4 febbraio 2015

Rappresentare e contrattare a misura dei soggetti in carne ed ossa

di Lia Cigarini

Intervento al convegno “Rappresentanza sindacale: la lezione dei Consigli e il futuro da contruire” organizzato da Associazione Pio Galli e FIOM nazionale (Lecco 30.01.2015)

Voglio precisare che qui esporrò il pensiero elaborato sul lavoro, sul sindacato e sulla delega da un gruppo costituito più di vent’anni fa, che comprendeva donne della Libreria delle donne di Milano e sindacaliste, sia funzionarie che delegate. Scopo del gruppo era quello di ascoltare ed elaborare l’esperienza lavorativa delle donne entrate in massa nel mercato del lavoro a partire dagli anni ’80.

Voglio anche dire che questo testo in particolare è stato pensato e scritto insieme a Giordana Masotto.

Non parlerò di donne né come categoria né come genere. Parlerò di soggetti politici – donne e uomini – uno dei problemi chiave che oggi abbiamo di fronte.

Lo scenario della fabbrica dal 69/70 è ben noto: movimenti e sindacato si contendono lo spazio della fabbrica e del lavoro. I consigli dei delegati sono stati lo strumento con cui il sindacato ha saputo misurarsi con la grande partecipazione di stampo movimentista di quegli anni. Non si è arroccato in difesa, ma ha corso dei rischi, riconoscendo la forza di quei movimenti e di quella partecipazione.

A mio parere, l’elemento simbolico che più caratterizza l’esperienza dei consigli è la scheda bianca, cioè una scheda senza alcun nominativo indicato. Il delegato eletto, quindi, è espressione diretta del gruppo di persone con cui lavora, ne è parte (gruppo omogeneo). Questo simbolo si è perso: anche nell’attuale progetto di legge Fiom ci sono liste di nomi proposte dalle organizzazioni sindacali. Senza entrare qui nel merito dell’evoluzione – o sarebbe meglio dire, involuzione – dei consigli, mi preme solo sottolineare il ben noto passaggio ai comitati esecutivi per evidenziare un fatto illuminante, una spia del conflitto tra i sessi non dichiarato, accaduto credo alla Siemens di Milano: lì molte donne erano state delegate dai reparti, tuttavia, nel comitato esecutivo non ce n’era più neppure una.

In modo insolito in questi convegni, io vi disegnerò ora un secondo scenario a partire dal recente film dei fratelli Dardenne “Due giorni una notte” Sandra, la protagonista, ha un marito, due figli e un lavoro presso una piccola azienda di pannelli solari. Sta uscendo da una brutta depressione. Proprio per questo Sandra sta perdendo il suo lavoro, grazie a un tipico ricatto dei giorni nostri: o la borsa (un bonus da mille euro per i colleghi) o la vita (il posto di lavoro per lei). Sandra ha un sabato/domenica di tempo per convincere compagne/i di lavoro a non cedere al ricatto: nella votazione del lunedì si deciderà definitivamente la sua sorte.

Sandra va a parlare ad una ad uno con i colleghi di lavoro. Va nelle loro case. Poi arriva il lunedì e la votazione. Perde il posto. Eppure, ora che è tutto finito, tutto comincia. Sandra ne esce forte perché nelle macerie dei diritti e nella nuova capacità di ricatto dei padroni, agisce in prima persona, si misura con le vite intere degli altri. Ha scoperto le persone in carne ed ossa che sono i colleghi, si è misurata con la loro irriducibile singolarità. Ha immaginato di poter agire politica in prima persona e l’ha fatto. Fragile com’è ha immaginato di poter cambiare la realtà. È questo che l’ha trasformata. La politica e la vita sono tutte qua.

Sandra è diventata forte perché è diventata un soggetto consapevole. Non c’è delega possibile oggi al diventare soggetti politici. Questa è la nuova sfida che ha di fronte il sindacato: misurarsi con i nuovi soggetti del postfordismo senza nostalgie, senza rimpianti, ma cogliendone le enormi potenzialità. Oltre l’individualismo, l’isolamento, le fragilità.

Questo abbiamo cercato di fare in questi anni come gruppo lavoro della Libreria di Milano. Dando vita – insieme ad altre e altri – a uno spazio pubblico di confronto: l’Agorà del lavoro di Milano. Una piazza pensante che vuole ripensare l’economia e il lavoro, tutto il lavoro necessario per vivere, a partire dall’esperienza complessa che ne hanno le donne. Certo, abbiamo il vantaggio di sapere – attraverso la presa di coscienza, la pratica che ha inventato il movimento delle donne – che la consapevolezza e la libertà si costituiscono a partire da sé, dalla propria esperienza messa in comune. E ci appare sempre più chiaro che non ci sono più scorciatoie a questo percorso.

Attraverso questa pratica abbiamo capito alcune cose sui nuovi soggetti politici. Ne voglio evidenziare due, fondamentali.

I nuovi soggetti sono donne e uomini. Invece il ‘900 ha appiattito le donne sul lavoratore maschio. Evitando di affrontare una questione: la divisione sessuale del lavoro. O meglio, immaginando che si sarebbe risolta automaticamente con l’emancipazione delle donne. Invece, le lotte per il salario familiare, le tutele per l’occupazione femminile, il sistema di welfare centrato sulla figura del capofamiglia hanno contribuito a ribadire la complementarietà del sesso femminile rispetto al maschile.

Dopo mezzo secolo di incremento della partecipazione femminile al lavoro retribuito, e dopo diversi interventi normativi per la parità e contro le discriminazioni, il tema più generale della divisione sessuale del lavoro continua a riproporsi come campo di confronto aperto tra uomini e donne, fino a rimettere in questione alla radice la separazione simbolica, istituzionale e normativa tra “lavoro produttivo” e “riproduttivo” tra lavoro per il mercato e lavoro domestico e di cura.

Noi dicevamo che bisogna ridiscutere questa separazione. Ci siamo riuscite: la maternità è oggi nel mercato e di conseguenza è saltata quella separazione. Adesso è ora di riconoscere nessi, interdipendenze e ordine di priorità tra queste diverse componenti del lavoro umano; sosteniamo che la regolazione dell’uno non può avvenire senza ridiscussione dell’altro; non vogliamo più sentir parlare di lavoro, tempi e organizzazione del lavoro, welfare e crescita – e nemmeno di lotte dei lavoratori – senza riconoscere che il lavoro di riproduzione e manutenzione della esistenza umana è componente strutturale di tutto il lavoro necessario per vivere. Questo lavoro non può più essere concepito come un insieme di attività residuali, tenute fuori dalla storia, dall’economia e dal diritto, affidate alla sola benevolenza femminile o alla sola contrattazione tra i singoli. Una responsabilità che rende le donne garanti in ultima istanza della qualità della vita per tutti, nella quotidianità e nel corso di tutta l’esistenza.

Oggi la doppia competenza delle donne cambia potenzialmente di segno alla – non nuova di per sé – messa al lavoro delle donne e getta le basi per un’altra idea di lavoro e di economia del vivere per tutti: è quello che abbiamo chiamato Primum vivere anche nella crisi. Si tratta dunque di riconoscere che non è più possibile pensare di modificare i rapporti di produzione – e i rapporti sociali che ne derivano – senza pensarli insieme a quelli di riproduzione, e senza ripensarli entrambi alla luce della divisione sessuale del lavoro che li sottende.

Solo se accettiamo questa complessità del concetto ( e della materialità) del lavoro sociale necessario nelle società contemporanee – e solo se accettiamo senza troppa paura la conflittualità che può derivarne sia tra uomini e donne sia tra capitale e lavoro – possiamo discutere di lavoro oggi, di forme e azioni politiche, di istituti normativi. Solo se assumiamo questo inedito – storicamente – punto di vista in tutta la sua valenza politica siamo in grado di fare spazio tra le macerie post fordiste e di (ri)metterci in gioco, donne e uomini, lavoratrici e lavoratori.

Una nota a margine su questo punto.

Siamo in relazione con molte sindacaliste presenti nell’Agorà del lavoro soprattutto quelle di Brescia, Reggio Emilia, Pesaro e alcune di Milano sia funzionarie che delegate. Dalla loro esperienza cresce la necessità urgente di fare un bilancio della presenza delle donne nei sindacati (oltre che nei partiti e nelle istituzioni). Molte dicono che le quote non hanno aiutato. Anzi, unendosi alla ideologia della conciliazione, sono state il bromuro che ha spento la capacità di portare il conflitto per modificare nella sostanza il pensiero e la pratica sindacale e politica. Lo dicoco chiaramente Michela Spera e Laura Spezia in un articolo su Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne (inserto Pausa lavoro): negli anni ‘70 e inizio ‘80 c’è stata un’esperienza nel sindacato che si caratterizzava per un forte intreccio tra femminismo e lavoro che puntava a costruire una soggettività politica delle donne nel sindacato. Secondo molte sindacaliste riesci ad agire il conflitto per cambiare le cose anche all’interno del sindacato se hai una pratica politica in autonomia. A partire dalla seconda metà degli anni ‘80 invece, è prevalsa l’omologazione e così è iniziata una lunga battaglia insensata sulle quote e le norme antidiscriminatorie. Questo non ha risolto e non risolve la questione fondamentale per le donne nel sindacato: affermare il punto di vista delle donne per operare modifiche nel lavoro e nella società.

Mettere a fuoco la divisione sessuale del lavoro ci porta al secondo aspetto fondamentale dei nuovi soggetti.

Nei nuovi soggetti lavoro e vita si intrecciano in forme e misure inedite nella storia: sono soggetti in carne ed ossa che non possono e non vogliono più dividere tempo di vita e tempo di lavoro, bisogni, necessità, e desideri.

Vogliamo lasciare che tutto ciò sia colonizzato dal neoliberismo onnivoro? Che l’abbia vinta il biocapitalismo nel suo intento di mettere al lavoro e trarre profitto dalle vite intere?

Molte donne e uomini sono convinti che ci sia una strada di libertà. E comunque da qui non si torna indietro. Sono intrecci complessi ma inevitabili se vogliamo raccogliere la sfida del presente. Ad esempio, i nuovi soggetti, soprattutto le donne, sono sensibili al tempo di lavoro e al senso del lavoro cioè a mettere in discussione l’organizzazione del lavoro, spesso più che al denaro. È un dato interessante, che però si intreccia con la piaga forse più grave dei nostri giorni, quella del lavoro non pagato (emerge benissimo in occasione di Expo). E cioè anche quando c’è il lavoro, è pagato pochissimo. Anche qui si intrecciano esperienze e desideri complessi, storie progetti e speranze che non si possono appiattire in un obbiettivo univoco.

Penso quindi che il sindacato debba chiedersi che cos’è il lavoro e come creare lavoro, cioè debba decisamente entrare nel campo dell’economia e cercare di ridare un senso al lavoro.

Giorgio Lunghini in un articolo pubblicato su Il Manifesto (15.06.2013) si avvicina al punto di vista delle donne sul lavoro quando afferma:

Non si tratta di uscire dal capitalismo ma di occupare quella terra di nessuno dell’economia e della società nella quale le merci non pagano (…) una terra abitata dalle tante attività che non sono mosse dall’obiettivo del profitto (…) la terra del lavoro concreto, del valore d’uso (…) principalmente lavori di cura in senso lato delle persone e della natura”.

Apprezzo il testo di Lunghini non solo per quello che dice sui lavori concreti, ma anche perché inserisce il lavoro di riproduzione e manutenzione dell’esistenza umana e della natura in un quadro economico più generale. Infatti, sottolinea:

I valori d’uso prodotti dai lavori concreti comporterebbero un aumento dei salari reali e non avrebbero effetti inflazionistici (…) poiché producendo valori d’uso servono direttamente a soddisfare i bisogni sociali, ma indirettamente servono anche a migliorare le condizioni e la stessa produttività dei valori di scambio prodotti dal lavoro astratto”.

Sottolineo però, un po’ polemicamente, che la terra di nessuno di cui parla Lunghini è in realtà una terra che le donne conoscono bene per averla percorsa palmo a palmo coltivata e arricchita da secoli.

Invece, anche i più acuti osservatori delle dinamiche sociali, economiche e politiche, come Lunghini, si ostinano a non registrare a livello di paradigmi cognitivi l’esperienza umana delle donne che viene sussunta nel maschile: la sussunzione delle intere vite non è evidentemente appannaggio solo del neoliberismo.

I nuovi soggetti, in cui si intrecciano così radicalmente vita e lavoro, tendono a non delegare a un partito o a un sindacato, ma sono disponibili a partecipare in misura mobile e variabile alle lotte del lavoro. Questo mette in discussione, e in difficoltà, i delegati di oggi che si ritrovano a fare un lavoro tra il consulente, il confessore, l’assistente sociale, la psicologa.

Molte sindacaliste in Agorà hanno detto che spesso sono le donne a fare questo lavoro di ascolto individuale, ma sono poi soprattutto gli uomini a essere in maggioranza nelle commissioni trattanti che finiscono così per essere separate da questo lavoro politico di base.

Molte donne nel sindacato vorrebbero scardinare questa separazione, cioè, vorrebbero rendere evidente e fare accettare il nesso tra queste due parti del lavoro sindacale: cioè tenere insieme contrattazione individuale e contratti generali, centralità dell’esperienza della singola/o che lavora e forza per tutte/i.

Avere donne in posizioni dirigenti e avere i numeri – tante donne – a mio parere non garantisce neppure nel sindacato. Bisogna elaborare con più precisione il nuovo paradigma conoscitivo di tutto il lavoro necessario per vivere, essere dirompenti e portare avanti i propri temi.

Non si tratta più dunque di ripensare il soggetto politico solo come soggetto collettivo. Si tratta di ripensare una conflittualità e un agire politico a misura dei nuovi soggetti. Nella consapevolezza che le vite di tutti sono inesorabilmente singolari e che tutti i pezzi delle nostre vite sono connessi. È tempo di riprendere in mano l’iniziativa nei luoghi di lavoro e anche nei lavori che non hanno luogo (autonomi, parasubordinati, consulenti del terziario avanzato, ecc).

Il lavoro è frammentato e, per un’intera generazione – quella tra i 20 e i 35 – così precario da non avere un senso centrale nella loro vita, pur occupandola. Mi chiedo allora se il sindacato riuscirà a misurarsi – come ha fatto ai tempi dei consigli – con questa realtà che è cambiata così velocemente. Va bene dare autorità ai delegati e alle loro decisioni. Ma perché il sindacato non tenta un confronto, creando luoghi fisici dove incontrarsi con tutte le figure, (informatici, consulenti del terziario, pubblicitari, ricercatori, traduttori) – sia donne che uomini – che lavorano intorno e per l’impresa, piccola media e grande? Un tempo c’erano le leghe. È probabile che oggi non siano più proponibili. L’Agorà del lavoro di Milano era ed è un tentativo in questo senso. La grande forza che il sindacato ha ancora nella nostra regione può nventare altre forme, magari più incisive.

Concludendo. Mi sembra che la profezia di Simone Weil sia attuale: la giustizia sociale, una buona vita per tutti e la libertà per lavoratrici e lavoratori o saranno opera dei lavoratori stessi o non saranno.

La rappresentanza delle organizzazioni – diceva lei e io lo condivido – è un problema importante ma secondario rispetto alla presa di coscienza dei deleganti, i soggetti che vivono e lavorano.

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