7 aprile 2017
huffingtonpost.it

Si può vendere un bambino?

di Aurelio Mancuso

È lecito che si possa per contratto tra adulti decidere preventivamente che un bambino nasca senza madre? È questa, a mio avviso, la domanda di fondo su cui fronti contrapposti si scontrano in tutto il mondo sulla maternità surrogata. Senza reticenze dirò immediatamente che a quella domanda io rispondo di no. Ancor prima di discutere sulla questione della “commercializzazione” della gravidanza o, come sostengono i fautori della surrogacy, del “dono”, respingendo l’accusa di sostenere la compravendita di un soggetto autonomo, è necessario affrontare appunto il nodo della decisione che viene assunta a monte.

Coppie eterosessuali (la stragrande maggioranza di chi accede alla surrogata) e coppie omosessuali, decidono di avere un figlio, grazie ad un’offerta molto attiva in alcuni paesi e, attraverso agenzie specializzate che si avvalgono di cliniche private, possono scegliere la donna che porterà in grembo il bambino, solitamente con l’utilizzo dello sperma prelevato da uno dei contraenti, e gli ovuli di una donna differente rispetto alla portatrice. Il tutto è stabilito con minuziosità con un apposito contratto tra le parti dove sono enucleati i diritti dei futuri genitori e i divieti (molti e stringenti) che dovrà rispettare la madre surrogata. A chi racconta questo passaggio come una normale transizione tra persone libere e consenzienti, che altro non è che la realizzazione di un legittimo diritto a veder concretizzato il desiderio alla genitorialità, pongo un ulteriore quesito: si sono tenuti presenti i diritti inalienabili del nascituro? Solitamente a questa domanda si risponde, che nessun diritto è negato, che il bambino potrà giovarsi dell’amore di genitori che lo hanno fortemente voluto, che il legame con la donna gestante sarà in qualche modo garantito, oppure (nel caso della coppia di uomini) che potrà crescere con intorno diverse figure femminili (nonne, zie, amiche, etc.). Nulla di tutto questo però risponde alla questione decisiva sulla liceità (di moralità è bene non parlare per non incorrere agli strali potenti sui social) che il bambino nato sia a tutti gli effetti “orfano” di madre, perlomeno di quella genitrice, di cui legami neuropsicologici sono piene le ricerche scientifiche del pianeta.

Solitamente si ondeggia tra la sollecitazione all’emozionalità pubblica mettendo in primo piano la positività della nascita di un nuovo essere, che altrimenti sarebbe stata impossibile, o liquidando il tutto come un protocollo neutrale di pratiche mediche predisposto per raggiunte l’obiettivo. Le carte internazionali dei diritti del bambino (e la Carta dei diritti della UE è tra le più precise) condannano la compravendita. Le associazioni pro surrogacy rispondono con propri documenti europei dove l’utilizzo del denaro è contemplato come normale necessità per ottenere la nascita. In questo turbinio di leggi nazionali che consentono, divieti che sono aggirati, status giuridico dei bambini precario, a volte inesistente, rimane che i bambini subiscono fin dal concepimento scelte pesanti operate dagli adulti.

Insomma i loro diritti non sono posti al centro e, siccome si afferma sempre più, anche in Italia, perlomeno il giusto diritto per loro di conoscere le proprie origini, c’è seriamente da porsi il tema (anche per chi è strenuamente a favore della surrogata) di quali e quante tutele siano precluse al bambino. Nel ribadire, che una volta nati questi bambini devono poter contare su tutta la normativa a loro protezione, compresa la certezza delle figure genitoriali, bisogna però fermare questa pratica, non solo vietandola nei paesi dove ancora è lecita, ma mettendo in campo strumenti efficacemente dissuasivi in Italia e di contrasto internazionale in particolare nei luoghi più poveri del mondo, dove si assiste al proliferare di strutture di sfruttamento delle donne indigenti, il più delle volte costrette dai parenti maschi ad affittare il proprio utero.

Si sa che intorno alla Gpa (ovvero nei paesi dove sono in vigore normative certe) fiorisce un mercato potente, alimentato da organizzazioni internazionali che dispongono di molti appoggi politici e finanziari. Le associazioni delle famiglie che intendono utilizzare o hanno già avuto accesso alla surrogacy, hanno anche nel nostro paese, una capacità di influenza robusta, organizzano convegni con università, corsi di preparazione, hanno il sostegno di molti opinion leader e di tanti politici. Per ora tutti i tentativi per far schierare le istituzioni europee a favore della maternità surrogata sono falliti, perché un ampio trasversale schieramento di parlamentari si è opposto, così come in Italia, nella situazione data, non esiste una maggioranza parlamentare che possa calendarizzare la legalizzazione.

Ma il futuro è ben più incerto e, tra il timore di apparire moralisti e contro la modernità e l’incapacità di approfondimento e conoscenza dei temi di cui è malata la classe politica italiana, non si possono escludere campagne e azioni per tentare la via legislativa. La via giudiziaria è già in pieno svolgimento da alcuni anni e, tende, attraverso giuste sentenze che riconoscono la tutela dei bambini, di costruire una giurisprudenza positiva nei confronti della surrogata, scrivendo dispositivi cui sono presenti affermazioni gravi e, naturalmente dove il diritto del bambino rispetto alla relazione con la gestante è annullato. Rimane che per chi si oppone alla surrogacy un bambino non si può né vendere né acquistare e per chi invece la sostiene si tratta di una strada che rispetta i diritti di tutti e garantisce una famiglia ai bambini. Da questo evidente e potente conflitto si svilupperà nel prossimo periodo, speriamo, un confronto pubblico duro, che attiene a come si possono conciliare oppure no, desideri e diritti.

(huffingtonpost.it, 7 aprile 2017)

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