26 Aprile 2020

Un tempo buono per le donne per uscire dalla violenza. Nessuno ignori più il rinoceronte grigio

di Manuela Ulivi*


Nella metafora nominata dalla prof. Elvira Valleri, appartenente alla Società italiana delle storiche, su questo sito, tra il rinoceronte grigio, considerato come un evento critico molto probabile e nonostante ciò ignorato, e il cigno nero, immaginato come catastrofe rara e imprevedibile, ritrovo la modalità di affrontare la discussione sulla violenza maschile contro le donne, che in questi giorni si sta riproponendo.

Non condivido, più di tanto, gli appelli fatti alle donne di fuggire dal violento, perché chi lo dice forse non ha presente cosa significhi abbandonare da un giorno all’altro il proprio contesto, senza avere preparato la strada per una nuova vita. Noi aiutiamo, a volte spingiamo, le donne ad andarsene, anche velocemente, soprattutto se sono in serio pericolo, ma le affianchiamo prima e dopo la loro scelta, che non può che essere maturata dalla donna.

Vorrei dire alla ministra Bonetti e a tutte le parlamentari che tanto si danno da fare in questi giorni con appelli alle donne per invitarle a chiamare il numero unico nazionale antiviolenza (1522), e alla giustizia perché sia allontanato il violento, che va bene farlo, ma ricordo a tutti che c’è una legge che lo prevede già dal 2001, la legge n. 154 del 9.4.2001. Domandiamoci perché questa legge è stata troppo spesso sotto utilizzata e inapplicata nei casi di violenza psicologica ed economica. Quando si fa una denuncia senza l’aiuto di donne, femministe e competenti, è più difficile raggiungere questo obiettivo e arrivare integre alla fine del percorso di uscita dalla violenza. Sono decenni che affronto discussioni con la magistratura civile, penale e minorile affinché si ordini l’allontanamento del violento, non della donna e dei figli minori, dalla casa familiare. A volte inascoltata quando la scelta è davvero necessaria e urgente. Altre volte questa, però, non è la scelta migliore per la donna, perché magari l’abitazione domestica non è più un luogo sicuro, neppure quando il violento è stato allontanato. Può essere situata in un contesto insicuro o ancora pericoloso. Da sempre ho anche fatto presente che la denuncia e le decisioni giudiziarie non risolvono da sole il problema. La relazione con altre donne e la valorizzazione della storia vissuta e delle risorse che si possono rimettere in movimento, fanno la differenza.

Non è un caso che proprio oggi, sempre e solo quando si accendono i riflettori (così come accade quando avvengono femminicidi), tutti si affannano a discutere su cosa devono fare le donne e come vanno colpiti gli uomini. C’è chi dice che la donna dovrebbe chiamare subito la Polizia, e poi? C’è chi dice che la donna deve fuggire di casa, e poi? Dove va la donna, dopo questa fuga? Come si gestiscono eventuali figli della coppia?

Pochi sono coloro che sanno quanto è facile fare il primo passo e quanto è difficile arrivare fino alla fine della strada, tra questi sicuramente le più competenti sono le attiviste e operatrici dei Centri antiviolenza. Queste donne sanno quanto il percorso sia pieno di trappole e quante, troppe, volte le porte si chiudono in faccia alle donne, anziché aprirsi.

Pochi di quelli che danno consigli generici sanno quanti ostacoli deve superare la donna che non prepara la sua uscita dalla relazione violenta! E anche quando la prepara, quante volte si sentirà ripetere che doveva andare via prima, che doveva farlo meglio, che doveva questo, che doveva quello? Se non ha un’altra donna vicina, che sa e che sostiene, a volte torna indietro.

Ho registrato attenzioni spasmodiche, nell’emergenza COVID19, al tempo delle donne in casa con il violento, senza considerare che le donne vivono questa condizione durante tutto l’anno. Stanno a fianco di una persona che non le stima, o che comunque non ha in sé alcun senso del valore della persona con cui convive.

La prof. Elvira Valleri analizza cosa è questo tempo per le donne, affermando in conclusione che “La posizione delle donne – rispetto agli uomini – non dipende tanto da quello che fanno ma dal valore che socialmente si attribuisce alla loro attività.”.

VERO?

Alla Casa di Accoglienza delle donne maltrattate di Milano, in più di 30 anni di lavoro, abbiamo messo in pratica la relazione che attribuisce valore all’altra, riconoscendo valore anche al tempo trascorso dalle donne nella vita privata con un uomo violento. Abbiamo imparato dalle donne che dentro a un rapporto di dominio permane la loro capacità di mettere in atto strategie per salvaguardare piccoli (o meno piccoli) spazi di libertà di pensiero e financo di azione.

Troppi associano il maltrattamento alle botte, e troppi ancora pensano che questa sia la condizione perenne delle donne nel tempo che vivono con un uomo violento. Le informazioni giornalistiche e le trasmissioni televisive non ci hanno aiutate negli anni a far capire che le donne subiscono violenza anche se lavorano e sono economicamente indipendenti e socialmente gratificate, anche se sono in posizioni sociali elevate, anche se all’apparenza il loro rapporto non fa trapelare tutte le brutture che si sviluppano in una relazione dove l’uomo agisce, in mille modi diversi, un pensiero arcaico e patriarcale di superiorità maschile.

Ed è così che si toglie valore alle donne che vengono rappresentate solo come vittime.

Il percorso di uscita dalla violenza, affiancato da nostre operatrici di accoglienza, aiuta queste donne a non sentirsi ottuse, giudicate come incapaci, a doversi vergognare per la vita che hanno vissuto fino a quel momento, come se parte delle responsabilità sia addossabile anche a loro.

Diamo, quindi, valore al vissuto, discutiamo le ragioni di quanto accaduto, di come è possibile non farlo accadere più, affrontiamo un lavoro di rivalorizzazione della vita della donna, perché lei possa arrivare, come vuole e con i suoi tempi, a conquistare una totale libertà di movimento e di vita, non più stretta tra paura e vergogna.

Almeno un anno fa Lia Cigarini esortava a ritenere questo nostro tempo “un tempo buono per le donne”.

Io non so dire se buono lo sia veramente anche il tempo di questi giorni particolari, che stiamo passando chiuse in casa, soprattutto per le donne costrette ad accettare la costante presenza di un uomo violento, ma vorrei forzare la mano e dire che si, pure questo potrebbe essere un buon tempo anche per queste donne.

È ovvio, ma spero non sia più di tanto necessario precisarlo, che non è positivo il tempo trascorso nella condizione di paura, sottomissione, attenzione a qualsiasi gesto o frase, o semplice rumore, che l’uomo violento può prendere a spunto per far esplodere la sua rabbia sulla donna che pretende di dominare. Ma questo tempo consente alle donne di vedere (come in un film) la loro vita condensata in pochi fotogrammi: i giorni della quarantena.

E magari le loro scelte, appena libere di muoversi, le faranno andare lontano da quell’uomo. Ma tutto secondo modalità e tempi adatti allo specifico contesto di ciascuna, non decisi da protocolli e spinti da chi non conosce e non sa cosa succede dopo la denuncia, la richiesta di separazione o di allontanamento.

I consigli e gli aiuti che si danno alle donne in stato di temporaneo disagio per la violenza in atto, finiscono troppo spesso per farle sentire incapaci, persone da mettere sotto tutela o, peggio ancora, per far prendere a quelle donne delle strade sbagliate per la loro vita.

Un’ultima questione che non trattiamo mai è quella di porre delle questioni serie agli uomini: perché ancora oggi ci sono rapporti segnati dalla violenza, dal dominio, dalla paura? Perché diminuiscono gli omicidi verso gli uomini e non quelli contro le donne? Per quanto ancora possiamo accettare di mettere in conto che ci siano uomini violenti, domandandoci scioccamente se si possono curare?

Abbiamo iniziato il 2020 sotto il segno di numerosi femminicidi, 12 solamente in gennaio, 21 fino ad oggi, se vogliamo la quarantena forse li ha ridotti (sono più di 100 tutti gli anni, da almeno 20 anni a questa parte, cioè da quando si contano gli ammazzamenti delle donne segnati dalla reazione maschile contro la loro scelta di libertà).

La situazione è grave oggi, come tutti gli altri giorni in cui non saremo in quarantena.

Voglio credere che, dopo questo tempo, aumenteranno le donne che decidono di lasciare un uomo violento, perché proprio ora, più e meglio di prima, stanno realizzando il valore del tempo e di sé.

Non sarà un caso che abbiamo più che raddoppiato proprio i nostri contatti (dalla media mensile di 77 donne alle 179 sentite tra il 5 marzo e il 3 aprile 2020) con le donne che ci hanno già conosciute e si sono rivolte a noi prima del c.d. “lockdown”, ora in fase di preparare la soluzione giusta per interrompere il ciclo della violenza.

Ecco, alla fine anche questo è un tempo buono in cui tante donne si stanno rendendo conto, probabilmente più di prima, che non vale la pena stare vicine ad un uomo che impone condizioni penose di vita.

Da questo tempo tutte, donne che subiscono violenza e donne che non la subiscono direttamente, possiamo ripartire dal VALORE di una donna, in relazione con un uomo o con un’altra donna, o anche in relazione con sé stessa, in un contesto in cui sia possibile esprimersi per ciò che si è e che si vale, valorizzando e non demotivando la differenza.

Non aspettiamo che il rinoceronte grigio ci schiacci.


*Manuela Ulivi è presidente della Casa di Accoglienza delle donne maltrattate di Milano (CADMI)


(www.libreriadelledonne.it, 26 aprile 2020)

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