23 marzo 2017
#VD3

SÌ, MANIFESTARE!

di Pasqua Teora

 

Sì, manifestare!

La mia prima volta fu a Milano contro la strage di Piazza Fontana alla Banca dell’Agricoltura. Quel giorno, ottenni mezza giornata di ferie per correre alla manifestazione. A nessun altro venne in mente di farlo. Avevo 18 anni e lavoravo in un’azienda di fronte all’Accademia di Brera. So per certo che se anche non mi avessero concesso di farlo, sarei fuggita assumendomi la responsabilità fin’anche di perdere il posto di lavoro. Tanto a quel tempo ce n’era.

 

La manifestazione fu oceanica e lì ebbi l’impressione di lambire qualcosa di immensamente più grande di me. Comunque io c’ero e quel mescolarmi nel dramma e nel disperato lutto collettivo, la paura di altri attentati, anche lì mentre noi stavamo marciando e piangendo insieme, alimentò in me, a partire da quel momento, la necessità di scrivere, testimoniare, raccontare. Perché? Per sentirmi parte, tenendomi la folla nel cuore – come un’amica in questi giorni mi ha ricordato, ha scritto Emily Dickinson. – Tenerla, anche oltre l’attimo, oltre me stessa, unita a tanti altri come me e diversi da me. La mia folla nel cuore, riaffiora ogni volta che mi trovo da sola o insieme ad altri di fronte alle ingiustizie che nel nostro paese, invece che spingerci all’indignazione pubblica, spingono i più a ripiegarsi su se stessi e ad accettare l’inaccettabile.

Noi della Libreria, come tante altre sappiamo molto di ciò che non funziona nel nostro paese, delle ingiustizie che ci piovono addosso e non parliamo dello scempio che viene fatto delle risorse umane e naturali. Manifestare CONTRO e manifestare PER! Non solo un paio di volte l’anno in date comandate, ormai svuotate di significato come il 1° maggio, il 25 aprile, anche l’8 marzo, la famigerata giornata della donna. Dovremmo farlo continuamente, manifestare come le madri di Buenos Aires, quando d’improvviso, trovarono nel loro cuore una folla di morti viventi, i loro figli e le loro figlie.

Non si arresero, demolite dall’indignazione e dallo sgomento, lottarono, manifestando, inventando l’arte e l’etica della manifestazione pubblica e collettiva attirando cerchio dopo cerchio nella Plaza de Mayo di Buenos Aires, l’attenzione di tutto il mondo e poi i cambiamenti desiderati.

 

La situazione in Italia è grave, gravissima e dovremmo gridarlo nelle strade, anche noi – come negli anni tremendi dei desaparecidos – anche noi con attaccate alle camicie e agli scialli le fotografie di pezzi di vita che non ci è dato vivere, non ci è dato dare vita: figli che non possiamo mettere al mondo, spazi di civiltà e giustizia sociale, diritto al lavoro remunerato. Il sistema italiano si sta facendo sempre più violento e ingiusto e purtroppo troppi, donne e uomini stanno addormentati o storditi, impauriti, chiusi nelle proprie case, dietro piccoli smart phone o schermi televisivi che più o meno ci istupidiscono tutti quanti. Manifestare vuol dire incuriosire, contagiare, risvegliare rispetto a giustizie e ideali rinnegati: “Non credere di avere dei diritti”, non vuol dire, rinuncia a lottare per averne! ANZI.

Molti sostengono che manifestare sia tempo perso e che non serva a nulla, se fosse così non sarebbe tanto difficile ottenerne permessi dai comuni. Piuttosto, il sistema per impedirle è pronto a muovere le forze di pubblica sicurezza, finanche l’Esercito per impedirle, finanche agevolare infiltrazioni da parte di facinorosi vandali e picchiatori.

(Via Dogana 3, 23 marzo 2017)

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