23 giugno 2017
Leggendaria

Stefania Giannotti, Troppo sale. Un addio con ricette, Feltrinelli 2017, pp. 182, euro 16,00

di Liliana Rampello

Troppo sale è un libro raro. Raro per bellezza, intensità, per quella leggerezza che nasce dagli interstizi disseminati là dove gli strati del sentire sono veramente profondi.

La scrittura è scabra, scarna, controllata, ridotta all’essenziale perché il dolore sia detto, sia detta l’emozione, il sentimento, una sorveglianza continua che evita di scivolare, scadere nel sentimentalismo. È proprio questo esercizio saldo, sicuro, lento, che stupisce per una maestria linguistica per nulla frequente; sorprende infatti che un’autrice di pochi libri (ricordo solo il più importante, Zucchero a velo, La Tartaruga 1990) sia riuscita a fare un salto così deciso, senza passaggi intermedi, segno anche questo dell’urgenza autentica delle parole che leggiamo, della loro inesorabilità.

Il libro ha un innesco preciso e unico: la morte del figlio, quell’esperienza che indicibile, irrimediabile, lacera la carne e ci lascia mute. Ne conosciamo bene l’iconografia, l’immagine che tutte abbiamo visto mille volte, con poche varianti. È la Pietà, la madre con il figlio morto fra le braccia. La incontriamo, questa immagine, così come lei stessa la trova in un appunto di molti anni fa: “Della morte me ne intendo. Quando mi ritrovai mio figlio tra le braccia, venuto su dal mare bagnato e pallido, sentii Dio nel suo ultimo respiro. Nell’ultimo respiro, non nel primo vagito, che consegna e trascina alla vita, tra le cose sensibili di cui tutto vuoi sapere. È nell’ultimo respiro, che patisci e va, non sai dove…”

Con questo libro Stefania Giannotti dà parola a quell’immagine muta, a quella donna-madre, e racconta l’indicibile. Una sfida immensa, una sconfitta del tutto vinta, ha imparato a dire, e ora lo insegna a chi legge, a tutte e tutti. Ha camminato nel vuoto, nel silenzio o nel fragore della vita degli altri, sempre in equilibrio instabile (“Gira e rigira sono sempre in un instabile equilibrio. O in cucina”), proprio per imparare come si può raccontare l’estremo della vita, che non è la morte, ma la vita che resta. Il resto di vita, della vita, non la sopravvivenza. Quello che lei scopre, e ci fa scoprire, è “l’immensità dell’esistere”. La scoperta di quello che possono donare “mancanza, perdita e assenza”: l’eterno; e lo riporto come lo ha afferrato lei, perché ogni sua parola è momento di meditazione, “Trattare con rispetto e cura la mancanza, la perdita, l’assenza anche se con indifferenza prendono e non restituiscono mai nulla. Inutile è ribellarsi. Pericoloso tuttavia è farci l’abitudine. Eppure è irresistibile affondarci” […] È allora, quando nel loro mare affondi e dallo stesso riemergi, è allora che le tre alleate, mancanza perdita e assenza, mostrano e donano improvvise e impreviste rivelazioni. C’è un buco nel nulla e ci si può guardare attraverso. C’è qualche crepa da cui passano cose, quando la quotidianità inciampa e interrompe il suo ritmo arriva qualcosa, può essere piccola, può essere anche l’eterno”.

Questo libro che preme da tutte le parti si fa strada con la vita stessa, con l’urgenza delle cose che non mettono fretta perché sono inevitabili. Questo libro è necessario a lei e a noi, mostra cosa scopre il dolore, mostra la meraviglia intangibile e inaspettata di questa scoperta. (In questa stessa direzione si era inoltrato un altro magnifico libro, L’anno del pensiero magico, di Joan Didion.)

Troppo sale è diviso in tre parti ineguali, la prima è fatta di ventinove segmenti, è l’accadere dell’accaduto; la seconda è di sei segmenti, dice il lavoro da fare per “andare indietro senza restare indietro”; la terza è di soli due segmenti, uno è il dialogo divertentissimo con il dott. di Salle, l’altro è l’Ora, o l’adesso, l’ancora. Tutte le sezioni sono scandite da numerose ricette che non sono né un’aggiunta, una furbizia serva dei tempi, né una stravaganza, Stefania è un’ottima cuoca e ha tenuto a lungo un ottimo ristorante, né una fissazione eccentrica, se mai una libera fissazione. Le ricette rivelano “un passaggio di realtà”, perché nutrire si accompagna alla morte e alla vita e lei, in cucina, riesce a riconoscere la sconfitta, a resistere pacificamente (e fisicamente) all’accadere della vita. Le ricette allora, così inframezzate, diventano una vera e propria invenzione narrativa, sono il battito preciso dell’emozione, sono il battito dell’emozione che si calma (per lei e per noi). Questo battito tra le righe è il battito del respiro, del cuore, simile al levare in musica; le ricette sono una pausa necessaria per rallentare e ripartire. La stessa funzione che in questa scrittura ha la punteggiatura, se la seguiamo respiriamo diversamente.

Il tempo del libro è multiplo e sempre improvviso, scorre a partire dalla perdita irrimediabile, ma non segue la cronologia (di cosa poi?); va avanti e indietro, con continui, insorgenti anacronismi, all’inseguimento di un amore che è per sempre e di un nuovo modo di amare che ricomincia nell’amore indiviso. Scoprire che la massima povertà è ricchezza, che tutto si fa con poco, con il niente che comunque resta, che è il resto della vita.

Ecco, qui diventa chiara anche tutta la politica e il femminismo che abbiamo amato in questo libro. Raccontato da dentro e dal fondo del corpo di un’esperienza vissuta che ha sapientemente cercato e trovato le parole per dirsi. Slegandosi da ogni formula immiserente, da ogni vacua ripetizione. Partire da sé, per scoprire l’altrove, ascoltarsi per non tradirsi, accettare la paura del silenzio e del vuoto, lavorare duramente all’essenziale per poterlo riconoscere e saturare. Nelle pagine arrivano le donne, a Milano quelle del Cicip&Ciciap, quelle della Libreria, e poi tante altre che sono lì, sono la leva di forza di un’esistenza, non permettono la caduta ma ricostituiscono il senso, lo ricuciono facendosi mondo. Ecco un femminismo vivo e vitale, allegro e accogliente, severo ma capace di fare legame, di indicare i punti di appoggio. Stefania lo sa, lo riconosce, lo prende, lo usa e lo restituisce con molto amore, ora, qui, tutto. Alla fine il dolore diventa pacifico. Dà pace, si dà pace.

Un’ultima cosa non posso tacere, ed è il dono reciproco che questa madre e questo figlio si sono fatti, lo scambio di incommensurabile dolcezza che abita ognuna di queste pagine. Lei ha accettato la fatica sfiancante di questo scrivere e così lo sottrae alla sua morte, lo lascia adolescente per sempre nella vita che ogni lettore gli restituirà; lei ha trovato il suo rimedio all’irrimediabile, ha fatto la sua nekuia, è andata nel profondo del suo stesso inferno ed è ritornata in vita, alla vita, riportandone il figlio, incontrandolo di nuovo con parole ripulite, limate, oneste, fedeli. Lui le ha donato la verità della scrittura, quella verità che fa rara la scrittura, un dolore da non dissipare perché indica la potente libertà dell’esistere; lui ha fatto della madre una scrittrice.

(Leggendaria 123, maggio 2017)

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