26 gennaio 2018
#VD3

Soggettivazione femminile contro la violenza

 

di Luciana Tavernini

 

Il movimento Non una di meno e quello di Me too sviluppano un processo di soggettivazione femminile contro la violenza maschile, cioè molte donne parlano e agiscono a partire dalla presa di coscienza della sua insopportabilità e dalla necessità e dal desiderio che essa non sia più accettabile. Mi pare positivo e lo dico in base a quello che mi è accaduto.

Dopo 5 anni di pratica di Storia Vivente nel 2010 riuscii finalmente a riconoscere e a scrivere (1) di una molestia subita a 16 anni, ben 45 anni prima, da parte di un medico di cui mia madre si fidava, e ne ho capito il nesso con la mia difficoltà di parola pubblica autentica, cioè legata davvero a ciò che sentivo.

Il bisogno di esprimersi è un bisogno umano e io parlavo anche in pubblico ma sempre in modo mimetico. Ad esempio, per dire di me usavo l’ironia così da potermi tirare indietro, dicevo quello che poteva far piacere a chi mi invitava, facendo fatica a rifiutare la mia disponibilità, usavo le citazioni, ero bravissima a riassumere il pensiero altrui. In qualche modo riuscivo ad esserci, senza la gioia che viene dal dire ciò che si sente.

Infatti per salvarmi avevo messo in dubbio ciò che avevo provato e provavo e cioè che nei miei confronti, nonostante i modi gentili, era stata usata una costrizione, la forza di chi ha potere. Che lo sapessi lo dimostra che non volli mai più andare a Verona da quel medico e che, ancora nel 2005, vedendo La bestia nel cuore, il film di Cristina Comencini, piansi a dirotto. Pensare che in fondo non si fosse trattata di molestia, che quel medico in un qualche senso volesse farmi del bene (rendermi più libera sessualmente), che forse fosse il suo modo di volermi bene, non era altro che sfuggire alla reificazione, la sensazione più vicina al morire. Simone Weil lo dice chiaramente: «La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno.» (2)

Inoltre la molestia distrugge la fiducia nella propria madre, sicuramente se il molestatore è da lei conosciuto. Sia io, sia ad esempio Azar Nafisi (3), siamo riuscite a dirlo solo dopo la morte di nostra madre. La madre non ha saputo difenderci, non se ne è accorta. Lei, avendoci insegnato a parlare ci aveva garantito che le parole potevano aiutarci a esprimere ciò che ci capitava, ma in questo caso non abbiamo più parole per capire l’accaduto e quindi dirlo. Dall’esperienza della molestia non detta alla madre scaturisce la rottura della fiducia in lei e nella forza della parola. Infine, essendo state colpite perché dello stesso sesso di nostra madre è la grandezza dell’essere donna, che lei rappresentava per noi, a venir messa in crisi.

Paradossalmente per me fu più dannosa quella molestia che l’aggressione con un coltello subita quando avevo quarant’anni perché in quest’ultima riuscii a far mettere via l’arma, farmi derubare di poche lire e sporcare solo le gambe. Fu certamente un’esperienza angosciante ma ne parlai subito, ne scrissi, la denunciai alla polizia con poco esito, riuscii comunque a non essere ridotta del tutto a cosa.

Diversamente da #Quella volta che dove al centro viene posta la situazione, nel movimento Me too al centro vi è la donna che parla in relazione con altre per cui vi è un processo di soggettivazione che passa attraverso la scelta di cosa dire: anch’io riconosco la violenza, anch’io ne parlo pubblicamente, scelgo come parlarne e lo faccio grazie e con le altre. Non è unirsi in quanto vittime, ma in quanto donne che hanno la capacità dirompente di squarciare il silenzio.

Lo dico perché sono già sette anni che parlo quando ho qualcosa da dire, sentendomi radicata in me stessa.

 

(1) I grumi oscuri del disordine simbolico in “DWF. La pratica della storia vivente”, n.3 2012, pp.35-45 già pubblicato in catalano Els obscurs grumolls del desordre simbòlic in “Duoda” n.40 2011, pp.85-97 leggibile liberamente http://www.raco.cat/index.php/DUODA/article/view/241956/324547

Ne ho scritto in modo più articolato Lo spessore invisibile dei fatti, in La pratica della Storia Vivente, Atti dell’incontro del 26 settembre 2014, a cura dell’associazione Le Vicine di casa di Mestre, pp. 22-28 leggibile liberamente come primo intervento di Tavernini in Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini, La pratica della storia vivente. Prologo per María-Milagros Rivera Garretas, Biblioteca Virtual Duoda

http://www.ub.edu/duoda/bvid/text.php?doc=Duoda:text:2016.12.0010

(2)  Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza, Asterios, Trieste 2012, pp.39-40.

(3) Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, trad. di Ombretta Giumelli, Adelphi, Milano 2008, cap.6 – Il sant’uomo, pp.69-77.

 

(Via Dogana 3, 26 gennaio 2017)

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