9 giugno 2017
il manifesto

Shirin Neshat: il corpo è un bivio della storia

di Arianna Di Genova

Intervista. Un incontro con l’artista iraniana al Museo Correr per presentare la serie «My Home in My Eyes». «Sono una nomade anch’io. Quando sei un’immigrata, cerchi di far somigliare a casa ogni spazio dato, salvo poi tornare indietro e non riconoscersi più in quella società lasciata molti anni prima»

 

Quando ha visitato Baku per la prima volta, Shirin Neshat è rimasta colpita dalla forte somiglianza di quella città dell’Azerbaigian con l’Iran natale, così come lo ricordava dai tempi della sua infanzia, prima che la Rivoluzione islamica cancellasse identità, culture e tradizioni, cambiando i connotati del suo paese.
Oltretutto, Baku non è un luogo alieno dalla sua storia famigliare: madre e marito hanno radici ben salde in quella terra e a lei è stato chiesto, nel 2015, di inaugurare con una sua mostra personale lo Yarat Contemporary Art Centre – grande edificio dedicato ai talenti emergenti, situato vicino al porto, con un affaccio sul mar Caspio. Neshat allora colse subito la sfida e si mise al lavoro per la serie The Home of My Eyes, che oggi ritroviamo in Europa, al museo Correr di Venezia, in una teoria di ventisei ritratti fotografici (su cinquantacinque del progetto completo) emigrati in Laguna.

La mostra è un evento collaterale della 57a Biennale di Venezia – a cura di Thomas Kellein – e comprende anche il film Roja (parte della trilogia dedicata ai Dreamers), una visione onirica che diviene la scenografia inconscia dove consumare dolorosi esili esistenziali o riconciliazioni a lungo inseguite. Il disorientamento e lo sradicamento narrato dal video nascono da un sogno ricorrente in cui nel deserto, prima lontana poi sempre più vicina, appariva all’artista sua madre, rivelandosi poi una figura inquietante. «I sogni possiedono un potere indicibile. Quando li si sperimenta, siamo nudi e liberi. Sono sempre in contatto con la realtà, rimandano a luoghi a noi famigliari ma la loro logica è frammentata, poco sensata, condivide le paure dell’anima e della parte più oscura di ognuno di noi…».

In The Home of My Eyes, uomini, donne e bambini di Baku e appartenenti a differenti generazioni, circondano come una corona di sguardi ed emozioni una Madonna lignea del Trecento italiano che apre il suo manto facendosi corpo-architettura, dimora accogliente verso lo «straniero». Quell’arazzo di volti offerti al visitatore sono un crocevia tra Oriente e Occidente, essenzialmente ripercorrono la cartografia di un paese, l’Azerbaigian, che però si fa «mondo» intero.
Frontali, quasi icone bizantine, i soggetti tutti vestiti di nero – come d’altronde l’artista che negli anni ha mantenuto un’eleganza minimale, la sua esile fisicità e il magnetismo degli occhi sottolineati col kajal – sono immortalati in una posa rituale, compiono un gesto di preghiera ma anche di raccoglimento intimo. Qualcuno ha le mani congiunte, qualcun altro, come Malaksima, preferisce far scivolare le dita fino al cuore. Pochi accennano a un sorriso. Il momento è austero.

 

L’importante nel rendere ognuno testimone del proprio tempo era superare il disagio che coglie chi è sottoposto all’implacabile indagine dell’obiettivo e generare nuove empatie attraverso la pratica dell’ascolto e del rispetto.

«Ho volutamente fotografato i miei soggetti in maniera uniforme. Operai, nonne, studenti, persone di etnie diverse dovevano rispondere a una serie di domande sul concetto di casa», spiega Neshat. In senso personale e collettivo. «Sono una nomade anch’io. Quando sei un’immigrata, cerchi di far somigliare a casa ogni spazio dato, salvo poi tornare indietro e non riconoscersi più in quella società lasciata molti anni prima». La casa, allora, non è che un’utopia.
L’impronta da ricercare è quella di El Greco e delle sue tavole religiose, ammirate a Toledo, mentre l’idea per la galleria di ritratti era quella di esprimere una storia solo attraverso i gesti, le posizioni del corpo, l’ascendente dello sguardo: all’inizio, il progetto prevedeva una installazione con sole sette immagini, poi è diventato più corale, si è trasformato in una sorta di «coreografia», come ama definire il suo lavoro lei stessa.

 

Sulla pelle delle persone ritratte, leggerissime, scorrono alcune frasi, le parole «silenziate» dalle immagini. Sono brani di storia individuale, confessioni raccolte dall’artista mescolate ai versi di un poeta persiano, Jamal al-din Nizami Ganjavi (il rapporto strettissimo fra immagine e testi lo si può riscontrare fin dagli albori dei cicli di Neshat e conserva sempre il suo sapore resistenziale). Ma ci sono qui anche i frammenti «diaristici», che gli individui rappresentati hanno affidato all’interlocutrice liberamente nella loro lingua – azero, russo, armeno – e che lei ha tradotto in inglese e poi in farsi, per riconsegnarli in stampe ai sali d’argento sui volti, le braccia, le mani, sfocandoli nella lente della nostalgia.
Filmmaker oltre che artista (con il suo Donne senza uomini nel 2009 – basato sul romanzo proibito di Shahrnush Parsipur – vinse il Leone d’argento al festival del cinema di Venezia), Shirin Neshat vive a New York dalla metà degli anni Settanta, ma torna spesso in Iran, portando con sé il suo sguardo ormai di forestiera. Alle spalle ha una lunga carriera imperniata su una coerenza difficile da rintracciare altrove. Fin dalle sue Women of Allah – donne in chador che puntavano pistole e rimappavano i confini delle icone della sottomissione con un atteggiamento da guerrigliere – indaga il bilico tra tradizione e modernità, mettendo al centro del suo mirino il fondamentalismo islamico.
Lo fa da tempi non sospetti, preconizzando i drammatici risvolti ultimi della storia e spingendo il pubblico dentro un teatro degli opposti mai pacificato (di genere, religione, etnia). Disegna in modo smaliziato geografie sentimentali in perenne movimento e così riesce a sfuggire agli stereotipi, tenendo bene a mente anche Said.
Le sue fotografie prediligono il bianco e nero, colonizzano l’immaginario con la forza di quei due (non) colori e subiscono metamorfosi inaspettate. Come quando mutano pelle evolvendo in poesie visive e facendo scorrere in corpi-pergamene la trama letteraria (e politica) di un paese dalla cultura sterminata come l’Iran.

(il manifesto, 2 giugno 2017)

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