11 maggio 2018
Duoda

Storia, immaginazione, genealogie: Natalie Zemon Davis e tante altre

di Anna Paola Moretti

 

Qualche tempo fa, in occasione della presentazione del libro Leda. La memoria che resta, col quale nonostante la scarsità delle tracce documentali avevo ricostruito la vita della diciottenne partigiana fanese Leda Antinori, Barbara Montesi, una giovane storica dell’Università di Urbino, aveva accostato quel lavoro alle modalità di ricerca utilizzate da Natalie Zemon Davies, suscitando la mia curiosità. Per conoscere Natalie Zemon Davis ho scelto di leggere La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, in cui lei dà conto della sua lunga esperienza. È un nome celebre, associato anche al volume Storia delle donne. Dal Rinascimento all’età moderna. È stata una pioniera; all’epoca in cui iniziò, oggi ha quasi novanta anni, c’erano pochissime storiche e alcune studiose di letteratura. Negli anni Cinquanta della Guerra Fredda ha attraversato l’ostracismo anticomunista del maccartismo americano, senza lasciarsi condizionare da risentimento o amarezza. I suoi interessi si sono rivolti prevalentemente al XVI e XVII secolo in area francese, scegliendo protagoniste e protagonisti rimasti ai margini della storiografia. Dice di aver fatto storia delle donne per via indiretta, per esempio, in occasione del suo studio sul dono, osservando i differenti comportamenti tra donne e uomini nelle diverse dinamiche tra dono e scambio.

Mi rendo conto di quanto definizioni categorizzanti, che la indicano come storica sociale o della microstoria, possano rivelarsi riduttive e fuorvianti. Dalle sue parole scopro infatti che non si è interessata solo alla condizione delle donne, ma alla soggettività di ciascuna a cui ha rivolto la sua attenzione. Nei confronti di Maria Sybilla Merian dice di voler “vedere quello che lei avrebbe visto”, riguardo a Glikl bas Yehudah Leib vuole “salvare questa donna, ridare valore a questa donna, restituirla a lei stessa”; mentre di una schiava nel Suriname del XVIII secolo, scrive: “Cerco la sua voce, le sue speranze, i suoi pensieri”. Della ricerca su quest’ultima, ancora in corso al momento dell’intervista, non ho trovato indicazioni di successiva pubblicazione, solo qualche segnalazione in interviste o conferenze.

Natalie Zemon Davies ha scritto di vite in cui donne o uomini hanno conservato la loro dignità malgrado sofferenze e delusioni; è il senso di quelle vite che vuole non vada perduto: frammenti di umanità, risposte umane a situazioni di vincolo, la capacità di elaborare soluzioni ai problemi da fronteggiare, di cavarsela con accorgimenti, astuzie, strategie per sopravvivere “tra”: “un’arte di vivere”. Dice tuttavia di non scrivere delle biografie, che mirano piuttosto all’esaustività, lei invece concentra la sua attenzione su alcuni aspetti per ottenere un’apertura sulla società, per rendere visibile la natura delle pressioni, delle risorse e delle possibilità che entrano in gioco in una vita individuale.

Lavora con empatia sulle fonti, mettendo in gioco la sua personale esperienza e il dialogo che ne scaturisce diventa dono e ricompensa di un lavoro continuo di apprendistato e riapprendistato, un esercizio di responsabilità. La ricerca sulle storiche vissute in Europa prima della Rivoluzione francese era stata “anche un modo per riflettere sulla mia situazione”, su “cosa significa essere una donna che scrive di un argomento storico”. Nel Prologo, sviluppato come scena teatrale, a Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo, aveva convocato a una immaginaria conversazione con lei Glik bas Yehudah Leib, Maria Sibylla Merian, Marie de l’Incarnation, tre donne europee che in contesti diversi avevano scritto nel XVII secolo, dicendo loro: “Vi ho messo insieme perché volevo imparare dalle vostre somiglianze e differenze”.

Si situa simultaneamente al centro e al margine, muovendosi continuamente dall’una all’altra visuale, usa un doppio registro di partecipazione e di rigore: “questa storia richiede l’empatia e la distanza”; come lei lo crede anche Graziella Bernabò. Quando le fonti sono scarse, cosa frequente soprattutto per le vite delle donne, con uno sguardo ravvicinato Zemon esplora i contorni e i dintorni, per evocare ciò che è noto della mentalità relativa a un contesto analogo. E usa l’immaginazione.

L’immaginazione non genera prove, ma possibilità, è una facoltà conoscitiva con ancoraggio al reale, in grado di aprire varchi che restituiscono al reale la sua complessità, come ci ricorda Wanda Tommasi, filosofa di Diotima. Tuttavia la storica ha la responsabilità di indicare in ogni momento quanto di quello che afferma è documentato e allora Natalie Zemon Davis segnala puntualmente i passaggi tra realtà provata e possibile ricorrendo al condizionale o a segni di espressione: “forse”, “è certo”, “probabilmente”. Afferma con consapevolezza: “io scompiglio la frontiera tra poesia e storia così come è stata fissata da Aristotele tanto tempo fa. […] ricorro al possibile in ragione dei silenzi delle fonti”. Il superamento della divaricazione indotta anche tra poesia e filosofia ha impegnato la riflessione di María Zambrano, per la quale esiste un momento iniziale in cui sentire e capire non sono separati.

Zemon ribadisce con forza a Crouzet, suo interlocutore, che non si tratta di operare una proiezione o di scivolare in un’identificazione: “Voglio fare i miei salti di immaginazione a partire da un trampolino di dati” e con riferimento alle storiche antecedenti il XIX secolo dice: “per ciascuna potevo attestare l’universo mentale nel quale avevano scritto e ciò che i lettori maschi si aspettavano da loro”.

L’importanza di questa metodologia era stata colta e sottolineata da Carlo Ginzburg: “La ricerca (e la narrazione) della Davis non s’impernia sulla contrapposizione tra ‘vero’ e ‘inventato’ ma sull’interpretazione, sempre segnalata puntualmente, di ‘realtà’ e ‘possibilità’ (al plurale). […] il margine di incertezza […] innesca un approfondimento dell’indagine, che lega il caso specifico al contesto, inteso qui come luogo di possibilità storicamente determinate. […] ‘Vero’ e ‘verosimile’, ‘prove’ e ‘possibilità’ s’intrecciano, pur rimanendo rigorosamente distinti”. Aggiungeva: “Una maggiore consapevolezza della dimensione narrativa non implica un’attenuazione delle possibilità conoscitive della storiografia ma, al contrario, una loro intensificazione”. Ginzburg richiamava anche le riflessioni maturate dal Manzoni successivamente alla pubblicazione del suo romanzo storico I promessi sposi: “Non sarà fuor di proposito l’osservare che, anche del verosimile la storia si può qualche volta servire […] distinguendolo così dal reale. […] Infatti, per poter riconoscere quella relazione tra il positivo raccontato e il verosimile proposto, è appunto una condizione necessaria, che questi compariscano distinti. Fa, a un di presso, come chi, disegnando la pianta di una città, ci aggiunge, in diverso colore, strade, piazze, edifizi progettati; e col presentar distinte dalle parti che sono, quelle che potrebbero essere, fa che si veda la ragione di pensarle riunite. La storia, dico, abbandona allora il racconto, ma per accostarsi, nella sola maniera possibile, a ciò che è lo scopo del racconto. Congetturando come raccontando, mira sempre al reale: lì è la sua unità”.

Anche Monica Martinat, preoccupata dell’indebolirsi dei confini tra storia e fiction veicolato dai media e dal mercato editoriale, riconosce a Zemon Davis una modalità magistrale, purtroppo a suo dire non troppo seguita dagli storici: “L’accettazione della parzialità del documento storico, del limite, dell’incertezza, diventa una fonte di possibilità cognitive interessanti”. “Io abito nella Possibilità” (I dwell in Possibility, [657]), scriveva Emily Dickinson.

Non sono tanto gli oggetti su cui ha scelto di lavorare Zemon Davis a destare il mio interesse, ma il suo sguardo.

Uno sguardo simile era arrivato a me per altra via e mi aveva sostenuto nella ricerca su Leda. Lo avevo scoperto in Marirì Martinengo che, nella sua appassionata e rigorosa ricerca sulla nonna paterna ne La voce del silenzio, scriveva: “è a partire dalla mancanza apparente o carenza o trascuratezza o interpretazione lacunosa dell’esistente che voglio ‘fare storia’”; “si può ‘fare storia’ anche in assenza o in penuria di documenti certi e attestati, facendo ricorso alle testimonianze o agli scritti dei contemporanei”; “Ho imparato da tempo a decifrare il linguaggio dell’assenza”; “L’area della non scrittura non è né muta né meno significante delle altre”. Lei mi aveva mostrato una storia che “non respinge l’immaginazione” rimanendo sempre ancorata a “pietre autentiche”, come diceva con le parole di Marguerite Yourcenar. In più aveva interrogato se stessa come documento vivente, depositaria di un nodo irrisolto che, sciolto, aveva aperto a nuove categorie interpretative dei fatti vissuti; la nuova pratica di storia vivente, sviluppata nel gruppo che lavora con lei da oltre vent’anni, già raccontata sulla rivista DWF (n.3/2012) e sul sito della Libreria delle donne di Milano, è stata oggetto di un convegno a Milano nel marzo 2017.

Natalie Zemon Davis mantiene la ricerca storica legata a un impegno politico. È conscia della tragicità della storia umana, ad esempio la spirale di violenza religiosa che ha insanguinato il Cinquecento europeo conosciuta coi suoi studi, o la Shoah che la tocca come ebrea. Nonostante “la guerra che continua ancora e sempre”, pensa che la storia possa trasmettere anche altro dalla violenza, poiché in ogni sistema esistono degli interstizi in cui si può definire una forma di libertà. “Voglio che la gente di oggi sia capace di collegarsi al passato guardando le tragedie e le sofferenze, le crudeltà gli odii, la speranza e la bellezza. Gli uomini del passato cercavano di dominare l’uno sull’altro, ma si aiutavano anche. Facevano cose sia per amore che per paura, questo è il mio messaggio. Soprattutto voglio mostrare che le cose potevano essere diverse, che erano diverse e che vi sono alternative. […] Voglio essere una storica della speranza”, poiché rivelare “i possibili del passato ci fa pensare i possibili per il presente e il futuro. Per me questi possibili del passato invitano all’impegno umano e suggeriscono un barlume di speranza per l’avvenire.

Come non avvicinare queste parole a quelle di filosofe che ho imparato ad amare come pensatrici della differenza sessuale? Mi richiamano nuovamente María Zambrano e la sua analisi sulla storia tragica e sacrificale, per umanizzare la quale è necessario recuperare il proprio passato, mettere allo scoperto le piaghe nascoste, sciogliere le amarezze contenute nella memoria; ciò che è rimasto presenza muta riaffiora e si protende verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita; aurora che si ripete continuamente, così che le cose “si mostrano a noi come sempre nascenti”.

Mi ricordano anche la recente scelta di occuparsi del sangue risparmiato fatta da Anna Bravo, che scrive: “[…] tra gli storici c’è un’implicita accettazione dell’idea che siano la violenza e la guerra che fanno la storia. In realtà, come diceva Gandhi, se fosse stata egemone la guerra noi non saremmo vivi. Quindi, la domanda vera, anche da una prospettiva storiografica, è chi abbia risparmiato il sangue nelle grandi vicende storiche e come abbia fatto. Le storie di sangue risparmiato bisogna saperle riconoscere, bisogna saperle vedere”..

Accade che donne distanti, provenienti da formazioni diverse, dotate di capacità di ascolto e di interrogazione, diano vita a pensieri che risuonano densi di convergenze e di elementi in comune.

Tessere il filo per rendere visibili i nessi possibili, ponendo a interprete la nostra soggettività, è creare genealogia femminile, espressa da Mary Daly con la metafora delle radici invisibili che si collegano sotto terra a formare un reticolo da cui attingere energia. Quel nutrimento aiuta a dire le urgenze che fanno parte della nostra consapevolezza di oggi: “qualcosa che il mio presente richiede che sia detto proprio da me in dialogo fedele con le fonti che ho scelto di cercare e il caso mi ha portato a trovare”, come ha scritto María-Milagros Rivera Garretas. Le sue parole, che a Roma nel 2006, al convegno “Il pensiero dell’esperienza”, mi avevano sorpreso tanto da invitarla poco dopo a Pesaro per un incontro seminariale, ci sollecitano a rinnovare costantemente il proprio mettersi in gioco nella scrittura femminile della storia.

 

Nota. Mi sono confrontata più volte con Luciana Tavernini che ringrazio.

 

Riferimenti bibliografici

Graziella Bernabò, Scrivere biografie di donne, in «DWF» n.3, 2012; cfr. anche l’intervista a lei di Marina Santini e Luciana Tavernini, Parlare con onestà alle persone oneste, in«Via Dogana» . 88 marzo 2009

Anna Bravo, “Sangue risparmiato”, in «Gli asini», n. 19 gennaio/febbraio 2014; cfr. anche La conta dei salvati. dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato”, Laterza, Bari 2013

Mary Daly, Quintessence: il viaggio metapatriarcale di Rabbia e Speranza, a cura di Luciana Percovich, Libera Università delle donne, Milano 2003

Emily Dickinson, Poesie e lettere, traduzione di Margherita Guidacci, Sansoni, Firenze 1961

Carlo Ginzburg, Prove e possibilità. (Postfazione a Natalie Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, 1984), in Id Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce.Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006

Monica Martinat, La frontiera tra vero e finto, seminario Università di Padova 11/11/2013 in https://www.youtube.com/watch?v=URqXrAERFEU; cfr. anche Monica Martinat, Tra storia e fiction. Il racconto della realtà nel mondo contemporaneo, Milano: Et al, nonché il resoconto dell’incontro del 9/11/2013 al Circolo della rosa a Milano in http://www.libreriadelledonne.it/tra-storia-e-fiction-il-racconto-della-realta-nel-mondo-contemporaneo-et-al-edizioni-2012.

Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”. Ricordi, immagini, documenti, ECIG, Genova 2005. Vedi anche http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/

María-Milagros Rivera Garretas, La storia vivente: una storia più vera. I guadagni di una relazione che non ha fine, in «DWF» n. 3, 2012

Anna Paola Moretti, Maria Grazia Battistoni, Leda. La memoria che resta, Anpi Fano, 2015

Wanda Tommasi, Introduzione a Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, Napoli 2009

María Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000

María Zambrano, Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna 2010

Intervista a Natalie Zamon Davis, in «Memoria. Rivista di storia delle donne», n.9/1983

Natalie Zemon Davis, Arlette Farge ( a cura di) Storia delle donne Dal Rinascimento all’età moderna, in Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne in occidente Laterza, Bari 1991.

Natalie Zemon Davis, Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo, Laterza Bari 1996

Natalie Zemon Davis, La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, a cura di Angiolina Arru e Sofia Boesch Gajano, Viella, Roma 2007

https://bukubooks.wordpress.com/jews/mattheus/, http://www.skript-ht.nl/vervolg-interview-natalie-zemon-davis/

 

(Duoda, n. 54, 2018)

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