18 settembre 2018
il manifesto

Quelle speculazioni bio-tecnologiche

di Silvia Niccolai

Interpretare i «diritti riproduttivi» come possibilità di accesso a tecniche di procreazione artificiale può far dimenticare che in un’altra prospettiva l’espressione indica i «diritti di riproduzione delle minoranze etniche e delle donne del Sud del mondo, che non hanno a che vedere con sofisticate tecnologie ma con una più equa distribuzione delle ricchezze, con la sopravvivenza indigena, con la lotta contro il patriarcato, il razzismo e la globalizzazione neoliberista». La ricerca di Laura Corradi, Nel ventre di un’altra. Una critica femminista alle tecnologie riproduttive (Castelvecchi, pp. 93, euro 13.50) mostra le contraddizioni che intercorrono tra le due accezioni del lemma.

Nell’ambito della riproduzione corre una «divisione del lavoro» che vede «da una parte le non abbienti che vendono ovociti o «affittano» l’utero, dall’altra le benestanti che pagano, per problemi di salute, di infertilità, perché non vogliono sottoporsi a una gravidanza» o vogliono risparmiarsi l’iter di una fecondazione artificiale. Le «operaie della riproduzione» si sottopongono a procedimenti che «distruggono l’integrità della donna come persona umana e la riducono a una massa di materiale riproduttivo», messi a punto in laboratori strettamente «collegati al mondo degli affari». Tecniche «costose» diventano «accessibili» perché il loro prezzo è pagato da donne «localizzate altrove, geograficamente o socialmente, rispetto a chi le percepisce come un mezzo per ottenere un brandello di felicità».

Laura Corradi è una «sociologa del corpo» che guarda alla procreazione artificiale e alla surrogazione di maternità cosiddetta «gestazionale» (dove una donna si rende «portatrice» di un ovulo fecondato artificialmente, con l’impegno di rinunciare al bambino e consegnarlo ai committenti), tenendo presenti le femministe che negli anni Settanta seppero «condensare nel tema della salute delle donne diversi elementi di critica al capitalismo e al patriarcato», e, come ricordano Marina Santini e Luciana Tavernini in Mia madre femminista (Il poligrafo 2015), «ruppero il silenzio intorno al corpo femminile».

La sindrome da iper-stimolazione ovarica, rileva Corradi, è indagata ma sottostimata: così con la «donatrice» (spesso «seriale») di ovociti ci abituiamo a considerare «normale» che una persona sopporti rischi medici «senza alcun beneficio sanitario». Mentre mancano i finanziamenti per approfondire «i rischi di cancro e altre malattie associate ai trattamenti per la fecondazione artificiale», gli studi che individuano i rischi per i nascituri (in termini di percentuali maggiori, rispetto ai bambini concepiti naturalmente, di difetti alla nascita), e i cambiamenti nell’immunotolleranza dell’embrione il cui genoma non è concordante con quello della gestante non sono diffusi perché scoraggerebbero il mercato. I danni del taglio cesareo, normale in caso di surrogazione, il lavoro femminista sulla «gravidanza e il parto come momenti naturali da vivere nella pienezza delle sensazioni e delle emozioni» (ancora Santini e Tavernini), il diritto della donna e del neonato all’allattamento al seno sono rimossi. Non potrebbe essere altrimenti nel quadro di biotecnologie che, impegnate nella «messa a valore della vita sin dal suo concepimento», guardano al corpo femminile come al teatro inanimato di processi cui sono altri a dare senso e scopo.

Soffermandosi sulle candidate madri surroganti americane premiate dal giudizio di avere un «buon equilibrio mentale» perché capaci di capire «di essere solo il vettore del bambino», Corradi denuncia un mondo che vuole le donne, diremmo con parole di Luisa Muraro, «tanto necessarie, affinché si produca la traiettoria che va dall’embrione al genitore, e tanto dotate di capacità deliberativa, quanto prive di autorità» (Perché l’uomo? in Utero in affitto o gravidanza per altri?, a cura di Lidia Cirillo, edito da Franco Angeli nel 2017); la buona madre surrogante, osserva Laura, «deve essere obbediente e non avere pretese sul prodotto del suo lavoro riproduttivo». Questo il nodo politico.

Studiando con «lo sguardo rivolto a popolazioni e contesti diversi: indigene messicane, profughe dei campi palestinesi, contadine indiane», Laura ha visto che «di norma, le donne individuano abbastanza bene quali siano le decisioni da prendere per il benessere della comunità, perché da sempre hanno la responsabilità della riproduzione», siano o meno, come singole, madri.

Davanti alla portata espropriativa delle tecniche riproduttive occorre riprendere questa responsabilità, esercitarla a tutto campo: saper essere disobbedienti, e sapienti. Per Laura Corradi è urgente riaprire, nel femminismo, la «questione scientifica» come «critica femminista della scienza» e questione che riguarda tutti i campi del sapere.

«Il gergo medico non è mai stato un ostacolo per il movimento femminista» e le ormai tante donne scienziate possono essere stimolate a diventare «interlocutrici, in un rapporto dialettico, anche conflittuale». Per pensare «una forma differente di scienza, un sapere non alienato dai soggetti», possono esserci maestre le femministe di colore, le ricerche condotte in condizioni diverse e lontane, «troppo spesso ignorate», che riscoprono «forme non dicotomiche di sapere, saggezza e intelligenza», e le pratiche improntate a «relazioni fondate su reciprocità, azione per il bene comune e rispetto della natura», che rendono possibili «tecnologie utili nella prospettiva di una economia solidale».

Decostruire la «scienza del capitale, patriarcale e razzista», è un impegno al quale in Italia, osserva Corradi, il «fronte laico» ha in larga parte rinunciato sin dai tempi del referendum sulla fecondazione assistita. Le conseguenze si fanno sentire sul dibattito odierno. L’alternativa tra surrogazione gratuita e onerosa omette di considerare che «i problemi di salute per la donna sono indipendenti dal compenso o dalla gratuità»; il richiamo alla «libertà di scelta sul proprio corpo» ignora che ogni scelta avviene in «uno spettro di possibilità ristretto da interessi economici e politici». Il legame coi diritti dei gay, che tende a far bollare come politicamente scorretto il contrasto alla surrogazione, mentre fa dimenticare che «la stragrande maggioranza di coloro che vi fanno ricorso sono coppie eterosessuali» sposta l’attenzione dall’unico soggetto davvero centrale, la donna, e dal sostantivo portatore di interessi: la «potente lobby delle tecnologie riproduttive» che si legittima manipolando l’aspettativa di «un figlio a tutti i costi».

Il pur giusto rilievo secondo cui le tecniche riproduttive possono contribuire al superamento di un modello tradizionale di famiglia e di sessualità si risolve nella «delega del cambiamento politico e sociale alle tecnologie», quando non è associato alla ricerca delle condizioni di «una scienza controllata dal basso» ed è argomentato senza tener conto della differenza sessuale.

Da un punto di vista «post-coloniale e intersezionale», attento alla «critica eco-femminista della scienza» e che «riflette sul rapporto tra donne», Laura Corradi contribuisce al rinnovamento e alla maggiore apertura di una discussione qualche volta provinciale e dimentica che nei confronti del bio-potere («quello sì, contro-natura») che riduce la generazione della vita a fatto tecnico si possono muovere critiche che non originano «da considerazioni religiose o morali ma dall’interesse per la salute delle donne, e che si inseriscono nel contesto internazionale di un femminismo radicale critico e sonoro su questioni riguardanti scienza, salute, ambiente e politiche del corpo».

(il manifesto, 18 settembre 2018 )

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