7 marzo 2017
Letterate Magazine

Spettri del femminismo

di Gisella Modica

Un spettro, anzi un corteo di spettri – proiezioni immaginarie, fraintendimenti, false attribuzioni – si aggirano per l’Europa e “fanno visita”, in tempi di dissesto e di patriarcato morente, al femminismo, per ridurne la valenza fino a farlo scomparire, ridurlo a sua volta in spettro.

Lo scrive Ida Dominijanni nel testo a più voci Femminismo Fuori sesto, della comunità Diotima, di recente pubblicazione. «I fantasmi affollano sempre le rivoluzioni, e ancor di più le loro evocazioni», scrive.

Lo conferma un articolo del 2 marzo sul sito della libreria delle donne in cui un uomo, Umberto Varischio, riferendosi allo sciopero globale dell’8 marzo afferma che il fantasma dello sciopero delle donne turba profondamente l’universo maschile fin dai tempi di Aristofane.

Uno spettro apparve a Dominijanni, in tutta la sua evidenza, la notte di capodanno, a Colonia, “incarnato” nell’uomo nero che attenta alle donne bianche. A pagarne le spese fu però il femminismo, aggiunge la giornalista, chiamato in causa perché “si materializzasse”, a meno che non fosse morto, e le femministe chiamate a schierarsi in nome dei diritti e delle libertà concesse dalla civiltà occidentale.

Ma il corteo è lungo, e di spettri se ne aggirano molti altri.

Per esempio la nuova forma di neutro agita dal neoliberismo per indebolire la differenza sessuale, matrice di tutte le altre differenze per cui, resa indifferente la prima le altre seguono, trasformate in identità “molteplici e statiche” prive di radici corporee e quindi interscambiabili. Pronte per essere messe al lavoro. Lo scrive Chiara Zamboni ricordando che «il femminismo è un movimento politico-simbolico», è «vigilanza ostinata» nel quotidiano affinché la tua esistenza abbia significato corrispondente ai tuoi desideri; non separa la riproduzione della vita dalla ricerca di senso della vita stessa. Non è insomma un movimento “sociale”, l’altro fantasma individuato da Zamboni, il cui termine «circola come una parola passe-partout per interpretare realtà molto diverse tra loro». Non è un movimento di tutela di un gruppo minoritario, ma riguarda tutti, e non cerca riconoscimenti. Anzi, di fronte all’estensione del sociale sui corpi, la sessualità, la riproduzione, «ha indicato un’altra via» perché non tutto può essere portato nello scambio sociale. La pensa così anche Dominijanni. Citando Muraro, scrive che il femminismo della differenza «non sta nei termini posti dal paradigma della modernità. Non gli è nemmeno esterno o contrario» ma apre dal suo interno a quel suo di più «muto e taciuto», il privato, il corpo, la sessualità, l’inconscio per renderlo visibile, ma «senza accedere a una politica della visibilità accecante» in quanto irriducibile a qualsiasi rappresentabilità.

Altri spettri li segnala Alessandra Allegrini: uno è la pervasività della tecno-scienza, «l’immersione pressoché totale della vita umana negli oggetti tecnologici», il suo utilizzo illimitato per «rigenerare la vita stessa» con le ricadute che questo comporta nell’ordine simbolico. L’altro è il concetto di gender – e in seguito di post-gender/queer e il transgender – che «in quanto scindibile dal sesso», mette il sesso in ombra facendolo diventare qualcosa di cui fare a meno. Entrambi si configurano come un grosso pericolo di ri-appropriazione da parte maschile della differenza, rimuovendola. Espugnandola dalla sua ri-significazione simbolica, concorda Dominijanni.

Fa bene ritornare su concetti e acquisizioni che si danno per scontati di fronte alla «perdita di radicalità», scrive Annarosa Buttarelli: agli scivolamenti del femminismo «in risposta al crollo delle evidenze su cui è poggiata la nostra comune civiltà». Ma anche in risposta al protagonismo femminile nella vita pubblica che spesso si presenta senza una genealogia.

Se femminismo è nome comune, ma va assunto in nome proprio; è parola a disposizione ma non è indifferente, come scrive Diana Sartori nell’introduzione; se «ha il suo centro ovunque e la circonferenza da nessuna parte»; se è uno scarto che «opera mediante forza d’attrazione»; se provoca dissesto, ma non risponde ai richiami di riassesto in un presente dissestato e in un tempo fuori di sesto, come fare a catturare gli spettri che si aggirano?

Come fare a creare connessioni «tra il femminismo inchiodato dalle categorie dell’oppressione, impigliato nella rivendicazione, e il pensiero della differenza sessuale che sottovaluterebbe le incidenze dell’ordine sociale?» Si chiede Livia Alga. Come farsi portatrici di un desiderio che non sia mimetico al maschile, ma capace di creare «una spiralità fra le invenzioni nell’ordine simbolico e in quello sociale?».

Lucia Bertell porta a esempio il femminismo che trova accoglienza in alcune pratiche e stili di vita e di lavoro, definite riduttivamente “economie diverse”, che hanno in comune l’amore per la terra. Ponendosi in un ordine sociale altro, soprattutto simbolico, in quanto parla un’altra lingua: relazionale, «aderente al dispiegarsi delle vite» e come tale conflittuale con il sistema dominante del capitale: una lingua materna.

Buttarelli, riprendendo l’insegnamento di Carla Lonzi, scrive che se il femminismo non riguarda la vigilanza sui diritti né l’uguaglianza di trattamento economico, ma il conflitto tra forme della mente, è su questo che bisogna intervenire «usando una forma mentis sapienziale». Senza sottrarsi al conflitto tra donne.

La proposta di Livia Alga è quella di tentare «di comporre alcune pratiche del pensiero della differenza con la percezione delle contraddizioni sociali patite». Vivere nel tempo presente gli scarti dell’ordine sociale, le sue fratture (occupati e disoccupati, giovani e anziani, immigrati e nativi) e di risignificarli a partire da sé in relazione con altri/e. Rivedere la propria storia in rapporto alla storia globale e non viceversa, senza ricadere nella protesta. Leggere il reale come risultato della relazione tra l’ordine sociale e ciò che non vi è previsto (Zamboni) «perché è qui che si può esperire un’eccedenza». E porta a esempio l’invenzione dei lenzuoli operata da alcune donne a Palermo dopo l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino. Pendevano dai balconi delle case con la scritta No MAFIA «mettendo in relazione lo spazio pubblico col privato». Operando un passaggio da simbolo della deflorazione macchiato di sangue o di morte violenta a simbolo di una collettività in opposizione alla mafia. Ma anche, aggiungo io, l’invenzione del digiuno in piazza Castelnuovo, con i piattini di carta sul petto con la scritta “ho fame di giustizia digiuno contro la mafia». Un messaggio di sottrazione non solo alla alternativa imposta: o contro lo stato o contro la mafia, ma anche come ritiro della delega alla rappresentanza dei partiti, delle istituzioni in favore di una assunzione di responsabilità individuale nel quotidiano.

Ciò che serve, chiude la sua introduzione Sartori, è un di più di femminismo.

In la 27esima ora, giornale on line del corriere della sera, del 2 marzo si legge che in vista dello sciopero globale dell’8 marzo «in questa fase minacciata da forme di democrazia illiberale» alcuni osservatori chiedono al femminismo «di porsi come testa e cuore di un’idea progressista rispetto a tanti leader, partiti, coalizioni tradizionali». Come da prassi.

La convocazione dello sciopero globale indetto dal movimento femminile internazionale non una di meno, mutuandolo dallo sciopero degli ombrelli delle polacche e assunto «come vera e propria pratica femminista» è una sfida inusuale, provocatoria, che nell’intento delle organizzatrici vuole essere una risposta che non ha precedenti, all’altezza della situazione che viviamo. Non per niente è stato coniato il termine «femminismo intersezionale» (razza, classe, genere) di derivazione statunitense e nordeuropea.

Ho letto i documenti di convocazione dello sciopero ma non riesco a trovare rappresentate in essi tutta la ricchezza, la creatività, la forza, le invenzioni, le differenze, insomma quel “di più” che il movimento ha saputo e sa esprimere invece nelle piazze. Può essere un problema di linguaggio “cristallizzato”? «Della scelta delle parole» per dirla con Buttarelli, che nel suo saggio auspica un cambiamento di linguaggio, «una fuoriuscita… persino dal gergo del femminismo».

Un linguaggio, quello dei documenti, che risponde, per dirla con Zamboni, allo spettro del sociale. Ma c’è molto nella vita umana – ed è sulla vita delle donne nel suo complesso che lo sciopero, nelle intenzioni, vuole riportare l’attenzione, non solo sul lavoro o sulla violenza – che nel sociale non trova posto, che sta oltre. E chiede di essere raccontato.

Sulle forme di comunicazione verbale, non solo sui contenuti, penso quindi bisognerebbe soffermarsi di più, trattandosi di un linguaggio che persiste, ereditato da una forma mentis hegeliana, che vede la donna in posizione antitetica all’uomo. In rapporto dialettico con l’universo maschile. Scriveva di questo Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel e auspicando quel «muoversi su un altro piano» asimmetrico rispetto al maschile in modo profetico, aggiungeva: «questo è il punto, per cui difficilmente saremo capite, ma è necessario insistervi».

Diotima, Femminismo Fuori sesto Un movimento che non può fermasi

Liguori Editore, 2017, 102 pag. euro 12,99


(Letterate Magazine, 7 marzo 2017)

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