16 Dicembre 2019

Piazza Fontana: si può dire la verità?

di Luisa Muraro


In piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, mentre scendeva la notte, c’ero anch’io nella folla che taceva o bisbigliava assistendo allo spettacolo che offriva la Banca dell’Agricoltura devastata dalla bomba e illuminata da grandi fari, un angoscioso teatro mai visto prima.

Il sindaco di Milano, invitandoci a non dimenticare, ha fatto il suo dovere. Ma anch’io vorrei fare il mio, che è di rendere dicibile e comunicabile la verità, per quanto ciò sia relativamente possibile.

Oggi ci sono studenti che, interrogati sugli autori della strage di piazza Fontana, non sanno e tirano a indovinare: “le Brigate Rosse?” Scrivo anche per giustificare pubblicamente la loro ignoranza.

Il racconto dei fatti documentati è una storia che fa acqua. Non voglio affatto dire che sarebbe una storia falsa, voglio dire che è piena di buchi, di ombre e di domande che vengono spontanee ma non trovano risposta o addirittura non vengono formulate. È molto difficile che un’insegnante possa esporla in maniera critica e memorabile, difficile se non impossibile che una persona giovane la memorizzi, tanto è lunga, complicata e lacunosa. Lo è perché quelli che hanno cercato di ricostruire i fatti nel loro insieme, si sono trovati e neanche lo sapevano! a remare contro uomini (politici e militari) impegnati a cancellare le tracce, a sviare le ricerche e ad allontanare (o eliminare) quelli che si trovavano vicini a sapere. 

Dopo aver letto il libro pubblicato dal Corriere della sera su La strage di piazza Fontana, non ho cambiato idea. Il libro, curato da Antonio Carioti, è ricco di voci diverse e di notizie attendibili; ci dà la cronologia dei principali fatti accertati fino all’archiviazione delle ultime indagini (sett. 2013); fa inoltre una cosa semplice e preziosa come dare l’elenco, nome e cognome, delle vittime della strage, alle quali si pensa troppo poco, lo riconosco. L’elenco comprende anche Vittorio Mocchi, imprenditore agricolo, che rimase gravemente ferito ed è morto dopo quattordici anni, passati nel patimento fisico e mentale causato da quell’evento traumatico.

Ciò nonostante, il libro lascia, in definitiva, una certa impressione di reticenza. Ci spiega, per esempio, che la magistratura poteva fare meglio, forse, ma non poteva fare di più perché il suo compito è di valutare e giudicare nei modi e limiti posti dalla legge, e non di scrivere la storia. Giusto, ma che cosa fa il libro stesso per aiutarci nella ulteriore ricerca della verità storica? Troppo poco, secondo me. Lo dico perché, nel capitolo finale, invece di illustrare le ragioni di un’ulteriore ricerca e aprire delle piste, esso ricorre all’espediente ben noto a quelli del mestiere: si conclude con un dibattito tra due posizioni opposte, una delle quali è debole ma serve a impedire che il ragionamento si sviluppi nella direzione più promettente. Per anni, in un altro ambito, questo si è fatto a proposito del riscaldamento globale. Va detto che il sostenitore della posizione debole se non pretestuosa parla in buona fede, c’è sempre qualcuno che non è d’accordo. E non si può dirgli, per esempio, “non fare il finto tonto” sebbene questa sia l’impressione di chi legge. E questo capita ogni volta che il suo interlocutore cerca di collocare le bombe nel contesto della politica internazionale. (Bombe al plurale: quella della Banca dell’Agricoltura fu la più micidiale di tante altre, prima, durante e dopo.) Io mi attengo ai fatti, dice il sostenitore della tesi debole. Ma è questo il punto. Troppi fatti mancano all’appello, per cui è giocoforza ragionare oltre quelli accertati se si vuole dare a questi un senso non sviante.

Se il dovere della memoria riguarda in primo luogo le vittime innocenti, subito inciampiamo nel corpo dell’anarchico Giuseppe Pinelli. E il ricordo va alla conferenza stampa dell’indomani: “Il suicidio di Pinelli equivale a una confessione di colpevolezza”. Parole doppiamente false nonché assurde perché dette dal questore: la questura, nella persona del commissario Calabresi che con Pinelli aveva un rapporto personale, non voleva fare di quest’ultimo il capro espiatorio. Che cosa voleva, allora, per trattenerlo oltre i limiti consentiti dalla legge e arrivare a causarne la morte? forse, la sua collaborazione nell’accreditare la pista che avrebbe fatto di Valpreda, anche lui un anarchico, il capro espiatorio. O forse Pinelli aveva capito qualcosa di troppo?

Probabilmente, la pista Valpreda era già pronta da prima, ma, se così fosse, era stata concepita per attribuirgli una bomba che esplode in un locale vuoto, non una strage come quella di piazza Fontana. Il libro del Corriere della sera giustamente parla, in ipotesi, di “un eccidio che non era preventivato”. Ma, stranamente, l’ipotesi di una strage preterintenzionale non ha molta presa, eppure servirebbe a delineare le responsabilità rispettive dei soggetti in campo, non esclusi i mandanti.

La strage non fu “di Stato”, d’accordo. Ma quel libro uscito nel 1970 che invece lo sosteneva, è risultato essere bene informato, troppo bene; chi lo ha scritto e con quale intento? Era una trappola e ci siamo caduti, perché a quelli come me piaceva credere alla tesi del titolo (il solito sbaglio).

Dopo cinquant’anni e molti processi, sappiamo che la strage fu messa in atto da fascisti veneti di Ordine nuovo, Freda e Ventura in testa. Ed ecco la domanda che uno o una studente di media intelligenza può fare a questo punto: come mai ci è voluto tanto tempo per stabilire con certezza quello che un testimone attendibile, Guido Lorenzon di Vittorio Veneto, aveva intuito subito dopo la strage, e aveva fatto conoscere all’autorità competente?

Una risposta esauriente a questa domanda farebbe di piazza Fontana una storia memorabile. E dell’Italia un paese decente.

Commentando l’intera vicenda, qualcuno tra quelli che parlano con cognizione di causa ha detto: nonostante tutto, dobbiamo essere contenti perché abbiamo salvato la nostra democrazia, e si capisce che parlava molto concretamente dell’Italia. A quelle e a quelli che afferrano l’intero significato di queste parole, tra cui metto il sindaco della città, dico: rendiamolo dicibile!


(www.libreriadelledonne.it, 16 dicembre 2019)

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