14 aprile 2017
Leggendaria

Raccontare la trasformazione si può

di Luciana Tavernini

 

Insegnare, prendersi cura, dirigere un’azienda. Esperienze di vita, di lavoro e di cambiamento – personale e relazionale – che cercano una forma di scrittura per dire e dirsi:

Vita Cosentino, Scuola. Sembra ieri, è già domani. L’autoriforma come trasformazione della vita pubblica, a cura di Marina Santini e Alessio Miceli, Moretti & Vitali, Bergamo 2016, pp. 282, euro 18,00

Franca Fortunato, Sai chi è Lina Scalzo?, e-Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano 2016, pp. 22, scaricabile gratuitamente da www.libreriadelledonne.it

Luisa Pogliana, Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende, Guerini Next, Milano 2016, pp.142, euro 17,00

 

Sempre più donne creano libri “su misura” per dire ciò che hanno scoperto o vanno scoprendo: prendono dai generi letterari quelle caratteristiche che possono mettere in luce le loro pratiche, come facciamo quando ci vestiamo per essere al meglio, senza la pretesa che le nostre scelte divengano delle divise.

Così possiamo leggere libri che ci sorprendono non solo per quello che dicono ma anche per le sfaccettature della loro composizione.

In Scuola. Sembra ieri, è già domani incontriamo dapprima un’autobiografia politica – non a caso intitolata “Incontri che trasformano. Una storia non singolare” perché in essa ritroviamo passaggi delle nostre esistenze degli ultimi cinquant’anni – in cui Vita Cosentino indica ciò che per lei ha prodotto cambiamento, inducendoci al confronto: dal trasformare i divieti paterni in occasioni per salvare l’essenziale (l’amore per la scrittura e la cura di chi è più debole), alle sperimentazioni personali e collettive del ’68, alla scoperta del piacere dell’insegnamento, al femminismo per lei più fecondo di invenzioni e di possibilità di azione politica dal 1980 in poi. Se in questo primo testo le possibilità che si sono aperte sono indicate in un linguaggio limpido e sintetico, nel resto del libro vediamo come sono state giocate in vari momenti storici e che cosa hanno prodotto.

Il libro infatti prosegue con sei raccolte di testi, scritti in più di venticinque anni dall’autrice, alcuni con altre e altri per riflettere su esperienze condivise, testi scelti insieme a Marina Santini e Alessio Miceli, due insegnanti che li hanno selezionati “sulla base di quanto risuona nel presente”. E così ci troviamo di fronte a un punto essenziale di questo modo di intendere la politica: riesco a dire ciò che faccio soprattutto in relazione con un’altra e anche con un altro, se non ha la pretesa che la sua sia la sola visione possibile del mondo. Nei testi veniamo sempre a conoscenza degli intrecci di relazioni che hanno generato i cambiamenti.

Inoltre non è la cronologia che ordina, anche se di ogni saggio nella essenziale nota iniziale viene presentato il contesto e quando è stato reso pubblico (un convegno, una rivista, un libro…), ma il desiderio di offrire alcune di quelle scoperte che hanno cambiato il modo di intendere e di fare politica. Essendo l’autrice un’insegnante che ha lavorato dagli anni Settanta in poche scuole sempre di periferia, le esperienze da cui nasce questo sapere hanno al centro la scuola. Diverse volte i saggi si illuminano di racconti emozionanti: infatti è in atto una ricerca che parte da interrogativi veri, mossi da un’attenzione amorosa verso le creature piccole e tutti i soggetti che vivono loro attorno.

 

Illuminare l’esperienza

Come dice il titolo della collana, diretta da Annarosa Buttarelli, in cui il libro è inserito, Pensiero e pratiche di trasformazione, è leggendolo che possiamo incontrare il venire alla luce di parole che illuminano l’esperienza. E, come ogni nascita, richiede attenzione non solo da parte di chi scrive ma anche da parte di noi che leggiamo. Qui dunque posso solo fare brevi accenni. Innanzi tutto Vita Cosentino sa vedere cosa produce l’irruzione della soggettività, quella femminile, l’imprevisto storico del nostro tempo: sa nominare i cambiamenti nel modo di essere insegnanti in classe e nelle relazioni con altre colleghe, come, ad esempio, trovare e proporre figure femminili perché ragazze e ragazzi possano modificare il loro immaginario e inventare modalità in cui nel corpo sessuato, visto come unicum, le varie aree corporea, affettiva, cognitiva siano attivate insieme.

Quello che le permette di continuare a inventare pratiche trasformative e a metterle in parola, superando la semplice narrazione di un’esperienza, è il rapporto costante con la Libreria delle donne di Milano e una politica della libertà che le corrisponde. Lei può esserci da subito nel mondo con i suoi desideri più profondi, senza rimandarli a dopo “la presa del potere”; capisce con altre qualcosa in più di sé e del mondo senza voler applicare una teoria generale, pensata da altri; può agire instaurando rapporti personali, dando credito a “un cambiamento di sé” nel presente nelle relazioni in cui ci si trova; sa così inventare pratiche di vita sottratte al potere, mettendosi in gioco, avendo e dando fiducia, grazie alla forza trasformativa della lingua.

Infatti nella parte finale dal suggestivo titolo Tutto è lingua viene sottolineato come il dare forma propria a ciò che si sente, l’espressione di sé, in particolare con la scrittura, è un bisogno fondamentale di ogni essere umano. L’autrice allora può polemizzare con alcuni aspetti della scuola di Barbiana di Don Milani o con Le 10 tesi per un’educazione linguistica democratica, riuscendo ad andare oltre proponendo, ad esempio, “una pratica di scrittura relazionale, non solitaria ma interlocutoria”.

Nota come le nuove generazioni cerchino il riferimento nelle figure adulte e come sia importante trovare strumenti per esprimere giudizi: infatti punizioni o terrorismo verbale sono percepiti come poveri e quindi, invece di legare autorità e potere al ruolo o alla materia da insegnare, occorre assumerli con la parola dove la misura dell’esattezza del discorso non è data una volta per tutte ma dal non falsificare la realtà aprendo alla libertà dell’altra/o, dando consapevolezza ad allieve e allievi della loro capacità di usare una lingua viva.

Nel libro si ragiona su cos’è movimento politico, mostrando esperienze come il Seminario di Pedagogia della differenza di Milano all’inizio degli anni Novanta, o l’autoriforma gentile, dove donne e uomini hanno sperimentato il pensare insieme, riuscendo a dire e fare iniziative, fuori dal coro delle istituzioni della sinistra, sulle “riforme, maledette riforme”, tenendo viva “la felicità di insegnare”. Vita Cosentino ha saputo cogliere la politicità delle lotte delle maestre per la difesa del tempo pieno o di quelle per opporsi agli aspetti disumani degli sgomberi dei campi rom, mostrando il “valore in più” che sanno dare alla vita di tutta la società, grazie al loro saper stare vicino alle creature piccole. Ecco allora scorrere diverse esperienze dal convegno Le maestre e il professore, al film L’amore che non scordo, alle assemblee contro il cosiddetto “maestro unico”, all’attenzione per le pratiche delle maestre e delle mamme di via Rubattino a Milano, alle modalità di un’osservazione, seguita dalla conversazione con la maestra della classe osservata, e altro ancora.

Il libro ci ripropone documenti degli ultimi venticinque anni e ci aiuta a ripercorre momenti in cui le e gli insegnanti hanno aperto un confronto sul tipo di società in cui desideriamo vivere, mostrando il modo relazionale con cui sono riuscite in alcuni casi a far tornare sui suoi passi il Ministero, come nel caso del concorsone per dare aumenti ad alcune/i, perché hanno saputo mettere in luce che ciò che rende buona la scuola non è la conoscenza – da parte dell’insegnante e poi delle classi – del massimo di nozioni e neppure il saper strutturare una lezione dove tutto passa secondo programmazione, ma il saper progettare con l’apertura all’imprevisto, suscitando “domande vere”, quelle di cui non sappiamo già le risposte.

 

Nominare i cambiamenti

Con l’entrata in massa delle donne nel mondo del lavoro diviene sempre più urgente l’impegno a osservare e nominare i cambiamenti prodotti. Mi pare che in questa direzione si siano mossi alcuni recenti libri che mi hanno dato la sensazione del diradarsi della nebbia delle interpretazioni stantie.

Accennerò a Sai chi è Lina Scalzo? di Franca Fortunato e a Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende di Luisa Pogliana.

Il primo è un e-book in duplice formato e-pub e pdf, che inaugura la collana di Quaderni elettronici pubblicati dalla Libreria delle donne di Milano. Si tratta di un’intervista introdotta però dall’autobiografia di un’amicizia politica quarantennale tra l’autrice e l’intervistata, senza la quale non sarebbe stato possibile mettere in luce le trasformazioni e le contraddizioni aperte nelle istituzioni assistenziali.

Il racconto di Lina Scalzo, che prende slancio dalle domande di Franca Fortunato, ci mostra come dal 1943 alcune donne, mettendosi in gioco interamente abbiano inventato pratiche all’origine del welfare state. Ripercorrendo momenti salienti della sua esperienza lavorativa e non solo, Lina va al cuore dei problemi che toccano la cura, indicando alcune pratiche che mettono in discussione le modalità neutralizzanti e aziendalistiche che sembrano rendere i servizi più efficienti ma stanno pericolosamente disumanizzando “gli utenti”. Ci mostra come è necessario il rispetto della soggettività dell’altra, persino quando non è più viva, di come sia possibile la costruzione di un ambiente familiare, in cui ricoverate e assistenti lavorino insieme e abbiano così il senso di poter contribuire, ciascuna a modo suo, al benessere di tutte. Anche qui non troviamo protocolli, ma leggiamo racconti che ci aiutano a evitare l’ordinaria, e forse inconsapevole, disumanizzazione nell’efficienza e neutralità, oggi predicati. Anche qui il sapere non è tutto da una parte ma si costruisce insieme, dando spazio alla soggettività dell’altra. È infatti dall’ascolto di alcune ricoverate che si possono imparare gesti di rispetto come entrare nella stanza salutando, chiudere la porta, smettere di parlare tra assistenti mentre si lava e si veste una donna, alzare il lenzuolo quello che basta rispettando il pudore del corpo, lasciare sui comodini gli oggetti personali, tanto per fare degli esempi. Inoltre ci confrontiamo con le riflessioni sui cambiamenti, conseguenza della legge sulla parità del 1977. In modo pacato il libro mostra le contraddizioni dei reparti misti: dagli operatori che faticano a imparare dalla competenza femminile maturata negli anni; alla perdita, nel rapporto con gli uomini, di intimità e libertà delle donne ricoverate; alla loro difesa dalla prepotenza e aggressività di alcuni. Problemi da tener presente per dare giorno dopo giorno soluzioni. E poi invenzioni come la pratica del ricostruire le storie personali, andando nei luoghi d’origine delle ricoverate, incontrandovi le persone rimaste nei ricordi: una modalità che non separa corpo, affettività, apprendimento, che tiene insieme passato e presente. Una pratica che crea consapevolezza di come in diversi casi, alla base di un disturbo psichico vi sia stata una violenza maschile taciuta, che ora siamo in grado di svelare, senza colpevolizzare la donna che l’ha subita, anzi liberandola, seppure siano passati tanti anni.

Un libro breve e intenso che non è solo utile nei corsi professionali e universitari, compresa medicina e psichiatria, ma aiuta tutte le persone che si prendono cura di chi ha bisogno di aiuto perché riesce a darci orientamenti che rendono più felice la nostra vita. Un libro, anche questo, dove si vede in atto l’importanza della politica del simbolico, quella politica che, riuscendo a mettere in parole l’esperienza, grazie alla relazione almeno con un’altra, ci rende consapevoli della direzione del nostro agire in una situazione e ci dà maggiori energie per continuare ad impegnarci.

Il testo di Luisa Pogliana Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende, suddiviso in brevi capitoli e paragrafi, intervallati dal racconto puntuale di situazioni precise, mette in discussione il modo di concepire il management volto alla ricerca di risultati a breve termine da portare agli azionisti dell’azienda, imponendo le scelte attraverso una gerarchia rigida e ruoli predefiniti e controllandone l’esecuzione. Promotrice dell’associazione donnesenzaguscio, l’autrice, discutendo con le altre dell’associazione, con Giordana Masotto e Lia Cigarini, e coinvolgendo diverse manager, ha mostrato come alla base di soluzioni innovative vi sia una diversa concezione non solo del modo di dirigere un’azienda ma dell’azienda stessa.

Le manager di cui vengono presentate parecchie esperienze, scelte di volta in volta come esempio di attuazione di un criterio, di un orientamento, invece di imporre modelli, programmi e procedure, cioè norme e procedure stabilite prima, propongono metodi, progetti, processi cioè un cammino per tendere a una meta, andando avanti. Esse gestiscono il presente, progettano nella realtà creando situazioni di controllo e responsabilità diffusa, non temendo di svalorizzarsi perché “la responsabilità, come la conoscenza o un sentimento, è qualcosa a cui non si rinuncia nel momento in cui si condivide”. Si tratta di imparare a scoprire e coltivare le potenzialità di chi si dirige, creando però sistemi premianti sia con una retribuzione materiale che immateriale. Le donne, soggetti complessi che nel lavoro portano tutta la complessità della vita, creano modalità di riconsiderare il tempo – sia, ad esempio, con il part time sia con il lavoro agile – ma fanno in modo che queste modalità non portino alla maggiore precarizzazione e a una perdita di professionalità. Non solo: la maternità ma anche la paternità, delle dirigenti e delle e dei dipendenti diventano stimolo per soluzioni che portano innovazioni e profitto alle aziende, invece di essere trattate come inciampi. Tante le pratiche proposte non usando il linguaggio specialistico, anche se l’autrice lo conosce bene e lo cita quando vuol farci cogliere meglio la diversità dell’approccio proposto anche nel caso di quei termini come accountability o smart-working che sembrano avvicinarsi.

Questi tre libri, pur nella varietà dei contesti presentati e in cui sono nati, hanno in comune alcuni aspetti che li rendono interessanti per tutte e tutti. Sono esempi della necessità per le donne, dopo decenni di attività in un ambito lavorativo, di mostrare i cambiamenti prodotti soprattutto da loro, a partire dall’idea stessa di cambiamento: Cosentino parla di metamorfosi (non si è più come prima senza avere la pretesa di aver distrutto ciò che c’era prima), Pogliana parla di esplorare i confini, riuscendo a spostarli. Viene usata consapevolmente la lingua materna al posto dei linguaggi tecnici del campo lavorativo su cui riflettono. Vi è una capacità tutta politica di vedere criteri e orientamenti che guidano i cambiamenti prodotti da alcune donne senza ridurli a racconti estemporanei di buone soluzioni valide per quelle situazioni specifiche e senza pretendere che diventino ricette. Si tratta di una capacità che matura nella relazione di attenzione e dialogo con almeno un’altra, per condividere innanzi tutto con lei il sapere che l’esperienza raccontata genera e poi con il mondo attraverso l’impegno della scrittura.

(Leggendaria n. 121/2017)

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