25 settembre 2017
#VD3

Se vogliamo fare politica

di Giordana Masotto

 

Non credo che l’inconscio possa, oggi, essere una risorsa efficace su cui fare leva per dare forza a una pratica politica che voglia smarcarsi sia dalla emancipazione/parità sia dalla neutralizzazione/obliterazione. A meno che non vogliamo arrenderci e convenire sull’ipotesi che il femminismo non possa che fare un lavoro fondamentalmente culturale agendo solo sulle individualità. Lavoro importantissimo certo, imprescindibile, ma non compiutamente politico. Cerco di articolare queste affermazioni un po’ drastiche.

 

Nell’incontro VD3 del 10 settembre – non ho potuto esserci, ma ho letto i testi pubblicati e ascoltato una registrazione – i molti interventi si sono focalizzati sulle relazioni duali tra donne che attraversano il nostro stare nello spazio pubblico. Luci e ombre, limiti e bellezze. Parole e racconti che sgorgavano con l’intensità di un’esperienza che tocca tutte. Il la è venuto dall’intervento di Lia Cigarini che ha detto: la forza sovversiva dell’inconscio – che ha caratterizzato gli anni ’70 e in particolare una parte del femminismo – ha generato la pratica dell’affidamento, intesa come «relazione duale che ci ha permesso di tenere stretto il nesso tra singolarità e collettività».

 

In sostanza si afferma: l’inconscio, scippato dalla biopolitica, ha sì perso la sua carica sovversiva, ma il femminismo della differenza ne ha distillato una pratica duale tra donne che è politica perché crea nuovi nessi tra singolarità e collettività. Io qui però metterei un bel punto di domanda. Abbiamo davvero creato nuovi nessi tra singolarità e collettività? È successo? Se ascoltiamo le esperienze non tanto. Di certo non va in automatico: la famosa contaminazione è una intuizione suggestiva ma non risolve quel nesso. E inoltre altri interrogativi politici sollevati in apertura da Vita Cosentino e Lia Cigarini, che pure avrebbero potuto aiutare a dirimere la questione, non sono stati raccolti.

 

Eppure il desiderio c’è e in alcuni interventi si sentiva forte: desiderio di imparare a confliggere per incrinare i dispositivi del potere, desiderio di non accontentarsi di stare con più agio ma modificare i luoghi del potere, di calare i rapporti duali nel gruppo, farli interagire, metterli alla prova reciprocamente. Ma non facciamo l’errore di dare per scontato quel desiderio. Non è obbligatorio. Se però c’è, prendiamolo sul serio e dotiamoci di strumenti adeguati.

 

Una piccola digressione. Durante l’incontro Luisa Muraro ha osservato che ci sono sì relazioni di affidamento, ma che difetta il consultarsi. La relazione di affidamento è fonte di autorizzazione primaria (quindi, ne deduco, crea le condizioni per il riconoscimento del nostro desiderio). La consultazione, osservava Muraro, è un passo di natura diversa. Come ha anche scritto: «è una forma relazionale che, nell’agire politico, dev’essere di tipo allargato». Questa distinzione (che non so se ho ben inteso) mi suggerisce un’ipotesi: la consultazione potrebbe andare nella direzione politica detta prima, cioè riguardare i nessi tra singolarità e collettività. Infatti consultarsi vuol dire in ultima analisi interrogarsi sulla ricaduta pubblica delle nostre azioni che è qualcosa di diverso dal sentirci autorizzate e forti a sufficienza per esprimerci.

 

In conclusione. Io credo che più che far leva sull’inconscio, oggi dobbiamo esplicitamente puntare alla affermazione di un simbolico femminile in tutti i luoghi pubblici in cui ci troviamo ad agire. In secondo luogo: se vogliamo far politica, i nuovi nessi tra singolarità e collettività dobbiamo cercarli non solo lasciarli accadere, se accadono. Le relazioni sindacali e politiche, anche collettive, possono essere modificate.

 

(Via Dogana 3, 25 settembre 2017)

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