24 Novembre 2013
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Disonorare la violenza maschile

di MarinaTerragni

 

Università di Parma, 14-15 novembre. Convegno “Disonorare la violenza-Le radici culturali della violenza maschile”

Voglio celebrare –si fa per dire- insieme a voi questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne innanzitutto con uno spostamento immediato dell’obiettivo: dalle donne (le vittime) agli uomini (gli autori). Impariamo a chiamare la cosa con il suo nome: violenza maschile. Raccolgo questo invito da donne e uomini che lo scorso 14-15 novembre si sono incontrati all’Università di Parma per scambiare pensieri ed esperienze nel corso del seminario “Disonorare la violenza-Le radici culturali della violenza maschile”. Studiose e studiosi, docenti, operatrici e operatori dei centri antiviolenza e dei servizi pubblici, donne e uomini impegnati da molti anni in un percorso di autocoscienza e di politica comune che hanno contribuito con il loro sapere e i loro vissuti alla due giorni organizzata da Marco Deriu, docente di sociologia a Parma e membro dell’associazione Maschile Plurale:

“Ho voluto rischiare una “Babele” di approcci e di linguaggi” dice Deriu, facendo un bilancio “ma tutti hanno contribuito e si sono posti in ascolto. Fatto importantissimo, nessuno ha riproposto qui la logica securitaria che ha informato il decreto antifemminicidio. Per la stragrande maggioranza degli intervenuti la questione della violenza maschile è culturale: i casi di femminicidio non sono letti come episodi di devianza, ma come fatti paradigmatici, che mettono in gioco questioni di identità”.

Nella sua introduzione alle giornate di studio, alle quali hanno partecipato anche studenti dell’università, Marco Deriu ha voluto ricordare che fra il 2000 e il 2012 in Italia sono stati registrati 2020 casi di femminicidio.

Siamo contro un approccio securitario, paternalistico e vendicativo” ha detto. “La cornice di emergenza rischia di riproporre gli stessi codici maschili che producono la violenza. Si deve evitare di proiettare il problema fuori di sé, intendendolo come “sociale”. Noi uomini dobbiamo essere consapevoli della nostra cultura. Un’altra scommessa è che questa collaborazione tra donne e uomini sul tema della violenza possa diventare una pratica riconosciuta su molti altri temi. Anche il linguaggio che usiamo è importantissimo: Foucault parlava di formazioni discorsive che diventano cornici, modi di inquadrare le questioni. Per esempio: parlando di violenza sulle donne si guarda prevalentemente alla vittima, lasciando in ombra l’autore. Parlare invece di violenza maschile sposta la cornice. Se le donne vengono intese come soggetti deboli e vulnerabili, si afferma che gli uomini sono forti e invulnerabili. Ma le stesse modalità dei femminicidi (solo nel 10 per cento dei casi a mani nude, il 30 per cento con armi da fuoco, il 30 per cento con armi da taglio, il 30 per cento con armi improprie) smonta l’idea della forza e dell’invulnerabilità maschile. Molti autori di violenza pensano a ciò che hanno fatto come a qualcosa di  morale e onorevole. Si devono individuare i fondamenti che autorizzano, legittimano, fondano la violenza nelle relazioni. Dobbiamo disonorare la violenza”.

 

Questo post è  piuttosto lungo. Propone spunti da approfondire e richiede una certa attenzione. A seguire alcune delle cose ascoltate nella due giorni di Parma: solo poche parole, a volte semplici flash selezionati in soggettiva (gli unici testi integrali di cui al momento dispongo e che linko sono quelli di Sergio Manghi e Letizia Paolozzi: sarò eventualmente lieta di pubblicarne altri). Chiedo anche scusa ai molti che non sono riuscita a menzionare. Leggete queste parole con calma, e meditatele.

(in coda al post trovate invece il link a un testo di Maschile Plurale, diffuso nelle ultime ore, che invita ad andare oltre al discorso sulla violenza per una pratica p

“L’11 per cento delle donne in gravidanza subisce violenza. E’ proprio durante la gravidanza che la violenza maschile debutta o aumenta”. Antonella Grazia, coordinamento politiche sociali Regione Emilia Romagna.

La formazione degli psicologi contro la violenza non basta. Ci dev’essere un vero cambio di paradigma culturale”. Paolo Volta, direttore attività sociosanitarie AUSL Parma.

Come nel caso delle baby-prostitute di Roma,  si continua a porre la vittima al centro dell’attenzione. Ma la vittima non è la causa della violenza. E’ la sessualità maschile che va messa al centro. A nessun uomo è consentito chiamarsi fuori. Si tratta di sottrarsi all’idea che la sessualità sia agita in un campo dove si oppongono forza e resistenza”. Alessandro Bosi, sociologo, università di Parma.

Continuare a pensare alle donne come soggetti deboli e da tutelare riproduce un ambito semantico che ammette la violenza”. Laura Fruggeri, psicologa, università di Parma.

Spesso nella violenza all’interno della coppia c’è anche amore che corre, con esiti mostruosi”. Letizia Paolozzi, giornalista (l’intervento integrale qui).

Il decreto anti-femminicidio punta sull’emergenza e sulla repressione: paradossalmente, anziché destrutturare il paradigma della violenza –donna soggetto debole-, questa logica lo rafforza, dando l’idea che il problema siano quei pochi criminali, e non la sessualità maschile”. Alberto Leiss, associazione Maschile Plurale.

In carcere incontro uomini che non hanno saputo che cosa fare della loro forza. Cioè della loro vulnerabilità e della loro mancanza di intenzionalità. Si tratta di trovare un nuovo esercizio per quella forza. Oggi noi operatori siamo in difficoltà perché è caduta la barriera protettiva della disciplina, e in quello sfiguramento a cui siamo esposti riconosciamo parti di noi… Si fugge la propria fragilità come se fosse la morte, e si tenta l’ultimo controllo sulla vita, dandole la morte”. Ivo Lizzola, pedagogista, università di Bergamo.

La scena della violenza maschile è sempre triangolare: uomo-donna-uomo. La contesa di Lancillotto e Artù per Ginevra era una contesa di potere fra uomini. Per capire la violenza su una donna, cherchez l’homme, l’altro uomo: una convergenza omosessuale che esclude ogni donna, ancora prima della violenza”. Sergio Manghi, sociologo, università di Parma (qui il testo integrale dell’intervento).

 “Mi relazionavo alle donne con un atteggiamento di superiorità o di inferiorità. La consapevolezza della differenza ha sciolto questo nodo. Ho deposto il sentimento di superiorità riconoscendo la libertà femminile. Il patriarcato ha pensato la differenza sessuale come inferiorizzazione della donna, il che permette l’esercizio del dominio. Ma io mi sforzo di deporre le attese che il patriarcato ha posto in me. Per non sentirmi una nullità rinunciando al potere, confido nel fatto che mi venga riconosciuta una certa autorità. A rendermi autorevole è la mia fedeltà a un desiderio profondo, che non si identifica con il mero desiderio sessuale”. Marco Cazzaniga, Associazione Identità e differenza di Spinea.

Un uomo che ha agito violenza mi ha detto: mi chiedo come mai all’esterno sono irreprensibile, mentre all’interno, nella mia vita personale, commetto atti così gravi. Gli uomini si interrogano quando viene data loro la possibilità di farlo. Secondo la definizione di Per Isdal, psicologo norvegese fra i primi a occuparsi di questi temi, violenza è qualunque cosa impedisca a una persona di fare quello che vuole fare, o che la induca a fare ciò che non vuole, e ciò indipendentemente dal fatto che la persona si senta o non si senta offesa”. Alessandro De Rosa, LDV -Liberiamoci dalla Violenza- di Modena.

“C’è il rischio che tutto questo parlare di vittime di violenza ci scaraventi nella miseria femminile. E’ molto importante illuminare la forza delle donne dove c’è. Sara Gandini, Libreria delle donne di Milano.

 “Siamo tutti allenati a non riconoscere la violenza che agiamo, è molto importante entrare in contatto anche con la nostra violenza: non potrò mai portare qualcuno dove io stessa non sono arrivata: ciò che serve è una pratica di relazione. Gli autori di violenza si rappresentano quasi sempre come sovrastati e totalmente dipendenti dalle donne. Come possiamo parlare di un dominio maschile quando tutte facciamo esperienza della vulnerabilità degli uomini? Il fatto è che se non veniamo assoggettate siamo pericolose per la soggettività maschile”. Chantal Podio, psichiatra, Forum Lou Salomè di Milano.

Lo stupro e la violenza non sono devianza e disordine, ma la conferma esacerbata di un ordine: nel lavoro di Maschile Plurale siamo partiti di qui. Io credo che la violenza maschile non sia frutto di una natura, ma di una cultura che chiede di essere discussa. La crisi dell’ordine simbolico patriarcale mi mette in crisi, ma dà anche spazio alla mia vita. Non vogliamo più essere “contro la violenza”: si tratta di poter trovare un nuovo modo del desiderio degli uomini”. Stefano Ciccone, associazione Maschile Plurale

Per i maschi musulmani la forza dei ruoli imposti dal codice d’onore è molto forte: uscirne è difficilissimo. La complicità di molte donne con questi meccanismi è legata all’amore: amano i propri padri e fratelli. Non possiamo cambiare se non coinvolgiamo anche queste donne e questi uomini. E non basta dire: prima o poi ci arriveranno. La loro sofferenza è qui e ora”. Tiziana Dal Pra, associazione Trama di Terra, Imola.

Nessun reato tanto grave gode di una simile complicità. Dare “quattro schiaffi a quella stronza” o “farle la festa” trova complicità estese in tutti gli ambienti sociali”. Daniele Barbieri, giornalista

La paura mi porta a contatto con la mia ombra, zona di buio che però procede a un’apertura di verità. Il rischio è farsi paralizzare dalla paura: è qui che posso prendere la scorciatoia della violenza. Un altro rischio è desiderare solo ciò che è dato come desiderabile: qui ciò che si paralizza è l’autenticità del desiderio”. Alessio Miceli, associazione Maschile Plurale

La dipendenza non riconosciuta si lega alla violenza. Si diventa incapaci di mediazione e di un sano conflitto. La dipendenza parla dell’origine, e della potenza generativa della madre, di cui gli uomini hanno sempre cercato di appropriarsi. L’altra faccia della dipendenza è un’idea di autonomia come libertà assoluta e senza legami. Questa coppia di opposti, dipendenza-autonomia, nasconde la realtà, creando molto malessere nelle relazioni tra donne e uomini”. Giacomo Mambriani, associazione Maschile Plurale

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