12 Ottobre 2013
Il Quotidiano della Calabria

Il ritorno in Calabria di Rosy Canale

di Franca Fortunato

È di questi giorni la notizia del ritorno in Calabria di Rosy Canale, la donna che si è ribellata alla ’ndrangheta, che voleva spacciare droga nel suo locale a Reggio Calabria, il “Malaluna”, diventato il titolo di un testo teatrale che presenterà, domenica, in anteprima al teatro Il Grillo di Soverato. Torna da New York dove è andata a vivere con la figlia dopo le minacce della ’ndrangheta per il suo impegno con le donne di San Luca e la pubblicazione del libro La mia ’ndrangheta, scritto insieme alla giornalista di Io Donna del Corriere della Sera, Emanuela Zuccalà, per l’edizione Paolini, dove ripercorre la sua storia. Storia di una calabrese che sognava di diventare cantante e che, ben presto, sente il bisogno di aria nuova. Come tante, lascia la Calabria per andare all’università, a Pisa. Si sposa, ha una figlia, si laurea, si separa dal marito e torna nella sua città, dove diventa imprenditrice. L’incontro con la ’ndrangheta non si fa attendere. Gestisce con successo un pub che, ben presto, trasforma in un locale raffinato, stile newyorchese, il “Malaluna”. La ’ndrangheta, a sua insaputa, decide di fare del suo locale una piazza di spaccio di droga, di cocaina. Quando lei se ne accorge butta fuori tutti, nel suo locale la droga non la vuole. Ed è guerra aperta. Viene minacciata, subisce intimidazioni per un anno, quando una notte, mentre fa ritorno a casa sulla sua auto, viene fermata dai sicari della ’ndrangheta. Le puntano la pistola in faccia. Lei reagisce e la massacrano di botte, fino a ridurla in fin di vita. La sua gamba destra maciullata porterà per sempre il segno di tanta violenza. È viva per miracolo. Per mesi viene portata da un ospedale all’altro, da Milano a Parigi. Fugge dalla Calabria e va a vivere con la figlia a Roma.

Sono passati tre anni, da quella notte, quando in televisione le arrivano le immagini della strage di Duisburg. Queste riaccendono in lei il desiderio di fare qualcosa per la sua gente e per se stessa. Va a stare a San Luca col desiderio di incontrare le donne e capire cosa significa per loro convivere con la violenza e la criminalità, che lei aveva conosciuto su se stessa. Cerca la sua guarigione tra quelle donne. Apre un laboratorio di pittura all’interno della Scuola Media per «portare i ragazzi a contatto con la bellezza». È così che entra in contatto con le donne, le madri dei bambini e delle bambine, che a casa iniziano a parlare della strana signora senza marito, venuta da Roma per insegnare loro a «colorare». Tra quelle donne, con cui fonderà il Movimento delle donne di San Luca e della Locride, troverà, per la prima volta, la forza di raccontare la sua storia e la violenza subita. Capisce che il suo dramma non è dissimile da quello che tormenta le case delle donne di San  Luca che «hanno perso mariti, padri, fratelli e figli per mano assassina. Sono profonde conoscitrici della paura, dell’ansia, della legge del più forte». Loro possono capirla più di chiunque altro. E la capiscono. Al suo racconto, molte piangono.

Rosy comprende che quelle donne sono stanche, hanno solo bisogno di autorizzazione e consapevolezza per rompere abitudini, comportamenti, mentalità mafiose, come ha fatto Teresa Strangio, madre di Francesco Giorgi e sorella di Salvatore, trucidati a Duisburg, che il giorno dei funerali, contravvenendo a una regola mafiosa, ha perdonato gli assassini, rompendo la spirale della vendetta. O come Giulia Stranges, unica donna divorziata di San Luca, che non ha mai accettato imposizioni e violenze. Il Movimento diventa il luogo simbolico dell’incontro tra donne, al di là e al di sopra della divisione, imposta dagli uomini, tra famiglie rivali. Lavorano insieme nei laboratori di sartoria, di ricamo, del telaio e della produzione della saponetta. Sfilano, con i fazzoletti rosa al collo, accanto ai ragazzi delle scuole di tutta la Calabria e al viceprefetto, Giuseppe Priolo, al corteo organizzato dall’associazione La Gerbera Gialla di Adriana Musella per ricordare le vittime della mafia. Nella villa dello storico boss Antonio Pelle, detto ’Ntoni Gambazza, Rosy apre una ludoteca per i bambini e le bambine di San Luca. Il Movimento cresce, le donne diventavano sempre più coscienti, mentre i mass media, locali e nazionali, si accorgono di loro.

È allora che Rosy capisce che nel paese il vento è cambiato. C’è chi non apprezza. Le malelingue mettono in giro la voce che lei è l’amante del prefetto, mentre il prete del paese, don Pino Strangio, dal pulpito tuona: «Questa donna è arrivata in mezzo a noi, bisogna capire se l’ha mandata la Provvidenza o il demonio». Diventa «la forestiera» e la «soubrette». Qualcuna si dimette dal Movimento. Rosy non aspetta di essere, ancora una volta, massacrata. Decide di andare via. Le donne difendono il Movimento, non vogliono che finisca. Da Roma Rosy mantiene i contatti con loro e organizza la loro partecipazione a una mostra fotografica a New York.

Dopo di allora, Rosy non è più tornata a San Luca. Ritorna oggi a Soverato per dire ancora una volta: «a San Luca come altrove, il cambiamento autentico può arrivare soltanto dalle donne». E io le credo. Bentornata Rosy.

(Il Quotidiano della Calabria, 12 ottobre 2013)

 

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