7 Febbraio 2020
#VD3

Sentirsi Umanità femminile

La questione che A. Bocchetti pone al centro del suo intervento sull’ultimo Sottosopra continua ad arrovellarmi: come può essere che una donna non si senta Umanità femminile? Continuo a chiedermi in che modo sia possibile favorire il passaggio dal singolare all’universale femminile, perché un conto è riconoscersi in una Umanità di segno neutro, che vuol dire maschile, e tutto un altro è riconoscersi Umanità femminile. Questa differenza, che per me è ovvia e radicale, non viene invece tenuta in conto dalla maggioranza delle donne e dalla quasi totalità degli uomini. Le parole di Bocchetti dicono quel che non viene notato: le donne in quanto tali, la metà e anche più forse del genere umano, non si distinguono dall’altra metà che anzi le omologa a sé cancellandone, così, la visibilità e l’esistenza.

Personalmente faccio fatica a comprendere questo che per me è un mistero: a me pare di aver nutrito da sempre questa condivisione di appartenenza, anche se non saprei dire dove l’ho scoperta. So che a mio padre, fino al suo ultimo respiro interessato con furioso accanimento alla politica, sono debitrice di questa “forma mentale che non riduce ogni cosa a una battaglia individuale” ma al contrario fa “sentire intimamente proprie le questioni del mondo”, sentimento che semplicemente non esisteva nella mente di mia madre. Se a mio padre devo l’ampiezza dello sguardo, a lei devo l’aderenza alla realtà sapendo fare della sua povertà ricchezza. Mai nella vita ho provato inimicizia per una donna – tutt’al più distanza – perché non l’ho mai conosciuta nei confronti di mia madre. Non so se in questi due rapporti primari si trovano le radici incarnate che mi rendono difficile capire le donne che restano confinate nella propria individualità senza andare oltre e fare il salto dall’etico al politico, ma sta di fatto che per me le donne non sono mai state invisibili né indistinte dagli uomini o un mero dato biologico.

È amaro osservare che il tema della sparizione/cancellazione delle donne è oggi più pressante e importante che mai. A sostegno di questa urgenza riporto la incredibile notizia, una delle tante in verità, pubblicata su Facebook dal gruppo Rad Fem, nato dopo l’incontro nazionale tenutosi a Roma il 1° dicembre 2018: in un volantino a carattere medico, quindi “scientifico”, la Cancer Society del Canada spiega come colpisce il cancro della cervice, menzionando sempre e solo la dicitura “donne non-trans” e, ovviamente “donne trans” …!!! Dunque, la Donna non esiste più.

In questa ottica sconvolgente e paradossale la esigenza di non ricordo chi del gruppo Rad Fem di mettere al centro della discussione e del prossimo otto marzo la inviolabilità del corpo femminile appare perfetta a fronte dei segnali forti e chiari che non solo i diritti delle donne sono in perenne rischio ma che si sta addirittura andando oltre, fino alla cancellazione e irrilevanza. La guerriera Angela Putino, qualche decennio fa, fu tra le prime a occuparsi di bioetica – le cose sono andate avanti a velocità fulminante e forse noi siamo state distratte su questo tema. Adesso non possiamo esserlo più.

Ci dà una mano a pensare molto di quel che scrive Elena Ferrante nell’Amica geniale, una miniera di immagini rivelatrici di quella perniciosa banalità già nominata dal Sottosopra.

Manca quell’“addestramento a sentire intimamente mie le questioni del mondo… una forma mentale che non riducesse ogni cosa a una mia battaglia individuale” come Ferrante fa dire a Elena.

Gli infiniti semplici atti quotidiani compiuti nella totale mancanza di rispetto, credito e amore nei confronti delle donne, ovunque intorno a noi e che noi stesse commettiamo, anche io, noi, tutte, tutti: proprio perché pervasivi nella loro banalità ci viene facilmente meno la capacità di valutarne il significato e la portata simbolica. Come le scarpe create da Lila bambina, che vengono cedute a Marcello Solara per siglare un accordo economico fra suo padre e quell’uomo potente che lei detesta.

E che dire della mirabile, agghiacciante semplicità con cui Ferrante descrive il processo incruento e “banale” della CANCELLAZIONE delle donne, nelle righe del passaggio assolutamente innocente del cognome di Lila che, col matrimonio, da Cerullo diventa Carracci? Un brano, questo, che acquista risalto accostandolo a un altro episodio: quello della sua fotografia in abito da sposa che andrà esposta, contro il suo volere, nel nuovo negozio di scarpe. Lila che occulta e cancella parti di sé nella gigantografia da esporre, fa quello che si fa con gli animali che devono essere fatti a pezzi per essere esposti e venduti nelle macellerie. L’integrità del suo corpo viene smembrata a favore dell’oggetto, della cosa che serve a reclamizzare, rendendo così esplicita l’operazione che tutti gli uomini a lei collegati, come i raggi di una ruota, hanno fatto alle sue spalle, in un contratto occulto e omosessuato. Le lacrime e il rifiuto di Pinuccia e Gigliola di accettare la foto di Lila nel negozio, smembrata dalle sue stesse mani con un intervento incomprensibile ai loro occhi, non sta forse a indicare qualcosa di ben più significativo della loro gelosia nei suoi confronti? Non manifesta forse l’orrore di fronte a quella brutale rivelazione che riguarda anche loro, anche se non la capiscono concettualmente ma che il loro inconscio decodifica senza pietà?

Ferrante mette in scena lo smembramento, la violazione, l’occultamento e la definitiva sparizione delle donne sia sul piano materiale del corpo che sul piano simbolico della presenza. Va ricordato che il tema da cui la scrittura del libro stesso parte è la volontaria sparizione nel nulla di Lila.

(Via Dogana 3, 7 febbraio 2020)

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