21 settembre 2018
Viottoli

Stupro a pagamento di Rachel Moran, una storia vivente

di Doranna Lupi

RACHEL MORAN, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Round Robin Editrice, Roma, maggio 2017, € 16

Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione è il titolo dirompente e autorevole che Rachel Moran ha dato al suo libro. Partendo dall’analisi della propria esperienza e dal confronto con molte donne conosciute nei sette anni vissuti in quell’ambiente ci porta a comprendere che la prostituzione non è un lavoro tra i tanti: non è come vendere l’hamburger al McDonald’s, lì la carne sei tu. L’uomo acquista un rapporto sessuale con una donna che non lo desidera e il silenzio di lei sul ribrezzo generato dal mettere il proprio corpo sessualmente a disposizione di uno sconosciuto, spesso ripugnante e violento. Disconoscere il desiderio dell’altra in un rapporto sessuale equivale a negarne l’esistenza.

Figlia di un padre bipolare e di una madre schizofrenica, Moran ha vissuto un’infanzia di povertà ed emarginazione. In questo contesto si è abituata al ritmo interiore che, in seguito, l’ha accompagnata durante gli anni della prostituzione: “nel profondo di me stessa sentivo di non essere adeguata, di non essere normale e di non essere rispettabile” (p. 26). Sarebbe rimasto puro orrore il suo racconto se fosse stata una semplice narrazione autobiografica, invece sin dalle prime pagine l’autrice si pone l’obiettivo “di prendere qualcosa di brutto e trasformarlo come in un processo alchemico in qualcosa di buono” (p. 24): cioè mettere a nudo quello che è veramente la prostituzione e condividere la presa di coscienza su un sistema oppressivo, creato e mantenuto dagli uomini per gli uomini. Una volta uscita dall’incubo della prostituzione, prestando attenzione al suo desiderio profondo di parlare, comunicare e scrivere, Rachel prende la strada del giornalismo e dell’attivismo femminista. Partendo da sé e dalla relazione con altre donne, scrive mettendo in gioco la sua verità soggettiva che diventa universale perché altre e altri la sentono vera anche per loro. Il suo obiettivo è che chi l’ha vissuta in prima persona, riesca a strappare la verità dalle proprie viscere su quello che la prostituzione le ha fatto.

Riconosco in questo libro le caratteristiche di una storia vivente che scova un nodo esistenziale, illuminando un’esperienza forzatamente tenuta nascosta, segreta. Il frutto di un lavoro su di sé che l’autrice fa superando pregiudizi e vergogna, in un doloroso scavo emotivo, alla ricerca del significato del proprio vissuto. Come sostiene Marirì Martinengo, fondatrice della Comunità di Storia Vivente di Milano, “estrarre dalla propria interiorità l’esperienza femminile e darle parola e poi scrittura, significa narrare la storia dei condizionamenti violenti imposti alla vita delle donne dall’organizzazione simbolica e sociale patriarcale, acquistarne consapevolezza e contemporaneamente studiare il modo di mettere al mondo le vie per sottrarvisi, avviando un movimento politico e storico in cui vi siano libertà e autorità femminili” (Sul Convegno di storia vivente dell’11 marzo 2017. Una giornata di festa, www.libreriadelledonne.it)

Con coraggio e determinazione Moran lavora su queste zone d’ombra, arrivando persino a indagare i danni che le interazioni perverse, dominate dal risentimento, dal disprezzo e dal disinteresse reciproco generano non solo nella donna prostituita ma anche nel prostitutore. Il denaro fa sì che gli uomini non abbiano margine di miglioramento nelle loro relazioni con le donne. Per esperienza so che quando gli uomini non mettono di mezzo il denaro e hanno relazioni positive con le donne c’è vero interesse reciproco che fa crescere entrambi.

Inoltre la disumanizzazione della persona come prerequisito e l’interiorizzazione della dinamica servo-padrone nella prostituzione richiamano qualcosa dell’essenza della schiavitù. In quest’ultima la funzione del cibo e della sistemazione era di far vivere gli schiavi per poterli sfruttare; nel caso delle prostituite il denaro ha lo stesso significato, cioè rende cooperative le donne sulle quali si vuole infliggere l’abuso e la violenza.

Il libro si legge trattenendo il fiato per il dolore che provoca accostarsi a tanta sofferenza. Nello stesso tempo si prova rabbia nel sapere che c’è chi rivendica come libertà essere prostituite, definendo la prostituzione sex work come fosse una qualunque professione, dove esistono clienti, transazioni economiche, imprenditori, libere professioniste e autodeterminazione. Un linguaggio che vuole legittimarla, in ogni caso più a vantaggio dei clienti che delle prostituite. Rachel ci fa riflettere: in fondo è un modo per tenere lontana una verità scomoda poiché ne va di mezzo l’immagine di sé. È un modo per sentirsi meno umiliata. Ma il registro linguistico con cui parliamo della prostituzione non è neutrale, bensì frutto di una lettura politica della società. Questo è il taglio che lei ha voluto dare alla presentazione del suo libro il 20 maggio scorso alla Libreria delle donne di Milano dove, in un incontro precedente, sullo stesso tema, Luciana Tavernini aveva dato grande risalto al suo libro, evidenziando la necessità di alcuni cambiamenti linguistici:“Moran mi ha convinto a cambiare il linguaggio: non prostitute ma prostituite perché questo termine mette l’accento sul fatto che è necessario vi sia il prostitutore, il cosiddetto cliente, perché una donna venga prostituita” (Video: Sulla prostituzione. Intervento introduttivo di Luciana Tavernini, www.libreriadelledonne.it, 6 aprile 2018).

Una delle conseguenze più dolorose per Rachel Moran è stata proprio la negazione della sua presa di parola sulla prostituzione da parte di altre donne, favorevoli invece alla sua legalizzazione. Perché, si è domandata, alcune sono fortemente ancorate a questo tipo di opinioni? Forse dovrebbero vedere l’immensità di qualcosa che va riconosciuta come oppressione sia per i milioni di donne, bambine, ragazze che ne sono violentemente coinvolte sia per i millenni in cui è durato questo abuso, che richiede di avere solamente una vagina, cosa che ogni corpo di donna possiede. E questo, che riguarda tutte, ci fa troppa paura, ci fa male.

Dunque si tratta di un testo fortemente politico: rompe “il regime di irrealtà che si è creato con la subordinazione del femminile al maschile” (Luisa Muraro, Tutto comincia da dentro, Donne Chiesa Mondo, 8 dicembre 2017, www.libreriadelledonne.it).

Il nostro è un tempo in cui si incomincia a credere alle parole delle donne e molte hanno ascoltato con grande attenzione ciò che lei aveva da dire, alcune, come il gruppo di Resistenza Femminista, sono arrivate a tradurre il suo libro come atto politico.

Da qualche anno queste giovani donne seguivano il blog di Moran “The Prostitution Experience”, dove lei scriveva usando lo pseudonimo FreeIrishWoman e denunciava la violenza che le donne prostituite subiscono nell’industria del sesso. Questo approccio al tema faceva a pezzi i miti patriarcali della “prostituta felice”, dell’“escort di lusso” (www.resistenzafemminista.it). Dopo la pubblicazione del libro le donne di Resistenza Femminista hanno organizzato e partecipato a numerosi incontri e dibattiti sul tema con lo scopo di spostare l’attenzione sulla richiesta da parte maschile del sesso a pagamento poiché solo negli stati dove è stata soffocata la domanda la prostituzione è nettamente diminuita. Questo è avvenuto in Svezia, Norvegia, Irlanda, Francia e Islanda dove vengono sanzionati i clienti.

Come affermava Carla Lonzi, affrontare e forzare in prima persona il blocco di un ordine simbolico che crea sofferenza e disordine è un lavoro che parte da dentro, producendo una profonda trasformazione interiore e aprendo varchi di libertà da cui possono passare donne e uomini. Moran definisce una profonda bramosia spirituale la spinta interiore che l’ha costretta a cercare e ritrovare il desiderio di pace tra sé e sé, quel sentimento che aveva sperimentato da bambina: “Avevo bisogno di riprendermi quella pace che avevo provato nella mia infanzia quando camminavo nel bosco, circondata dalla bellezza del mondo. Era la pace che mi dava la certezza di sapere chi ero, e di gioire di questa consapevolezza. Non c’è pace all’interno della prostituzione. Non c’è pace né nel tuo corpo né nella tua mente” (p. 357).

Leggendo le sue parole si ha l’impressione di assistere a un processo di guarigione, alla nascita di una nuova consapevolezza che la sottrae al risentimento e a un giudizio immiserito su se stessa e sulla propria famiglia.

Il libro si chiude con un commovente riconoscimento nei confronti dei genitori: “La malattia e le dipendenze che affliggevano i miei genitori mi hanno dato un’infanzia tutt’altro che invidiabile e una giovinezza irta di difficoltà, ma la loro salute, la loro parte dignitosa, la positività intrinseca nella loro più intima natura, fu in gran parte responsabile di avermi dotata degli strumenti necessari a superare l’eredità delle loro avversità” (p. 361).

Per Rachel non è stato sufficiente uscire dalla prostituzione: ha sentito l’esigenza di analizzare la sua esperienza, per illuminare se stessa e le altre. Ha cercato e trovato le parole giuste per narrare il suo vissuto aprendosi a una ricerca di senso, si è riorientata mettendosi in contatto con qualcosa di profondo e buono che da sempre era dentro di lei. Questo si percepisce dalla forza trasformativa delle sue parole, non solo per le donne ma per tutti e tutte.

Note biografiche

Rachel Moran nasce negli anni Settanta a Dublino in una famiglia problematica. Viene affidata a una casa d’accoglienza statale, a 15 anni vive l’esperienza della prostituzione. Impiegherà sette anni per liberarsi da quella vita. Nel 2000 riprende gli studi, ottenendo una laurea in Giornalismo e un Master in scrittura creativa. Nella primavera del 2011 prende parola come attivista femminista contro la prostituzione e da allora inizia a girare il mondo tenendo conferenze a livello internazionale sulla prostituzione e la tratta. Collabora con la Coalition Against Trafficking in Women e L’European Women Lobby. È cofondatrice di SPACE, una nuova organizzazione internazionale creata per dar voce alle donne che sono sopravvissute alla realtà violenta della prostituzione e che lottano perché venga adottato il modello nordico, come in Irlanda, Svezia, Norvegia, Islanda e Francia dove viene criminalizzata la domanda della prostituzione: il cliente.

(Viottoli, settembre 2018)

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