29 Maggio 2014
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Lettera aperta alle donne che amano dei preti

di Fiorenzo De Molli

 

«La mia fortuna più grande è stata aver trovato una donna forte che mi ha chiesto: “Ma tu che fai?”. Non c’era spazio per sconti o scorciatoie: ero chiamato a scegliere»

 

Care donne,

ho esercitato il ministero sacerdotale per 17 anni, dai 24 ai 41 anni dal 1982 al 1999. Ho chiesto al mio vescovo, il cardinal Martini, un anno di sospensione dal ministero. Al termine di questo anno, nel 2000 ho deciso di chiudere la mia esperienza di ministero. Nel 2001 ho chiesto la dispensa che mi è arrivata nel giro di pochi mesi. Nel gennaio del 2002 ho celebrato il sacramento del matrimonio “sine pompa” così come chiede la dispensa, rigorosamente in latino. Sono marito, e padre di due splendidi figli di 12 e 8 anni e ho la fortuna di avere ricevuto sei sacramenti, per il settimo c’è tempo…

Mi è sempre piaciuto fare il prete e l’ho sentito come il senso più profondo della mia vita: ho cercato di vivere con radicalità la sequela di Gesù da prete e ancor oggi affermo che fare il prete è bello. Ero ben cosciente al momento dell’ordinazione di quanto la Chiesa mi chiedeva ed ero contento di accettare tutto quanto mi veniva proposto. Non ho fatto il voto di povertà, castità e obbedienza perché non sono un religioso, ma ho promesso nelle mani del mio vescovo di essere obbediente a lui e ai suoi successori (ma non ho fatto in tempo…) di essere povero e di essere celibe. Al momento della richiesta della dispensa mi è stato chiesto se la vocazione era mia o dei miei genitori e se sapevo intendere e volere quando ho compiuto il grande passo: ebbene la vocazione “era/è” solo mia e sapevo bene sia intendere che volere a 24 anni (non vi era alcun vizio né di forma né di sostanza).

La vita sacerdotale mi ha decisamente appassionato e ho cercato di viverla tutta dedicata al servizio della gente e in particolare dei poveri e degli ultimi. Era proprio bello, ma… c’era un ma. La mia vita affettiva non era in sintonia con il resto della mia vita, bella ed appassionante. Probabilmente nel mio cammino di crescita umana e cristiana durante gli anni di seminario non sono riuscito (e forse non sono stato aiutato) a far crescere con realismo la mia affettività. Era ovvio e scontato che avrei vissuto da celibe per cui non ho mai fatto né l’adolescente, né il giovanotto; ho vissuto da seminarista (le donne sono il totalmente altro) e ci riuscivo anche bene. Il problema è che poi la vita ti presenta il conto e non puoi mai dare nulla di scontato per cui il “problema affettivo” mi è scoppiato fra le mani. Ho subito cercato il confronto con il mio vescovo, con il confessore, con il padre spirituale …. ma i nodi irrisolti rimangono tali. Solo quando ho trovato una donna che mi ha detto o meglio mi ha scritto “io mi sono innamorata di te; tu che fai?”, ho preso fra le mani la mia affettività e mi sono chiesto “tu (cioè, io) che fai?”. Sono stato non male, ma malissimo. Ho sofferto come un cane, ho avuto momenti terribili di depressione. Per fortuna ho avuto al mio fianco un vescovo di nome Martini e il suo vicario per i preti di nome don Franco e quindi dopo un periodo terribile ho chiesto di fermarmi per cercare di capire.

Così adesso sono un marito felice (anche se devo proprio dire che il matrimonio è decisamente impegnativo e per fortuna ci sono arrivato dopo i 40 anni perché prima non era maturo per una scelta così impegnativa e per fortuna ho fatto il prete e questo mi ha aiutato a crescere molto); sono un papà felice. La mia fortuna più grande è stata aver trovato una donna forte e determinata che mi ha detto quel che provava per me e che mi ha chiesto: “ma tu che fai”. Non c’era spazio per sconti, per sotterfugi, per scorciatoie, per doppie vite o strade: ero chiamato a scegliere. È stata una scelta dura, durissima, pagata a caro prezzo, ma ne valeva la pena.

Allora care donne, chiedete ai vostri uomini “ma tu che fai?”. Dategli lo spazio e tutto il tempo necessario perché possa scegliere ciò che è “più bene” per lui; che si prenda gli strumenti che servono, che si prenda i tempi che vuole (tanto lui è pagato anche se non lavora), ma chiedetegli di arrivare a una scelta e poi rispettate la sua scelta. Che sia la più chiara e la più limpida possibile. Siamo chiamati a vivere alla luce del sole proprio tutti: è un diritto dei preti, ma soprattutto è un diritto vostro! Sarete sicuramente più felici di quello che siete adesso. Le grandi scelte devono essere pagate e pagate a caro prezzo.

Risolvete il vostro problema personale. Solo quando si è tranquilli e sereni, potremo, se lo vorranno, i nostri confratelli ancora in attività, ragionare sul celibato ma soprattutto ragionare sulla maturità umana e sulla responsabilità richiesta alle persone adulte.

Vi auguro di avere degli uomini che vi amino talmente tanto da rispettarvi e da dare dignità al vostro amore e dei vescovi che siano illuminati così come lo era il mio. Che il cardinal Martini, dal cielo, illumini tutti e in particolar modo i fratelli vescovi.

Fiorenzo, prete, felicemente sposato … in congedo

P.S: Mia moglie ha letto il testo ed è d’accordo.

 

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