27 Settembre 2007

Cosa (ci) dicono le anoressiche?

 Trascrizione a cura di Laura Colombo

A partire dal romanzo L’infinito in un boccone di Paola Balzarro (Sinnos, 2006) e dal saggio di Ida Dominijanni pubblicato sull’ultimo libro di Diotima L’ombra della madre (Liguori, 2007) ci interroghiamo sulle domande che il sintomo anoressico apre alla politica delle donne: il rapporto con la madre, gli effetti imprevisti e paradossali della rivoluzione simbolica femminista, la sessualità femminile. Saranno presenti Paola Balzarro, l’editrice Della Passarelli e Giuliana Grando, psicoanalista dell’ABA di Venezia.

 

Laura Colombo: Questa sera vogliamo parlare di quelli che comunemente sono definiti disordini alimentari ma che in realtà sono sofferenze profonde, e lo facciamo partendo da un romanzo, L’infinito in un boccone, di Paola Balzarro che è qui con noi e che ringraziamo. Lo faremo anche con un’altra nostra ospite, Giuliana Grando, psicoanalista dell’ABA, l’Associazione per lo studio dell’anoressia e bulimia.
Inizierei a parlare di questo romanzo, di cui vi leggerò qualche breve brano. Lo potete trovare in Libreria. L’io narrante è Francesca, una magistrata trentenne di successo, che ha una vita apparentemente normale: come molte giovani donne vive sola e ha un compagno, ma il suo equilibrio è solo apparente, perché ha un rapporto compulsivo col cibo che le porta ad abbuffarsi durante e fuori dai pasti.
Ecco come si descrive: “Arrivo che non ho più fiato, il cuore in gola, ma porca miseria, penso, maledicendo la zavorra che ho addosso non posso manco affrettarmi in salita che subito sputo fuori l’anima. Eccomi qua, niente male a soli trent’anni. Inutile girarci ancora attorno, sono malata davvero, con un corpo sfiancato prima del tempo che si stra trascinando lentamente al diavolo. Il bello è che ho fatto sempre finta di nulla, riducendo pian piano il cerchio dei miei movimenti per non sentire l’affanno, o il lamento delle ossa, niente più scale a piedi né palestra, basta con discoteche, campeggi, gite in montagna, bicicletta, barca, insomma una vita da statua, e quel che è peggio da statua contenta, socialmente inserita, laureata con lode in tempo record e poi trionfante nei concorsi” (pag. 53).
Francesca è consapevole di voler affrontare quello che le capita, per questo sceglie di andare a Villa Beatrice, una clinica in cui sono ricoverate assieme ragazze anoressiche, bulimiche e obese.
La protagonista ci accompagna nei lunghi mesi della sua degenza descrivendo come in un diario quello che succede lì e quello che le succede nel profondo, senza indulgere con pietismo alla sofferenza, mettendo in luce il suo percorso, e le ricadute che ha, e ci fa comprendere come al fondo di questo malessere ci sia una profonda scissione dal corpo.
Due episodi riescono finalmente a essere espressi: una partita di pallone coi compagni di scuola che la prendono in giro per la sua femminilità nascente e una dieta imposta dalla madre quando, a 11 anni, inizia a crescerle il seno.
Ecco che avviene questa separazione dal corpo. “Prendersela col corpo, che non ti rappresenta. Essere sempre altra rispetto alla tua forma, sempre altrove. Non riconoscerti nello sguardo degli altri, e non riuscire a mettere a fuoco il tuo, sbattere contro i limiti fisici, come un calabrone imprigionato in casa, che si ostina a scagliarsi contro il vetro, sempre più sconfitto e intontito dai colpi. C’è un nucleo irriducibile di dolore, molto in fondo alle nostre storie, che non si può curare con l’impegno, la serietà e la voglia di guarire. Tutte cose importanti, per carità, anzi, necessarie. Ma sono soltanto il primo gradino” (pag. 178).
C’è un vuoto che Francesca non riesce a colmare, solo la voracità le dona un illusorio appagamento, l’apparente sensazione di possedere l’infinito, l’assoluto. “Sento salire la tentazione funesta, la voglia prepotente di ingoiare tutto, lasciandomi trasportare dal desiderio furioso di possedere e inglobare ogni sapore, senza lasciarne sfuggire nessuno, senza limiti, veti né rinunce, a briglia sciolta nell’infinito offerto davanti a me, in fondo a prezzi davvero modici” (pag. 87).
Nel romanzo sono importantissime le relazioni che nascono tra donne con sintomi solo apparentemente opposti, l’interazione tra la protagonista che è sovrappeso e ragazze scarnificate dall’anoressia. “Nessuno può vedere il mio viso che incomincia a incresparsi, le mie parole nell’ombra sono leggere come quelle di tutte le altre, e non c’è stupore né giudizio, adesso mi appare chiaro che le nostre storie sono straordinariamente vicine, nonostante la differenza di peso, di età e di cultura, alla faccia della diversità di caratteri, delle vicende familiari e persino dei sintomi, che paiono opposti e invece sono soltanto due aspetti dello stesso male, ce lo coviamo dentro da un tempo lontanissimo, tanto che sembra quasi impossibile risalire a un prima, prima del no, della solitudine assoluta, che non può essere consolata se non da un nostro gesto, gli altri sono veramente l’inferno, il rifiuto e insieme l’invasione, l’unico dialogo che ci rimane è quello col nostro corpo, dove non entra né esce nessuno, se non il cibo, che – ringraziando il cielo – fa quello che cazzo vogliamo noi” (pag. 68).
Il percorso di Francesca, che è principalmente ri-apprendere la fiducia nella relazione, misurandosi con il proprio passato, il desiderio delle altre, l’accettazione che le ragazze si affidino a lei, le fa conquistare la sua verità: “Non devo dimostrare nulla, neppure a me stessa, se non che ho voglia di vivere. E che ne sono capace, grazie al cielo” (pag. 196).
Leggendo il libro ho avuto la sensazione che la protagonista usi la lingua del partire da sé (come lo chiameremmo qui in Libreria), cioè che Francesca sia dentro un’esperienza che la segna nel profondo e trovi le parole per raccontarla e darle un senso. È un romanzo, una fiction, ma parla la lingua del reale e di un’esperienza radicata nella vita. Quindi lascio la parola a Paola, chiedendole quale percorso l’ha portata a scrivere questo romanzo.

 

Paola Balzarro: grazie davvero perché le cose che hai detto sono quello che avrei detto anch’io. Io scrivo da molti anni, prima scrivevo racconti fantastici, storie per bambini, ed effettivamente per la prima volta questo è un libro in cui sono partita da un’esperienza che – come immagino si coglie – è anche reale. Ci sono naturalmente tutta una serie di cambiamenti: la protagonista è una magistrata io non lo sono, ha trent’anni io ne ho qualcuno in più, quando ho fatto l’esperienza io ne avevo 35, però sicuramente è basato su un’esperienza reale che in quell’età particolare e magica che sono i 35 anni mi è capitata, un’età in cui mi sono trovata a fare i conti con il problema non solo dell’obesità, ma con il problema ancora più radicale dell’alimentazione compulsava, che avevo sempre rimosso. Improvvisamente è arrivato un momento in cui il corpo ha incominciato a non rispondere più. Quindi ho scelto di ricoverarmi. Io faccio la giornalista, sono andata dai miei capi a dire che, per un periodo non definibile in modo preciso, mi ricoveravo in clinica per occuparmi del mio disturbo alimentare (cosa non facilissima da dire) e ho affrontato questa esperienza. All’inizio con un grande senso di mortificazione (certamente utile), che però mi ha letteralmente sconquassata.
Trovandomi in quel luogo, la mortificazione si è ribaltata completamente. Mi trovavo in una situazione – che descrivo nel libro – da una parte idilliaca: è un posto che esiste davvero, in mezzo alle montagne, dove stai in un rapporto con la natura magnifico, però sei contemporaneamente in una situazione di ospedale, con persone, soprattutto donne, ragazze – anche una bambina – anoressiche oppure bulimiche che vomitavano, quindi ragazze apparentemente perfette, che ci si chiede cosa avessero e invece magari mangiavano normalmente e poi andavano a vomitare, solo due i maschi, e come racconto nel libro non a caso uno pesava 200 chili, l’altro 25, i due estremi.
Con loro si è creata una piccola comunità, e le relazioni che si sono stabilite mi hanno tolto quel po’ di equilibrio che pensavo di avere, anche in senso buono. Per esempio, la prima volta che mi sono trovata a uscire in lacrime dallo studio del medico che mi aveva detto una cosa terribile per me, cioè “deve accontentarsi di mangiare in un modo abbastanza accettabile e di raggiungere un peso abbastanza accettabile, forse perderà 5 o 6 chili” e io ero andata lì per perderne 30, la bambina (anche un personaggio del libro n.d.r.) è venuta a consolarmi, ha trovato dal suo punto di vista così diverso dal mio, le parole per consolarmi. Immaginatevi che è una bimba che se mi avesse incontrata per strada mi avrebbe chiamata signora e io forse non l’avrei neanche guardata!
Questa per me è stata una delle cose più belle, e dico a conclusione che quando è uscito questo libro alla fine della bibliografia io ho messo il mio indirizzo mail e mi è arrivata una lettera di complimenti che diceva “il libro fa ammazzare dal ridere e insieme scendere un brivido nella schiena della ex dodicenne muta oggi ventiquattrenne molto loquace”. Era lei, l’ho risentita ed è stata un’emozione particolarissima.
Vivere insieme, fare insieme una gran quantità di lavoro manuale/artigianale che io racconto nel libro, il mosaico per esempio, trovarmi lì, coi miei colleghi a Roma nel macello più totale e io in provincia di Vicenza a fare il mosaico con le fanciulle anoressiche… L’attività manuale, discutere insieme, mettere in comune le proprie storie, ha creato una comunità e relazioni forti. Nel libro racconto una scena realmente accaduta: una nevicata ci ha bloccate dentro. Io non dormivo nell’ospedale, ero semilibera, invece siamo rimaste tutte lì, in una stanza con sedie e poltrone, tutte insieme ci siamo fatte delle confidenze. Allora nel buio, con questa atmosfera ovattata, mi sono trovata a sapere cose di ragazze di 16 anni che certo non mi avrebbero mai parlato, i trucchi delle anoressiche per non farsi accorgere in ospedale che erano dimagrite – si mettevano le pile della radio nelle tasche, per recuperare 2 etti, così alla fine ci pesavano tutte in mutande – , e io raccontare di quando nelle mutande nascondevo il pane, perché lo rubavo a casa, mia madre non voleva che io mangiassi perché aveva il terrore che io ingrassassi in un’epoca in cui grassa non ero, e quindi mi nascondevo il pane addosso.
Raccontare queste cose non è stato semplice, però è stato importante perché mi sono sforzata di raccontare lamia esperienza – dopo un anno o più dal ritorno, anche con l’aiuto e l’incoraggiamento di amiche e amici, della mia editrice Della Passarelli a cui sono molto grata.

 

Sara Gandini: Vorrei dare qualche spunto di riflessione partendo dal saggio di Ida Dominijanni pubblicato sull’ultimo libro di Diotima L’ombra della madre che si intitola L’impronta indecidibile. Lei parla di due vuoti nell’Ordine simbolico della madre, di Luisa Muraro. Il primo è il posto del padre, che secondo Ida “non vi compare e non è contemplato”. Il secondo vuoto, legato in qualche modo al primo, è la sessualità, e Ida scrive: “nell’ordine della madre la sessualità femminile è andata progressivamente in dissolvenza. Più la madre è diventata figura sessuata dell’origine, dell’autorità e della parola femminile, più si è desessualizzata. Un esito paradossale, che non era nelle premesse del discorso”. La sessualità anche secondo Ida tace da troppo tempo nella parola politica delle donne. Resta in silenzio e si ripresenta in forme impreviste.
È noto che nell’ultimo secolo il sintomo anoressico ha preso il posto del sintomo isterico, e questo non è avvenuto per caso.
Vi leggo alcune parole di Ida in proposito: “I due sintomi si inscrivono in due ordini, o disordini, simbolici del tutto diversi, segnati da un mutamento storico di cui – questo è il punto – la rivoluzione femminil-femminista è stata in parte artefice. Mentre il corpo isterico femminile esprimeva una sessualità interdetta dalla legge del padre che cercava le parole per dirsi – e le ha trovate, nella talking cure psicoanalitica e nelle pratiche femministe della messa in parola -, il corpo defemminilizzato, dematernalizzato e desessualizzato dell’anoressica non offre e non chiede parola, né all’analista né alla madre né all’altra donna”.
Qui Ida fa due domande che ritengo di enorme importanza, sulle quali a mio avviso sarebbe opportuno soffermarsi nella discussione. Si chiede: “Se l’isteria è il sintomo che ha accompagnato l’ingresso delle donne nella modernità e a cui il femminismo ha dato una risposta politica, l’anoressia si configura come un effetto imprevisto e paradossale del mutamento femminile, del sapere femminile sulla donna, della rivoluzione simbolica femminista.
Dal sintomo nevrotico dell’oppressione, al sintomo perverso della libertà femminile?” Lei si chiede.
E continua, se nell’isterica “abbiamo visto il bisogno del continuum materno, la sottrazione dalla madre del corpo anoressico non esprimerà al contrario un bisogno di discontinuità dal materno, una differenza femminile dalla madre cui dare spazio e significato?”.
Passo ora ad altre suggestioni, che ho ripreso da due libri curati da Giuliana Grando che purtroppo non sono più in commercio. Entrambi editi da Franco Angeli, li potete trovare in biblioteca. Uno si intitola Nuove schiavitù. Forme attuali nella dipendenza, l’altro Devastazione e masochismo femminile. Vi cito due brevi brani. Il primo è di Giuliana Grando, direttrice dell’ABA (Associazione per lo studio e la ricerca dell’anoressia e della bulimia) di Venezia. Lei scrive: “Nella dipendenza da cibo si è registrato un aumento sempre più esponenziale dell’altra faccia dell’anoressia, la bulimia. Quest’ultima è molto probabilmente più rispondente alla filosofia del nostro tempo per la voracità con cui cerca l’oggetto per riempire un vuoto di fatto incolmabile” Si tratterebbe della “parodia della società dei consumi per cui instancabilmente si inventano e si producono sempre più nuovi oggetti che vengono divorati velocemente da un mercato sempre più esigente”.
Recalcati, psicoanalista lacaniano, ed è stato direttore scientifico nazionale dell’ABA dal 1994 al 2002, invece scrive: Nell’anoressia e nella bulimia, “l’Altro sesso – la funzione unificatrice di Eros che si esprime nella sessualità – è rimpiazzato dalla a-sessualità. Il soggetto scarta la contingenza dell’incontro con l’Altro per assicurarsi – nel consumo solitario dell’oggetto – l’annullamento della mancanza, che l’Altro inevitabilmente introduce”.
Questi due punti – l’importanza dell’Eros e la voracità – mi hanno interessato in modo particolare. Infatti io ho scoperto il grande potenziale dell’Eros con la politica delle donne, prima di tutto nelle relazioni fra donne. Un Eros che si origina dallo scambio intenso di pensieri e di parole, in grado di risignificare il mondo. E mi chiedo come si trovano le anoressiche nei luoghi di donne, nei luoghi in cui prevale lo scambio di parola femminile.
Poi mi soffermo a pensare che forse però non siamo così distanti e penso ai possibili miei contatti con loro. Che posto ha l’Eros nella relazione con l’altro sesso, per me e per loro?
Io so che la distanza fa problema e allo stesso tempo sento il timore dell’annullamento della distanza. So quanto è difficile l’incontro con l’Altro in un immaginario in cui l’Altro può divorarti o in cui temo che l’Altro possa svanire. Così, sento la vicinanza con l’anoressica proprio quando lei denuncia fortemente quanto è difficile trovare lo spazio per l’Altro.
Ma io come sto di fronte a lei, in un immaginario incontro? Mi rendo conto che l’idea mi spaventa un po’. Sento il timore di ferirla, ho paura che la mia parola possa fermarsi di fronte alla fragilità di quel corpo che comunica intoccabilità. Mi sento un po’ in un’empasse.
Rispetto alla voracità invece mi sento largamente in sintonia. Io sono estremamente vorace. Una voracità che si manifesta in una ricerca quasi spasmodica di parole, di pensieri che mi spostino. Pero’ si tratta di parole scambiate all’interno di scambi intensi, veri. La pratica di relazione con alcune donne, con Laura prima di tutto, mi ha dato la possibilità di imparare a stare nel vuoto, nella mancanza, e soprattutto la possibilità di trovare le parole per dire il mio desiderio. Anche se alcuni lati oscuri permangono, queste relazioni in cui cerco interrogazioni di senso continue, messa in gioco di contraddizioni e di progettualità, mi hanno permesso di trasformare questa voracità e di imparare ad accettare l’intervallo tra me e l’Altro/a.
Cosi’ penso che la politica delle donne, che ha sempre lavorato sull’empasse, sugli scacchi, anche in questo caso saprà trasformare questa sofferenza in forza, in sapere. Forse bisogna darsi tempo per pensare, per dare spazio a delle invenzioni.

 

Giuliana Grando: ci vuole tempo per pensare e per le invenzioni. Quello che ho scritto per questa sera e che riporto, sono conversazioni che ho con ragazze che hanno disturbi alimentari, anche per me questo è un tempo per pensare. Questo segno così terribile che si deposita sul corpo delle donne, è un segno che io metto al centro del mio lavoro da 15 anni con le ragazze che ne soffrono e anche con le loro madri, e in questo tempo il discorso che portano è cambiato, non dico migliorato o peggiorato, ma è diverso, perché effettivamente è collegato al discorso dell’Altro come nella citazione che ha fatto Sara prima. Se non ci fosse un collegamento col discorso dell’altro sociale non ci sarebbe il cambiamento della moda, per cui a ogni cambiamento dell’altro sociale, della filosofia dell’Altro sociale, economica ecc, c’è anche un cambiamento dell’involucro formale del sintomo e di come si manifesta, anche nel discorso. Devo dire che i cambiamenti sono rapidi.
Spero che con tutte queste testimonianze di Paola, Laura, Sara e poi quello che dirò io, spero che riusciamo a intenderci, o per lo meno a comunicare e a farci delle domande, e avere qualcosa in più alla fine, perchè anch’io porto qui dei colloqui su cui non ho fatto riflessioni teoriche perché sto ancora lavorandoci.
Il titolo del libro di Paola L’infinito in un boccone ci porta immediatamente nel contesto del nostro lavoro. L’infinito ci fa pensare alla relazione mistica e al senza limite del femminile, alla nostra voracità, all’infinito che vorremmo trovare in un boccone, senza passare per il ritmo, la pausa, la moderazione, imposta dalla contabilità.
Questo titolo evoca l’aspirazione di Fabiola De Clercq, la fondatrice dell’Aba, contenuta nel titolo del suo libro Tutto il pane del mondo che si presta a molte interpretazioni, ma che in prima istanza significa: tutto il pane del mondo non può saziare la mia fame.
Entrambe, sia Paola che Fabiola, sintetizzano, nei titoli dei loro testi, la spinta al senza limite che troviamo nel femminile e che viene ben rappresentato nel disturbo alimentare, come ha detto Paola del resto.
Lo chiamo “il nostro lavoro”, perché il sapere di chi ha fatto del femminile una pratica è diventato un sapere ormai condivisibile con le donne psicoanaliste, perlomeno con le psicoanaliste che si ritrovano in una pratica con le donne. Mi riferisco alle pratiche delle donne nei loro luoghi di lavoro e alla scrittura di testi come La magica forza del negativo e l’Ombra della madre.
Cito solo questi due testi perché mi pare abbiano segnato un punto di demarcazione, un punto di passaggio, tra il positivo assoluto, l’idealizzazione, che ha permesso tuttavia di arrivare all’elaborazione di Muraro dell’ordine simbolico della madre, e la considerazione del lato oscuro del rapporto tra madre e figlia (e tra donne) – residuo o eccedenza del materno – di cui parla Ida.
Questa considerazione del lato oscuro e/o dell’eccedenza, ha dato a me e credo anche ad altre psicoanaliste una possibilità di parola e una maggior libertà nello scambio teorico ed esperienziale con le donne. Evidentemente con questi testi si sono tratti alcuni fili, dopo un lungo momento di analisi e comprensione. Senza questo passaggio – rispetto all’ordine simbolico della madre – non avremmo potuto recuperare la ricchezza del materno e del femminile contenuta in quell’infinito che è la modalità del godimento femminile.
Questo passaggio non ha soltanto permesso alle psicoanaliste di prendere la parola (alcune di noi si erano già autorizzate e avevano fatto scuola e mi riferisco in particolare a Luce Irigaray), ma ha permesso anche alle donne di poter trovare un loro posto, a partire dal lavoro con la parte oscura sempre residuale, mai del tutto eliminabile, nella relazione madre-figlia e nella relazione tra donne.
Questo passaggio molto importante è anche il passaggio che, in un percorso analitico, una figlia deve poter compiere per potersi collocare in un luogo soggettivo che si smarchi sia dall’onnipotenza che dall’impotenza materna. In altri termini, poter uscire dal fantasma della madre onnipotente così come dal fantasma che sia l’altra a possedere tutto il sapere.
Quello che voglio dire è che la nostra pratica ci porta a fare con le donne che incontriamo (e incontriamo ancora tutte donne nella pratica con il disturbo alimentare! Non ci sono poi ancora così tanti uomini come avevamo previsto alcuni anni fa) un lavoro che potremmo definire del negativo (come descrive Wanda Tommasi nello stesso testo) un lavoro che va dal disagio, dall’annientamento, dalla distruzione, all’agio, all’espressione della soggettività sessuata che spesso, sorprendentemente, prende nelle nostre pazienti la via dell’espressione artistica.
La parte più consistente di questo lavoro è arrivare a far sì che la figlia possa nominare il disagio che, nei casi di anoressia restrittiva gravi, ossifica, non solo il corpo ma anche, nella stessa misura, le significazioni.
La parola è l’impensabile e allo stesso tempo costituisce la colpa.
La colpa del dire.
La colpa di essere portatrici di una soggettività, di un desiderio altro, altro anche dalla nostra stessa madre, il che si traduce in essere altro dalla nostra carne.

 

Porto un esempio di quanto ho appena detto.
In un lavoro analitico di disalienazione dalla madre, Teresa una donna cilena, incontra, finalmente a cinquant’anni qualcuno, la sua analista, (anche se purtroppo non è la prima che incontra) che riconosce che c’è stato davvero un abuso nei suoi confronti da parte dello zio, quando Teresa aveva tre anni.
Questa donna sogna di essere senza una gamba e si chiede, nel sogno, se quella gamba manchi a lei o alla propria madre. Nella realtà alla madre era stata amputata una gamba, molti anni prima.
Teresa ha vissuto l’isolamento in casa da adolescente per dieci anni e poi, per poter uscire dall’isolamento, in un’identificazione alla nonna materna che era italiana, si è esiliata in Italia come luogo in cui poteva ancora tentare di esistere.
Teresa a commento del sogno si chiede piangendo: “E’ forse a me che è capitato di avere una madre suicida? E’ a me che è capitato di essere abbandonata dal marito? E’ forse a me che è capitato di avere una gamba amputata? Tutto questo è capitato a lei, mia madre, ma io ho vissuto l’isolamento, l’esilio, la solitudine come se tutto ciò che è capitato a lei fosse capitato a me”.
E’ questo che intendo dire, quando dico che essere altro dalla madre è essere altro della nostra stessa carne.
Difficile per Teresa, senza l’aiuto di alcuno, riuscire a portare fuori da sé ciò che la madre non ha mai potuto mettere in una relazione simbolica con l’altro. Tutto è rimasto muto nella madre di Teresa e Teresa ha ereditato la malattia materna. Teresa, con la sua bulimia, è diventata la portatrice malata del sintomo della madre.
Teresa è costretta a fare un lavoro con il negativo che si può anche intendere in senso fotografico, perché è lei a dover portare alla luce, mettere in positivo e far vedere la sofferenza materna.

 

Il lavoro con il negativo, detto con le parole di una giovane donna, Flora, anche lei vittima di un atroce abuso infantile e della bulimia, è un lavoro che porta “a fare tesoro” della distruttività della divorazione materna.
Trovo formidabile il lavoro che questa donna ha compiuto sulla devastazione della madre.
Una rivoluzione, una sovversione soggettiva che si compie su un troppo pieno, sull’incommensurabile, sull’impensabile.
Un lavoro di scarnificazione (come si legge nel libro di Paola, molte ragazze questo lavoro lo fanno realmente con tagli sulle braccia, sul seno, sul ventre “perché” si trova a dire una ragazza, “a differenza delle altre ferite psicologiche, queste ferite si vedono”. Voi sapete che negli Stati Uniti ci sono gruppi che si chiamano cutters, organizzati, che si tagliano sul corpo). Il lavoro di scarnificazione, e lo potremmo chiamare anche di scarificazione, è un lavoro di alleggerimento di un pieno pulsionale che soffoca, annienta, uccide.
Si apre una possibilità di lavoro solo se il soggetto incontra un punto di cedimento nella completa alienazione nel materno.
Per esempio, nell’eventualità che la figlia possa dire che la madre forse non ha ragione del tutto e che questo possa dirlo senza evocare un fantasma di morte proprio e della propria madre.
Si tratta in questi casi estremi, di madri che sono costrette a contrabbandare come amore materno, il controllo totale sulle figlie attraverso l’angoscia dell’accudimento, che legittima il controllo. Quando ho detto che siamo di fronte a un discorso non nuovo ma che ha un carattere di novità rispetto al discorso precedente, è proprio questo tipo di relazione tra mare e figlia che voglio evidenziare ora.

 

Si tratta di madri che non prendono contatto con la loro angoscia perché è innominabile, e allora viene nominata da queste madri come amore materno.
Infatti è questo che dicono le figlie: “Che posso dire di mia madre, è sempre presente, lo fa per il mio bene…”. Questo è un dato antico, che ritorna nella clinica ora, è questo di cui non so rendermi conto. È una cosa vecchia che ritorna ora, ma da quale parte arriva? È una domanda attuale. Lo dicono queste ragazze con un pianto disperato pregando l’analista da una parte di non portarle su questo terreno ma, allo stesso tempo, con la consapevolezza terrorizzante che si tratta di una strada obbligata per uscire dal loro annientamento. Alle madri lo diciamo con una grande cautela, nel contesto ABA abbiamo la distinzione tra madre e figlia, la psicoanalista della figlia non segue la madre e viceversa. Nelle riunioni di equipe ci troviamo di fronte a questi casi in cui della madre non si può dire nulla, non si può neanche mettere in questione che possa non aver sempre ragione.

 

E’ un lavoro quindi molto delicato quello che vengono a fare le adolescenti e le donne con noi….per alcune molto doloroso e difficile, perché si tratta nella quasi totalità dei casi di una appartenenza ad una genealogia materna e femminile declinata per generazioni al negativo.
Si tratta di genealogie materne che tramandano la devastazione subita, finché il sintomo portato dalla figlia consentirà loro di rompere la catena che le lega ad un godimento segreto che si tramanda di generazione in generazione.
Ho letto attentamente il libro di Paola-Francesca e insieme i testi di Laura e Sara e li ho trovati particolarmente intensi per il sapere che ci offrono e per il loro tener conto del sapere delle altre.
Francesca, la protagonista di L’infinito in un boccone, vive nella comunità come una giornalista che registra gli umori e le sensazioni delle altre, scruta le loro vite sofferenti per carpirne i segreti.
Sara e Laura hanno fatto del sito un luogo di ascolto delle confidenze delle donne per farne una teoria.
Quando parla di sé, Francesca affonda in un malessere profondo e antico come quando descrive in modo preciso il momento in cui avviene il divorzio dal proprio corpo, in quanto non riconosciuto dall’altro. E sono le pagine che ha letto prima Laura.
Il divorzio dal proprio corpo è centrale nel disturbo alimentare, esso avviene con modalità diverse a seconda del tipo di disturbo, ma accade che invece di esserci unità, tra corpo e significante, tra simbolico e godimento, c’è negazione della parte di sé pulsante e vitale e l’entrata in scena del lavoro muto della pulsione di morte.

 

Francesca riporta le parole di una ragazza in un incontro di gruppo, messa a dieta dai genitori quando aveva 11 anni, proprio nel momento in cui le cresceva il seno (pag. 66-67-68).
Le forme femminili sono considerate e nominate, semplicemente come”grasso”.
Oggetto merceologico, con la sua chimica e morfologia, senza una connotazione metaforica. Il corpo non porta alcun segno che indichi la particolarità di quel soggetto femminile: è semplicemente Grasso.
Essendo il femminile il luogo dell’enigma, del vuoto, dell’assoluta alterità, il corpo femminile (anoressico/bulimico) può diventare un luogo estraneo e perturbante, il femminile viene espulso dal corpo anoressico, se non c’è un simbolo in grado di riconoscerlo nella propria particolarità. Al momento delle mestruazioni, in cui cresce il seno, i glutei, i fianchi, c’è proprio una disperazione, come se qualcosa di diverso, di totalmente estraneo entri nel loro corpo, una trasformazione impossibile, che arresta lo sviluppo e impianta l’annientamento dell’anoressia, proprio nel momento crono-logico – anche se non cronologico – , nel momento in cui la ragazza deve diventare una donna, in cui l’essere femminile deve portare i segni del proprio sesso. Al posto dell’essere femminile incarno questo posto asessuato. C’è un tabù della sessualità.

 

Il corpo femminile rischia di diventare il corpo della scienza e del mercato preso in una nominazione universale considerata perfetta: taglia 38, senza cellulite, senza grasso, labbra siliconate, volto al botulino, stretto in una uniforme, che toglie, elimina ogni particolarità, cambia i connotati. Questa è la tendenza dell’altro sociale oggi, ed è la tendenza all’uno, non al molteplice, alla differenza ma all’uniforme.
In una maschera di questo tipo, uniformante, è inevitabile che i sentimenti, le emozioni siano banditi oppure vengano tollerati solo quelli che fanno parte dell’immaginario scientifico-aziendale, al mercato dell’immagine ammesso dalla collettività. Donne tutte uguali cui si cambiano i connotati, non una spinta alla singolarità ma una via verso l’uniformità. Questo fa parte dell’ideologia del nostro mondo globalizzante. Anche il corpo femminile viene globalizzato e uniformato a un’immagine. È la spinta al godimento che ci uniforma tutti.

 

In quale fantasma si possono situare le donne che soffrono di disturbi alimentari che incontro?
Innanzi tutto le adolescenti, le giovani le donne che vengono all’ABA, hanno madri che stanno ancora nel mandato patriarcale, senza essere tuttavia riparate dal patriarcato, sono donne non sfiorate dal femminismo e dalla pratica della libertà femminile. Sono perlopiù coppie sposate in cui l’uomo, il padre, ha dato una delega assoluta alla moglie considerata una madre perfetta.
Se con il sintomo della figlia si apre per loro una domanda e vengono all’ABA e iniziano un lavoro individuale o di gruppo, iniziano a vivere necessariamente nel loro percorso sia il femminile che la libertà femminile, perché essa è la condizione inevitabile perché la domanda della figlia possa trovare una risposta.

 

Infatti, qual è la domanda della figlia?
La domanda della figlia è di iniziare una nuova genealogia, inserirsi in un simbolico materno e soprattutto femminile – non trascurerei affatto questo ultimo termine – nuovo.
Le figlie vengono a chiedere di tagliare la catena che le tiene legate a detti, a assiomi, a leggi superegoiche materne che le hanno portate all’annientamento.

 

Questa mia esperienza mi riporta a una citazione tratta da Parole che le donne usano per quello che fanno e vivono: quello materno “è un potere in gran parte buono (…) ma è anche un potere senza regole, dove la protettività diventa facilmente iper-protettività, dove l’indipendenza è spesso ostacolata o vissuta come tradimento, dove premi e punizioni (affettivi) abbondano. E’ un potere che ha una valenza dispotica perché, nell’esercitarlo le emozioni e gli affetti la fanno da padrone, anche contro la ragionevolezza e la capacità di mediazione”.
C’è una trasmissione in atto, ma questa trasmissione è ben dentro nel profondo, non solo del legato patriarcale, ma anche nella bocca della madre che desidera pulsionalmemte divorare il proprio frutto.
Da questo atto divorativo la figlia non ha la forza di distaccarsi, presa com’è da questa libido della bocca, che è anche la propria.
Senza l’autorizzazione dalla madre, la figlia incontra, nella separazione stessa, il segno della propria morte e della morte dell’Altra, della madre.

 

Il luogo di cura diventa allora il luogo dell’autorizzazione, innanzi tutto alla vita, una volta liberata dal fantasma annichilente della divorazione.
Il poter usare la pulsione orale non per divorare ed essere divorati, ma per mangiare ed essere mangiati, è la condizione indispensabile per poter amare ed essere amati. Non ci si può avvicinare ad un altro con la bocca troppo larga. Questo passaggio è evidente nel libro di Paola in cui la relazione tra le ragazze è possibile, e iniziano a vedersi non solo come bocca o come immagine, quando la relazione con il cibo si allenta. E’ lì che si possono consolidare le amicizie e le alleanze.

 

Spesso troviamo un voto di morte che pesa su questa genealogia familiare.
“Meglio morire che partorire”. Questa è l’enunciazione che abbiamo talvolta trovato al centro della vita di giovani donne, al limite della morte fisica e/o psichica, inscritto già nella nonna.

 

Su questo punto del voto di morte ho pensato di portare ulteriori esempi che possono contribuire al nostro lavoro.
Tatiana ha un vissuto gravissimo di anoressia-bulimia con ricoveri ospedalieri per una diagnosi di sindrome da immunodeficienza, non essendo in grado i medici di diagnosticare un comportamento anoressico durante ben 12 anni, durante il quale in cui Tatiana è ridotta all’osso, emaciata con tutti i segni dell’anoressia.
E’ impensabile, perché Tatiana è stata ricoverata in un Centro famoso per la cura dei tumori e ha fatto perfino delle conferenze sulla sua sindrome !! Ben sapendo del suo comportamento.
La settimana scorsa Tatiana ha finito la cura in un gruppo ABA dicendo che a me e al Gruppo deve la vita. Era stata Tatiana a dire al gruppo che lei “era preda della linfa mortifera che sazia”.
Il termine “preda” è qualcosa che caratterizza Tatiana, in quanto la bambina e la giovane, già sposata quando arriva all’ABA, era totalmente preda della madre e questo essere preda della madre l’aveva portata a fare altri cattivi incontri nella sua vita, in particolare con uno zio perverso che si propone di diventare il suo pigmalione e si alleva la preda valorizzandola e seducendola (proprio nel senso di “se ducere”) fin dalla prima infanzia per poi passare all’atto nell’adolescenza, quando la ragazza è già malata, con la compiacenza più o meno conscia della moglie, la zia della ragazza. Tutte le donne della famiglia, madre, nonna compresa, sono particolarmente sedotte dal fascino del “maniaco” così come lo chiama Tatiana.
Tatiana arriva da me con una forte depressione che tiene a bada con un numero infinito di rituali ossessivi che le impediscono di vivere, con una soggezione totale alla madre (ma anche alla sorella e alla suocera), cui chiede che cosa mettersi addosso fin dal primo mattino, che le compra i vestiti e perfino le calze.
Tatiana vive una tale “luna di miele” con la madre che della madre raccoglie i capelli e i fili degli abiti e degli scialli che perde e ne fa un gomitolino che mette tra i suoi gioielli. Un oggetto feticcio della madre, come è lei per la madre e la madre per lei.
La madre aveva cercato di abortirla, non ci era riuscita e diceva che Tatiana “era come non averla” in quanto era una bambina tranquilla che non si allontanava mai dalla madre, e non mancava mai di aggiungere al suo commento “e pensare che non la volevo”.
Con il suo gesto Tatiana suggella come l’oggetto scarto può essere proprio l’oggetto prezioso.
Queste ragazze si trovano tuttavia in questa posizione di oggetto-scarto che porta il segno dell’identificazione della propria madre a sua volta nei confronti della propria madre e più in su finché se ne ha memoria.
Infatti, ricostruendo con Tatiana la storia materna, troviamo che la madre ha occupato il posto della vergogna della nonna, madre della madre in quanto nata prima del matrimonio in un ambiente di montagna patriarcale. “Meglio morire che abortire”.
Il nonno aveva in seguito sposato la nonna, ma intanto la madre di Tatiana era vissuta nascosta dal mondo, come in effetti ha poi vissuto Tatiana. Per esempio non andando a scuola con la scusa di qualche malanno, con la complicità della madre.
Tatiana vuole che il suo dolore e in particolare l’abuso dello zio sia riconosciuto dalla madre. Io incontro la madre: una madre ossessionata dalla magrezza delle figlie, nel senso che è lei a suggerire una dieta alla figlie alla soglia della pubertà per andare al matrimonio di una cugina. Si è poi ritrovata con una figlia anoressica e la maggiore obesa.
La madre arriva da me con il marito: è una donna chiusa, ferita che alla fine del colloquio mi dirà che suo cognato è un uomo perbene e la figlia vuole farla morire.
Un colloquio che termina in un fallimento. Tatiana dovrà fare da sola. Il padre è più indignato, ma neppure lui affronta “il maniaco” come Tatiana deriderebbe.

 

DISCUSSIONE
A causa di un disguido nella registrazione, la discussione è solo parziale.

 

Giuliana Grando: alla fine di questa mia esposizione dei casi clinici mi rendo conto che erano tutte ragazze abusate. Anche le analiste hanno un inconscio, e ho messo lì tutti casi di abuso. Non è che anoressia è necessariamente abuso – anche se c’è un’incidenza rispetto a questo. Mi chiedo come mai c’è questo padre espulso, tutto godimento, che può abusare della figlia e dove sia un padre cosiddetto simbolico. Questa è una questione: un padre che è fuori legge.
Siamo in un mondo in cui la legge c’è poco, vediamo la scuola per esempio, le relazioni con gli insegnanti, il bullismo tra i ragazzi, la difesa dei figli rispetto agli insegnanti da parte dei genitori… Mi diceva un’amica maestra che è arrivata una madre con una bambina di 7 anni dicendo “maestra tolga questo giocattolo dalle mani della bambina che io non riesco”. Una volta si usava un bel sano scapaccione – che io consiglio ancora -, e si tirava via il giocattolo dalle mani. Adesso non si usa più, ma molte ragazze mi vengono a dire “se mio padre o mia madre mi avessero dato una sberla, sarei andata finalmente a letto a domandarmi perché”. Invece c’è tutta questa credenza nel potere della parola, convincimento che si possa spigare tutto: non c’è nulla da spiegare, si fa un atto, un bel gesto, uno scapaccione, e si prende il giocattolo dalle mani. Cosa che non è più ammessa, in questa deriva democratica in cui siamo.
Dove sono questi padri? Il sintomo in sé rileva che in questa passione della bocca resta solo la passione per la madre. Da questo eccesso della bocca, rappresentato dalla relazione con la madre, possono trarre una ricchezza, però passando attraverso un lavoro del negativo in cui ci si toglie qualcosa di bocca. Occorre togliersi qualcosa di bocca, innanzitutto i propri figli. Perché la tentazione di rimangiarsi il proprio frutto è molto grande.
La questione che abbiamo visto è che la pubblicità è una conseguenza, non una causa dei problemi alimentari: se vediamo in pubblicità che tra la donna e il gelato si preferisce il gelato, questa è una conseguenza.
La questione è che c’è una de-sessualizzazione, una de-erotizzazione rispetto all’altro, perché la relazione crea più difficoltà, c’è più frustrazione, e per questo c’è una valorizzazione dell’oggetto-cibo.
Una ragazza mi ha detto: “dovevo andare in montagna con gli amici, invece sono andata in una pasticceria, mi sono comprata dieci paste e in un’ora ho fatto tutto: le ho mangiate e le ho vomitate”. Mi spiegava che se fosse andata in montagna poteva essere contenta, non contenta, c’era lo scarto, la frustrazione che ti dà la relazione con l’altro – mi ama/non mi ama, mi vuole/non mi vuole – , mentre il frigorifero o la pasticceria è prevedibile, è scontata, è lì, come dice Paola nel libro, hai il tuo oggetto e hai un “assoluto” controllo dell’oggetto. Non assoluto, perché poi la bulimica deve vomitare per non ingrassare. Con la bulimia si prendono due piccioni con una fava: si prende la pulsione orale e si mantiene il normopeso.

 

Luisa Muraro: Ida Dominijanni finisce il suo testo con un’avvertenza che io penso debba essere tenuta presente. Dice di fare attenzione che tutto questo interrogarci non porti a invocare un ritorno dei padri. Bisogna tenerlo presente perché non bisogna fantasticare: i padri non ci sono mai stati, anche quando c’era un’altra cultura. I fatti di cronaca, poi, sono illuminanti. Due o tre anni fa i giornali hanno raccontato di un padre di Torino che era ben presente con la figlia anoressica, e poi non ne poteva più e le ha sparato, perché la sfida della figlia all’autorità del padre era intollerabile. Suggerisco anche di considerare la necessità di interpretazioni culturali. Capisco tutto quello che si dice, ma non bisogna esagerare sulla dimensione patologica. Suggerisco di considerare che le persone possono mangiare molto, o poco, o nulla, cercando dei significati culturali a questa cosa. Qui è stata citata la santa anoressia. La società medievale, per esempio, a queste donne che volevano passare i limiti dava un significato. È quello che oggi manca: il senso e il significato. Ho sentito troppo cose patologiche. Ci vuole una maggiore accettazione delle particolarità e dei comportamenti delle persone, proprio sul cibo siamo arrivati a un’esasperazione pazzesca. Quando ci siamo trovate dopo le vacanze, non sul cibo ma sull’aspetto fisico, io non ho sentito altro che commenti sul peso, finché ho segnalato che sono discorsi pericolosi, continuare a dire “hai perso peso!”.
Qualcuna qui ha nominato la politica. Noi abbiamo delle giovani generazioni – e questo per la società è un fardello – che non si appassionano di politica, e noi delle generazioni non giovani dobbiamo portare il fardello di una lotta politica con giovani generazioni che non riescono ad appassionarsi di politica, di altre cose sì, ma che poi riconducono a un narcisismo e individualismo. Che ci sia più appassionamento politico e meno patologia.
Anche il dibattito di stasera è interessante ma manca di una dimensione politica. Nel testo di Ida è fortissima, non che manchi completamente qui, ma non sfocia in una dimensione politica.
La fine del patriarcato è un grande risultato. E c’è da rimettere al mondo dei veri padri: non erano padri quelli di una volta, erano dei padroni, spesso dei gran stronzi in casa. Non so se questo permettesse che ci fossero meno anoressiche, ma io dico vivaddio, meno padroni e qualche anoressica in più, perché altrimenti andiamo verso l’ansia di un congegno della normalità. Comunque le cose dette qui, soprattutto i passi del libro letti, sono eccellenti. Così come apprezzo che ci siano donne come Giuliana Grando, che io conosco da tempo, che hanno la capacità, il dono e la pazienza di fermarsi ad ascoltare delle donne, madri o figlie, che hanno una sofferenza e hanno voglia che qualcuna le ascolti con la dovuta intelligenza.
Non voglio fare un discorso reazionario, che respinge. Voglio solo dire che bisogna che infettiamo quello che andiamo dicendo con la dimensione dell’agire politico, che nella politica delle donne è stata una grande risorsa di vitalità e libertà, ma non necessariamente di salute mentale. Possiamo essere anche un po’ nevrotiche, isteriche, anoressiche, bulimiche, sì, lo siamo, ma se c’è una capacità di stare al mondo con una certa relazionalità, questo è importante.

 

Una presente: Vorrei fare un discorso più trasversale che riguarda tutte le donne. Innanzi tutto si è persa la cultura del fare da mangiare, del saper utilizzare gli elementi primari di una buona e sana cucina. Si è persa la cultura più arcaica del saper fare. Secondo punto: la signora Livia Turco si renderà conto che il prezzo del pane e del latte, alimenti primari di tutti, sono aumentati enormemente, e con mille euro non si può acquistare cibi biologici che costano. Terzo, l’istituto dei tumori ha fatto un programma per le donne malate di curarsi con l’alimentazione, e bisogna curare questa cultura trasversale, soprattutto per le donne.

 

Una presente: Quello che diceva lei nell’ultimo intervento si lega a quello che diceva Luisa, di metterci dentro un po’ di politica. È un discorso giusto metterci la politica, ma parlare di queste cose e chiederci perché è importante, non si tratta di patologia. Per esempio il discorso che si faceva prima sul godimento. Sappiamo che è qualcosa di immediato, lo soddisfo adesso. Questo significa pensare esclusivamente al presente, e questo ci riporta al nostro tipo di società che è schiacciata fortemente sul presente, non c’è passato, non c’è futuro, ci sono le veline, i cartelloni, la giovinezza. Questi sono tutti messaggi che girano, come un carosello, continuamente, e vengono introiettati attraverso l’arte, la musica, la politica – ci sono i politici che si mettono capelli nuovi in testa e hanno settant’anni. L’immagine del presente è quella che funziona, che deve colpire l’immaginario.
Mi chiedevo come la politica delle donne si è mossa in questi cinquant’anni rispetto all’immagine della donna, della donna che cresce, che si inserisce in un’organizzazione sociale a base maschile, e non ci sono donne, anche con cariche pubbliche, che dicono NO.
Io mi chiedevo: queste donne si pongono la domanda del futuro? Avere il godimento o non averlo è una questione che si risolve nel presente. Mi chiedo se questa domanda sul futuro c’è. Se non c’è un aggancio col passato e col futuro, agganciare i ragazzi sulla nostra politica diventa difficile.

 

Una poeta: sono una poetessa civile. Io sono impazzita perché sono troppo moderna, non mi hanno dato la parola. Ma sono anche guarita. Mi sono laureata in medicina per riconoscenza, e ho lavorato con gli psicotici. Visti nel parco sembrano bambini disperati, sono persone non cresciute. E questo vale anche per le anoressiche. Si dice sempre che le donne hanno la passione del fallo, ma ci sono anche gli uomini che hanno la passione della vagina. Entrare nel proprio sesso giusto è faticoso per tutti e due.

 

Floriana Lipparini: Se questa problematica è legata a una questione di vuoto, mi viene in mente la Arendt che dice che la felicità è l’agire pubblico. A me sembra che non ne abbiamo abbastanza: va bene, il patriarcato è al tramonto, speriamo, ma non c’è stata quella presenza pubblica che secondo me il vuoto un po’ lo riempirebbe. E molte patologie potrebbero avere una relazione con questo vuoto.

 

Luisa Muraro: le donne in questo tempo hanno fatto un grande cambiamento, sono presenti, vogliono esserlo, magari non abbastanza e vogliono esserlo di più. Non inseguiamo lo schema “per stare meglio dovremmo fare questo o quello”. Non staremo mai veramente nella salute, avremo sempre dei fardelli ed è bene che chi non ce la fa a reggerli trovi qualcuna, qualcuno che li ascolti. Ma la follia, lo squilibrio, il corpo che ingrassa troppo, quella che vuole troppo dimagrire, quello che si chiude in casa e scrive poesie – attività assolutamente borderline – queste cose qui ci sono. La differenza dell’uno e dell’altra, vanno vissuti e accettati. Il criterio è quello di esistere, di avere un minimo di piacere e di godimento e anche di prospettiva, come è stato detto: c’è un futuro davanti a noi, c’è un passato dietro di noi. È in questa dimensione politica che va messa anche la sofferenza individuale della malattia psichica. È nella dimensione della prospettiva politica e non dell’essere meno malati, perché la dimensione umana si può considerarla come il principio, la causa il fomento di quello che chiamiamo malattia.
A questo proposito ho una critica da fare a Ida quando parla del sintomo isterico. L’isteria è una condizione che può diventare addirittura una scelta. Non è un sintomo, è molto di più. È un atteggiamento profondo e una condizione che si può respingere e allora diventa sintomo, ma si può anche vivere e tradurre in cultura, pensiero, sapere. Io faccio il discorso dell’isteria perché di questo ho scritto, ho parlato e so qualcosa, non so se si possa dire lo stesso per l’anoressia. Certo che ne hanno fatto un tale ambaradan che qua un’anoressica deve nascondersi, sembra che non si possa voler digiunare, che sia proibito digiunare, e c’è gente che vuole digiunare.

 

Sara Gandini: a me interessa quando Ida dice della difficoltà a trovare lo spazio per l’altro. Per me questa è la questione. Uno dei nodi politici è l’incontro con l’altro sesso. Da quando c’è stata la libertà femminile, che per me ha voluto dire l’incontro con l’altra donna, con il piacere dello scambio, nello stesso tempo sono iniziate le difficoltà con l’altro sesso. Mi ritrovo con questi uomini in difficoltà a risignificare la loro mascolinità e a metterla in gioco nella relazione con me. Se noi parliamo di relazione di differenza dobbiamo capire cosa diciamo, se ci sono relazioni feconde dobbiamo cominciare a raccontarle, perché la distanza tra i corpi segna fortemente la mia generazione.

 

Paola Balzarro: volevo dire una cosa che risponde al titolo dell’incontro collegandomi a quello che diceva Luisa, di non considerare questo mondo solo come una patologia da curare, bonificare per riportare tutte quante a una presunta normalità.
Noi che soffriamo di disturbi alimentari abbiamo una tendenza a volere tutto o niente. Sicuramente se una la applica al cibo e basta è distruttiva, perché non posso mangiare tutto o non mangiare niente, però è un’esigenza che andrebbe rivalutata. È un’esigenza di radicalità, che io ho trovato anche una cosa preziosa. In un mondo in cui la radicalità non è un elemento forte, il desiderio di radicalità delle anoressiche e bulimiche è da valorizzare. Probabilmente spostandola – nel libro lo racconto.
Mi è stato suggerito di spostare questo grande desiderio di trasgressione dal cibo al mondo, di imparare a trasgredire cose più importanti. Nel mio atteggiamento rispetto al cibo c’è un forte desiderio di trasgressione: se mi dicevano “non devi mangiare la cioccolata” io ne mangiavo 24 tavolette e non la vomitavo, le tenevo tutte – poi si paga alla lunga. E c’è anche una trasgressione rispetto ai modelli: mi volete bella? No, io non voglio essere bella, magra. Questa cosa se applicata solo al cibo mi porta a non avere più le ginocchia a non poter più camminare e fa cortocircuito, e non posso rivendicarla fino in fondo perché banalmente non riesco a fare le scale.
Quindi bisogna trovare un punto di ragionevolezza, di svincolo, che non porti alla morte o alla morte sociale.
Ma il bisogno di trasgressione e di radicalità è molto importante e queste pazzerelle bulimiche, anoressiche, obese forse potrebbero tirarlo fuori, e chissà cosa succederebbe se lo portassero fuori.

 

Giuliana Grando: noi non parliamo del cibo con le ragazze. A questa radicalità di cui parla Paola devo opporre il “primum vivere”. Sull’osso non si radica niente, non possiamo lavorare sull’osso, e cerchiamo di convincerle ad andare in ospedale. Bisogna tener conto del reale del corpo, che ha le sue leggi che non sono leggi della mamma, del papà o dell’analista. Non c’è dialogo con l’osso, con la carne sì. Il significante incide sulla carne ma non sull’osso. Questa radicalità non si può portarla alle estreme conseguenze, almeno bisogna rispettare il “primum vivere”.
Non parliamo mai di cibo, ma di relazione col mondo e con l’altro. Chissenefrega del grasso e del magro, la questione è la relazione con l’altro perché c’è un ritiro dall’appetito che è un ritiro dal mondo, totale.

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