profondo bianco di Caterina Saban accentua il mutismo delle immagini – che non hanno parole, anche se le provocano.  Scava gallerie nell’inconscio visivo. Interrompe l’ossessiva frequenza di selfie, tweet, facebook. I soggetti delle sue foto sono piante modeste, erbe campestri, bioccoli di lana, vasi sbeccati, peluche, oggetti d’uso.  Senza imprimere un timbro univoco, mette in primo piano il ricordo infantile, casuale, lo lascia sospeso nel bianco, perché come direbbe Lia Cigarini, “la parte affermativa di sé non occupi  tutto lo spazio”.

 

Nella Quarta Vetrina la chiave è l’affetto per le cose che ricordano la vita personale, quella di tutti e che nel tempo dimentichiamo.

 

Un orsetto e un bambi in peluche chi non li ha avuti? Caterina li sprofonda nel bianco. Con un leggero fuori fuoco toglie loro aura: emerge un temporaneo passaggio dell’illimitata stagione dell’infanzia, che pure abbandoniamo.

Una casetta con la porta aperta è forse una figura di resistenza dentro la coabitazione umana, a volte la casa è irraggiungibile, ma è anche il segno della tenerezza per una luce, un odore, un angolo di muro che ricorda lo spazio che abbiamo costruito. La porta è aperta perché si vive anche fuori. E il bianco in cui è sprofondata avverte della fragilità dell’esporsi, che vale anche per Caterina: “Tutte le foto rappresentano la mia fragilità”.

 

Le immagini sono visibili da dentro e da fuori.

Rivolti verso l’interno ci sono:  un bambi di peluche, un cane ferma porte che, nella sua solitudine, acquista un tono orgoglioso e fiero, la casetta,  un piccolo mappamondo accostato a una sfera di cristallo, dove il riflesso dell’uno sull’altro crea il sogno della vastità. Guardano verso la strada, di nuovo, il cane e il bambi.

 

Tra le foto una rete di filo bianco, quello da cucina, coordina il rapporto tra dentro e fuori e ricorda che non c’è solo la rete della comunicazione, ma anche quella che sostiene il nostro esporsi.

 

Così Caterina Saban risponde all’urto fragoroso delle immagini che occupano completamente lo spazio della nostra vita visiva. Il bianco profondo che ottiene è un luogo disponibile a tutti, non s’impone, vira in una sospensione vagamente opaca in cui prende luce la relazione tra sé e gli altri. Anche questa è una rete da tessere a maglie larghe.

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