3 febbraio 2017

Record di donne (senza quote!)

di Lorenza Zanuso

Il Corriere della sera del 29 gennaio 2017 ha dedicato due pagine dal titolo Milano, record di donne che lavorano (e conquistano le nuove professioni) ai risultati dell’indagine Equipe 2020, condotta per Italia Lavoro da Lorenza Zanuso e Roberto Cicciomessere. Pubblichiamo una breve esposizione di questa ricerca, che Lorenza Zanuso ha preparato per il Gruppo Lavoro della Libreria delle donne.

La fonte: è un lavoro sui Microdati della Rilevazione campionaria dell’Istat sulle forze di lavoro del 2014, aggiornato con i coefficienti di riporto all’universo emessi nel secondo trimestre 2015. È la prima volta che sono disponibili i dati sui grandi Comuni italiani e non sono mai stati analizzati prima su Milano e Comune di Milano. Su questo database abbiamo lavorato in due: io ho analizzato il lavoro dei residenti nel Comune di Milano (di cui 268.000 donne occupate), Roberto Cicciomessere ha analizzato l’insieme delle persone che lavorano abitualmente a Milano anche se residenti altrove (191.000 donne occupate in più, provenienti in gran parte dalla Provincia e dalla regione). L’insieme dei risultati è stato pubblicato da Italia Lavoro, con una introduzione di Anna Ponzellini e Antonella Massara, a cui si deve la disponibilità dei dati (non sono “open data”, e questo è un elemento in sé su cui varrebbe la pena di discutere: perché i microdati non sono disponibili a chiunque voglia elaborarli ?).

Cosa ho analizzato e le scelte di analisi:

– ho approfondito la parte che riguarda le donne residenti nel Comune di Milano

– ho considerato tre fasce d’età: 20-29, 30-44, 45-64 italiane e straniere (escluse le ragazze 15-19, che sono per la quasi totalità “inattive” perché impegnate negli studi)

– ho analizzato la pluralità che attraversa il mondo femminile piuttosto che il confronto con gli uomini

– ho considerato in particolare 2 dimensioni:

a) quella generazionale

b) quella italiane-straniere.

In merito alla dimensione italiane-straniere: sul lavoro, anche quello maschile, non si capisce più niente se non si distingue tra queste due popolazioni, molto diverse per cultura, mentalità, aspettative di vita, tipo di lavoro. La popolazione femminile straniera è il 17% della popolazione femminile milanese complessiva (era il 7% dieci anni fa). Però, siccome le straniere sono concentrate nell’età giovanile e riproduttiva, la quota di straniere è più del 30% delle donne tra i 30 e i 44 anni.

Il contesto, cioè il Comune di Milano

È quasi completamente terziarizzato. L’83% degli uomini e il 93% delle donne è occupato nei servizi, e le professioni artigiane e operaie riguardano solo il 5% degli occupati totali (8% M e 1,2%F). Sono famosi i primati di Milano: capitale della finanza, del mondo bancario, delle multinazionali, la prima per prodotto interno lordo, export, investimenti stranieri, la prima per consulenti di impresa. Capitale della moda, del design e dell’industria culturale, sede delle principali imprese editoriali, di stampa e comunicazione, dei principali gruppi televisivi e radiofonici privati. C’è la concentrazione delle grandi strutture ospedaliere, della ricerca, dell’industria sanitaria. C’è poi la macchina del consumo: negozi, locali, ristoranti ecc.; c’è l’area dei servizi privati e pubblici destinati alle famiglie; e tutta l’area dei servizi dell’infrastruttura urbana (trasporti di persone e cose, pulizia, supporto all’edilizia, scuole ecc). C’è una gigantesca offerta di formazione universitaria e extracurricolare (quasi la metà di “altre insegnanti”), con 234 Enti di formazione accreditati, attivi nel solo Comune di Milano.

In questo contesto, i dati principali presi in esame sono:

A) la quantità di donne al lavoro, cioè i livelli di partecipazione

B) la qualità (che tipo di professioni)

C) le forme del lavoro (dipendenti e non/orari/contratti ecc.)

A) LA QUANTITÀ DI DONNE AL LAVORO

Sono dati che mettono di buonumore.

7 donne milanesi su 10 sono al lavoro (il 70% italiane e l’80% straniere sono attive sul mercato del lavoro; e sono occupate il 68,3% del totale residenti 20-64 anni, il 66,3% tra le italiane e il 75% tra le straniere).

Sono dati più alti della media europea (+ 4% occupate rispetto alla media dei 15 paesi europei più sviluppati), e sono incomparabili con la media italiana (18 punti in più della media italiana).

La buona notizia è che il lavoratore milanese è per metà una donna, cioè le donne sono il 48% dei lavoratori a Milano. Sono più della metà tra i giovani ventenni di cittadinanza italiana cioè, quando si dice giovani bisognerebbe pensare alle giovani. E più della metà dei lavoratori stranieri è donna (+ del 50%).

L’altra buona notizia è che se consideriamo i livelli di istruzione di nuovo sono le donne più istruite degli uomini, sia sul totale che man mano che si scende nell’età. Tutte le donne sia italiane che straniere sono più istruite degli uomini al di sotto dei 44 anni. E nelle generazioni più giovani lo scarto a favore delle donne sui livelli di istruzione è altissimo. Tra i 20 e i 29 anni le donne di cittadinanza italiana sono laureate al 60% e gli uomini al 35%!

Credo si possa dire che Milano, dal punto di vista della quantità dell’occupazione di italiane e straniere, è davvero una città inclusiva.

B) LA QUALITÀ DEL LAVORO

Stanno cambiando le figure del lavoro: la centralità sia statistica che normativa del lavoratore, come veniva inteso, cioè maschio-bread winner-8 ore-italiano ecc. non ha più senso.

A Milano la maggior parte dei lavoratori (il 51%) – maschi e femmine, italiani e stranieri nel complesso – lavora in professioni ad alta qualificazione. Circa 1/3 è nelle posizioni intermedie che sono le attività commerciali e di servizio a media qualificazione, gli artigiani e gli operai. Il 17% nelle professioni non qualificate.

Cioè Milano è fatta di un vasto ceto medio con una quota intorno al 17% di professioni non qualificate.

In questo contesto la linea di stratificazione più importante è quella tra italiani e stranieri, non tra uomini e donne:

nella popolazione italiana più di 6 maschi su 10 e più di 6 femmine su 10 fanno lavori ad alta qualificazione

totalmente opposta la situazione degli stranieri: più della metà dei maschi stranieri e più della metà delle donne straniere fanno lavori non qualificati.

C’è quindi una polarizzazione estrema tra le due popolazioni che solo in parte è giustificata dai diversi livelli di istruzione. Infatti il 71% di tutte le straniere, cioè 50.000, lavora nella cura personale e domestica, nel supporto all’assistenza sanitaria di basso livello e nel lavoro di custodia e pulizia. Mentre il 40% ha un diploma e il 19% sono laureate (senza tener conto di chi deve nascondere la laurea per trovare lavoro).

Per quanto riguarda la distribuzione professionale tra maschi e femmine, l’80% delle donne lavora in gruppi professionali “misti” dove la proporzione tra uomini e donne oscilla intorno alla metà degli occupati (tra il 45% e il 53% degli occupati). Solo nelle professioni apicali – alta dirigenza, alta imprenditoria che però è un segmento piccolissimo, il 3,4% del totale occupati – rimane una divisione del lavoro (sotto o non presenza nei luoghi decisionali e di potere) ancora molto accentuata tra uomini e donne. Poi le donne sono molto sottorappresentate nelle poche occupazioni artigiane e operaie e dei conduttori di impianti e veicoli (1,2%F, 8,6% M).

C) LE FORME DEL LAVORO

Anche qui ci sono sorprese, con aspetti ambivalenti ma quantitativamente molto importanti.

Nel complesso dell’occupazione delle donne milanesi il grosso è fatto da lavoro dipendente e indeterminato, però se si va a vedere quante delle lavoratrici dipendenti lavorano come dipendenti a termine, quante a part time ecc. viene fuori che chi fa il lavoro dipendente, a tempo indeterminato e full time è meno della metà delle donne occupate (48%), e meno di un terzo tra le lavoratrici più giovani (34% italiane, 26% straniere). E anche poco più della metà degli uomini occupati (anche tra gli uomini solo il 59,6 % fa il lavoro standard).

Sarebbe importante che si incominciasse a cambiare la visione del lavoro, di come si parla del lavoro: dove è finito “Il LAVORATORE” di un tempo?

Sul lavoro a termine ad esempio, che riguarda il 7% del totale occupate, se si va a vedere si trova che coinvolge il 31% delle giovani occupate di cittadinanza italiana. E ancora, il part-time nel caso delle donne, riguarda il 35% delle occupate ed è enormemente aumentato negli ultimi 6 anni, ma è aumentato pochissimo tra le italiane (oggi al 26%) e moltissimo tra le straniere (oggi al 55%). Tra le straniere, si tratta per la metà di un part-time involontario e per niente conciliativo, ed è probabile che qui ci sia una vasta zona di lavoro grigio.

Chi sono le donne che hanno figli a Milano?

Meno della metà delle milanesi residenti e meno della metà delle occupate vive in un nucleo con figli. Le madri e lavoratrici nell’insieme sono il 48% delle occupate totali.

Le 20enni italiane non hanno figli, meno della metà delle adulte tra i 30 e i 45 anni ha figli, solo oltre i 45 anni prevale la situazione delle di donne con figli conviventi (quelli che invecchiano in famiglia!).

Questo succede anche tra le straniere. Tra le straniere sono molto più numerose che tra le italiane le giovani che hanno già dei figli, (il 33%), e tra i 30 e i 44 anni hanno in maggioranza dei figli (56,5%), ma ci sono quelle mature single movers che spesso non hanno figli (36,5%) e per la metà vivono sole. Anche nella componente straniera la situazione di madre con figli è ridotta al 46% del totale occupate.

In sintesi, quella di madre e lavoratrice è una condizione che riguarda una minoranza. E non c’è tanto da stupirsi perché se si guardano i tassi di occupazione nelle età centrali – quando i figli si mettono al mondo – chi ha figli lavora meno a qualunque livello di istruzione. Il tasso di occupazione delle donne con figli in età centrale scende molto notevolmente sia tra le italiane che le straniere, anche le laureate.

(www.libreriadelledonne.it, 3 febbraio 2017)

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