13 febbraio 2015

Recensione a “άνευ µητρός/senza madre” di Stefania Tarantino

di Alessandra Macci

Una versione parziale di questa recensione di Alessandra Macci è apparsa su “Il Mattino” (edizione nazionale) il 7 febbraio 2015. Qui la si propone nella sua versione completa.

 

 

άνευ µητρός/senza madre L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil (La scuola di Pitagora, Napoli 2014) di Stefania Tarantino, filosofa e musicista napoletana, è un libro di grande interesse che tiene insieme il pensiero delle donne dell’Europa del Novecento senza tralasciare quelle della propria città natale. Che cosa significa “senza madre” riferito all’Europa e perché è importante domandarsi cosa significa che l’Europa ha perduto l’anima? Queste le domande cui l’autrice cerca di dare una risposta. Lo fa percorrendo la storia dell’Europa a partire dal passaggio che ha luogo in Grecia dalla tradizione orfico-pitagorica a quella platonico-aristotelica. È noto che, nella prima tradizione, era prevalente il rapporto con il mistero della vita, con la physis, mentre, nella seconda, in particolare nel salto concettuale aristotelico, la Sostanza diventa l’Essere. In questo slittamento si perde il corpo e più specificamente si perde il corpo femminile che procreando dà vita alla vita stessa. Contrariamente il maschile, pensando, dà vita al concetto. Ed è tra la vita corporea e la vita filosofica, tra la genealogia femminile e la “maieutica” maschile che si gerarchizza la prevalenza della seconda sulla prima. Il Concetto produce un effetto di padronanza sulla realtà e rende l’uomo simile a Dio, mette in competizione la creatura con il creatore dando origine al processo storico che porta al dominio della Forza. La Forza deve sottomettere la natura al destino umano e così questo entra in competizione con Dio. La storia che ha vinto in Europa è la storia della Forza, della competizione, del conflitto tra gli uomini, ma, dice la Tarantino, un’altra Europa è possibile se ritorna il rimosso. Facendo leva sulla vita e sul pensiero delle donne si ritorna alla materia, al corpo, al materno che è vita e grazia. Per far tornare il rimosso serve un metodo, una strada, una via, tracce da ripercorrere, sentieri interrotti da riaprire, riattivare. All’azione rivolta al conseguimento dell’obiettivo, bisogna contrapporre l’azione/inazione, quell’azione cioè che si lascia vivere di inerzia, che si abbandona al destino, che ama il destino e che sa vivere di necessità. Un’azione che non vuole, che non ambisce a niente, che non ha scopo, che nella sottrazione e nel vuoto coglie il senso profondo del sacro. Esattamente ciò che fa Maria Zambrano, cui il testo si riferisce, ripercorrendo le tracce della migliore tradizione mistica spagnola da Seneca, il vero eroe della filosofia spagnola, a Giovanni della Croce, fino ai più profondi interpreti del misticismo spagnolo medioevale. Così come la Weil, l’altro grande faro cui guarda il libro della Tarantino, che orienta una diversa tradizione culturale europea. Per la Weil l’esperienza del sacrificio della vita è accompagnato ad una rigorosa destrutturazione della “persona”. La persona è il punto su cui convergono tutte le incorreggibili distorsioni delle eredità storiche europee. La persona come soggetto di diritto non è altro che il maschio-bianco-proprietario-occidentale, gli altri non sono persona, meno che mai lo è la donna, l’unica che sa fare del dovere una via. Il dovere è impersonale, anonimo, non chiede nulla. È nuda materia e si offre alle necessità del destino. La saggezza dell’impersonale recupera la profonda eredità della civiltà mediterranea prima di quella greco-romana. I romani hanno con il loro diritto imposto l’imperialismo della forza, della guerra, del dominio mentre il pensiero greco si collega al pensiero orientale, ben più profondo. Nel nostro tempo l’Europa farebbe bene a ritrovare queste radici guardando a Oriente, leggendo i testi sacri della Cina e dell’India che tracciano, insieme alle esperienze orfico-pitagoriche, la strada di una pratica vitale fatta di azioni non-azioni. Bisogna, dunque, essere coraggiosi per scendere negli inferi, nella profondità oscura della propria anima e lì incontrare il sacro che è contatto “intimo” con la materia.

Amica e figura mediatrice tra la pensatrice spagnola e la pensatrice francese fu la scrittrice e poetessa Cristina Campo. Traduttrice e lettrice attenta delle due filosofe, la Campo metterà in luce, tra l’altro, come, in un tempo in cui si è divorati da se stessi, dai propri e altrui personaggi, e da un sociale che continua a fare da specchio ai soli rapporti di forza che forse basterebbe iniziare a liberarsi dall’ossessione di sé per avere “la forza di accettare insieme l’ordine del mondo e ciò che di continuo lo supera”. Così la politica, quella per la quale vale la pena di spendere la propria vita, non può essere più solo tecnica, conquista, espansione ma poesia, religione, arte, mistica. La Tarantino, musicista-filosofa, richiama i versi della canzone di Fabrizio De André, “Il Testamento di Tito”: “Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”, dove si coglie pienamente il cuore del dolore del cristianesimo. Ascoltando questi versi, quante volte ci siamo chiesti perché Tito non prova dolore? Ma proprio quando questo si trova di fronte a qualcuno che ha sofferto per lui e che si è fatto carico delle sofferenze altrui per amore, solo allora, comprende e ci fa comprendere quel dolore, mai provato per il male che ha/abbiamo causato, e dice: “ho imparato l’amore”, ha imparato ad amare. Perché all’amore ci si educa. Nell’amare è insita la gratuità dell’atto, una grazia che può venire solo dall’azione educatrice semplice e tenera della madre, delle madri. E solo così un possibile “incipit vita nova” per l’Europa a venire.


(www.libreriadelledonne.it, 13/2/2015)

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