8 maggio 2015

Sui fatti del primo maggio a Milano

 

Lettera di Lucia Bertell a Luisa Muraro

 

«Allegra, partecipata, pacifica la manifestazione che…» per un momento ho pensato: finalmente qualcuno mostra ciò che ho vissuto io a Milano il primo maggio, fino a un certo punto del pomeriggio, certo. Ma invece parlavano della manifestazione contro la riforma Renzi sulla scuola. E lo facevano con la necessità di distinguersi, proprio, da quella di Milano.

Così ho un motivo in più, cara Luisa, per rispondere alla tua richiesta e farti il breve racconto con considerazioni a lato sulla manifestazione, come da me vissuta, del primo maggio a Milano organizzata dai gruppi NoExpo italiani e passata alla cronaca unicamente come una manifestazione di violenti.

Per farlo devo farti una premessa, non sintetica ma fa parte della storia, e mi scuserai se non entrerò nel merito di molte cose, ma ci sarà occasione se vorrai.

Da molti anni partecipo e co-animo a Verona un gruppo, volutamente informale, una RES (rete di economia solidale) che si è autodefinita Le Matonele – donne e uomini verso un’altra società (http://www.quarei.it/matonele/). All’interno di questo gruppo molto sforzo è stato impiegato per lavorare su pratiche di cambiamento e riflessione teorica e per questo da alcuni anni esiste un luogo di autoformazione, Università/Territorio, in collaborazione con TiLT/Territori in Libera Transizione, un gruppo interuniversitario e multidisciplinare di ricercatrici e ricercatori che da Verona, Bergamo, Parma si estende, con ricerche e relazioni, ad altre città e zone rurali d’Italia. Le ricercatrici che promuovono questo percorso sono Antonia De Vita e Federica de Cordova che tu bene conosci (insieme a Giorgio Gosetti, che non conosci).

Dentro questo gruppo, da un anno e mezzo stiamo ragionando sul tema della violenza, su come il sistema capitalista e di mercato esprima molte forme di violenza che scaturiscono da una stessa logica di dominio. A partire da una riflessione sulle nostre pratiche orientate a un cambiamento dei rapporti con il consumo, con il lavoro, con la politica, con l’ambiente, con i bisogni, abbiamo cercato di approfondire sempre più cosa può fare ognuna di noi,[1] donne e uomini – a partire da sé, dai propri gesti, dalle proprie scelte quotidiane – per segnare un cambiamento che prosegua al di là di noi. Abbiamo così affrontato, nell’ultimo ciclo di incontri proposto (Prove di futuro: la nonviolenza prossima ventura, donne e uomini conversano sul cambiamento della società, tenutisi al Circolo della rosa di Verona), il tema trasversale della non violenza, questione che sentiamo fortemente legata alla possibilità di creare altre condizioni di esistenza, per noi, per altre e altri vicini e lontani, per la natura e i territori che ci ospitano, nelle relazioni tra donne e uomini. Abbiamo confrontato la nonviolenza con modalità possibili di governare e fare politica, di gestire risparmio e investimenti, di rapportarsi al territorio, di far esistere buone relazione tra donne e uomini. E lo abbiamo fatto a partire da situazioni reali, concrete: di giovani che stanno cercando di investire in una economia e in un lavoro diversi; di donne adulte provenienti da un percorso politico di femminismo che, relazionandosi con noi, hanno avuto la necessità di capire; di produttori e co-produttori (ovvero i consumatori critici) interessati a stare in uno scambio con chi, come loro, cerca una direzione politica e sociale “a misura” di libertà, di persone semplicemente interessate alle pratiche e ai percorsi proposti.

In questo anno e mezzo di riflessione e preparazione degli incontri siamo entrate nel merito di alcune questioni che cominciavano a prendere sempre più spazio (anche conflittuale) all’interno dei gruppi Res italiani: in primis quella di Expo. Così a Verona, come rete di soggetti interessati a un cambiamento dei rapporti tra economia, politica, società e ambiente, è iniziato un percorso di avvicinamento tra gruppi portatori di istanze assonanti. Gente che non si conosceva si è seduta spesso attorno a un tavolo per parlare della violenza che l’organizzazione (il sistema) dell’Esposizione mondiale stava facendo: a un territorio perché sono stati espropriati e cementificati, in nome del nutrimento, oltre 1000 ettari di terreno agricolo; a un immaginario collettivo perché, in nome del nutrimento, siamo stati colonizzati da multinazionali note per l’impegno a nutrire il pianeta (Mc Donald’s, Monsanto, Nestlé, Coca Cola, principali sponsor di Expo); all’idea di lavoro per i giovani che, in nome del nutrimento, si è trasformata in occasione di precariato e “imperdibile opportunità” di volontariato; per non dimenticare, vista l’abitudine che ormai abbiamo in Italia, i numerosi arresti per corruzione negli appalti. Oltre alla violenza che mi ha mortificata profondamente, all’intelligenza di molte donne che, in nome del nutrimento, si sono lanciate in campagne WE Expo senza rendersi conto (possibile?) di essere sussidiarie a un modello patriarcale e paternalistico che ne ha fatto medaglia di valore (ma lo stesso è successo per Vandana Shiva che si è accorta troppo tardi della malìa).

Si è così formato a Verona un gruppo FuoriExpo, “fuori” perché non voleva essere un semplice “no”, ma significare l’essere portatrici e portatori di pratiche che, per esistere, necessitano di restare fuori dai luoghi in cui la violenza “si nutre” e si esprime. Chi? Giovani e meno giovani contadine e contadini, persone (soprattutto giovani) legate a una storia di antagonismo sociale, cittadine e cittadini provenienti da un percorso critico su mercato e consumo, giovani impegnati in campagne sociali contro il debito pubblico dei Paesi poveri… Gruppi, relazioni, che hanno costruito un percorso aperto alla città con incontri di riflessione, momenti di scambio di pratiche “fuori mercato”, e di pura socialità (vivaddio!).

A rendere più forte la necessità di questa posizione FuoriExpo, a un certo punto è arrivata la richiesta di aderire alla Campagna nazionale Stop TTIP, un movimento, che sta crescendo sempre più, interessato a portare alla luce il trattato transatlantico di liberalizzazione commerciale, un trattato che ha lo scopo dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano; un trattato che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e governo USA, per costruire un blocco geopolitico nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile e creare un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti. Mercato le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri governi e dai sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali. Non mi dilungo ma ti invito a leggere l’abbondante materiale pubblicato su http://stop-ttip-italia.net/cose-il-ttip/.

A metà marzo scorso, all’interno della giornata Semi, diritti e giustizia, si è costituito, grazie a una decina di associazioni e gruppi (molti del FuoriExpo), il Comitato locale Stop TTIP di Verona e provincia al quale oggi partecipano oltre 30 realtà locali (https://www.facebook.com/pages/Stop-Ttip-Comitato-Verona-E-Provincia/1408463432808452?notif_t=page_new_likes).

Non mi dilungo ma puoi ben immaginare quanto la presa di posizione fuori/contro Expo sia connessa all’impegno di fermare il trattato transatlantico. Solo per fare un piccolo esempio: se passasse il TTIP potrebbe succedere che il Veneto, in questo momento fortemente contrario agli OGM, potrebbe perdere una causa e dover risarcire la Monsanto, nota multinazionale pro OGM, che ha seminato sui campi del vicentino e questo perché il trattato regolerebbe la produzione e il commercio sopra le teste dei singoli Stati/Regioni/Comuni.

Sono personalmente contraria agli OGM perché incentivano il potere di chi ne detiene i brevetti, perché vincolano (laccio al collo) le imprese agricole e i piccoli agricoltori e contadini (agricoltrici e contadine, che ce n’è non poche in giro per il pianeta da nutrire), perché non è ancora chiaro quali siano i lati oscuri per umani, animali e ambiente. Ma sarei ancor più contraria se gli OGM passassero in virtù della fiera delle opportunità imperdibili per la fame sul pianeta, o come male minore, o per trattati commerciali tra poteri forti.

Qui finisce la mia premessa.

 

Mi hai chiesto, dunque, di raccontarti della mia partecipazione e delle mie riflessioni a lato.

Come ho avuto modo di dire via mail alle amiche e negli incontri pubblici, sento questo impegno FuoriExpo (e ancor più Stop TTIP perché se passa avrà effetti che dureranno nel tempo) come qualcosa che ne va di me. Era moltissimo tempo che non mi capitava così, come era molto tempo che non vivevo un’esperienza politica in modo così condiviso. Quindi, per farla breve, mi sono fatta trasportare dalla passione (eh sì). Ecco, il dire, l’esplicitare una posizione, approfondire, discutere con amiche e amici di altro parere. Discutere “animatamente”.

Quando c’è stata la chiamata al corteo del primo maggio a Milano, in concomitanza con l’inaugurazione di Expo, non ci ho pensato due volte: dovevo esserci. Dovevo esserci anima(tamente) e corpo. Una presenza fisica ad accompagnamento delle parole e delle pratiche condivise con le altre.

Le mie compagne e miei compagni di viaggio (metafora per non usare la parola “lotta” che potrebbe essere fraintesa visti gli eventi… ecco una prima perdita) FuoriExpo sono anime tranquille e quindi non mi sono fatta scoraggiare da chi mi o ci criticava di appoggiare la rivolta sociale (mi faceva sorridere). Anzi ho pensato che come al solito basta un po’ di sana conflittualità per dar adito ad alcuni di gridare al disordine sociale. Basta mettere in gioco la passione (tanto più se di donna) per provocare turbamento. Meglio le donne WE Expo che esprimono la loro posizione critica da dentro, si prendono cura del mondo, ligie e allineate (so che nel dir questo provocherò altro turbamento).

Insomma dovevo esserci e c’ero. C’ero nonostante una settimana di lavoro da inferno e senza sosta, c’ero nonostante il corpo urlasse riposo. C’ero portando con me molte che non potevano esserci e mi ringraziavano di essere lì anche per loro. C’ero anche se i TG parlavano di pericolo e possibili scontri (e io pensavo alla solita strategia). C’ero nella pratica di corpo responsabile imparata e agita con le mie relazioni politiche tra donne. Esserci.

L’appuntamento era alla stazione di Verona Porta Nuova. Al gruppo FuoriExpo si affianca un gruppo di persone che non conoscevo. Ma ne ho capito la provenienza grazie alla loro divisa da centro sociale. Una delle cose che ho apprezzato in questo percorso è stata la confluenza di situazioni molto diverse.

Scendiamo a una fermata prima di quella del punto di concentrazione, così da entrare nel corteo dalla testa. Fuori dalla metro c’è subito la polizia ma è tutto tranquillo. Comincio a farmi prendere dalla mia solita foga di documentare per chi non c’è. E comincio da lì a fotografare. Poi la testa del corteo, preceduta da una squadra di celerini assolutamente tranquilli, seguiti da un’infinità di bande musicali (200 musicisti) e gruppi. Prima di tutti lo striscione NoExpo e poi quelli contro il lavoro precario, per il lavoro, contro la cementificazione dei territori agricoli, quelli di Genuino clandestino, delle fabbriche autogestite, donne lesbiche contro il potere… Ho passato il tempo a fare foto e a condividere via Whatsapp il piacere di tanta tanta gente in corteo (dicono ventimila), tante bande che suonavano allegramente, slogan (ai ricchi il biologico, ai poveri il cancerogeno; semina verdura vivi la natura; fuori la mafia dallo stato, fuori lo stato dalla mafia; sotto la neve pane, sotto il cemento fame; e via).

Certo, situazione già vista. Nulla di nuovo. Ma gente tanta, donne e uomini, molto giovani (tantissimi) e non. Presenti a dir la loro. Così l’ho vissuta, come una forza di tanti e tante in presenza.

Corteo lungo e, nell’aspettare le altre, sono finita a tre quarti verso il fondo. E si vedeva fumo oltre la fine del corteo. E un po’ la gente cominciava ad agitarsi un po’ venivano avanti di corsa persone che fuggivano.

Qualcosa di brutto stava capitando. Qualcosa di stridente con quello che avevo vissuto fino a quel momento.

Nel frattempo il corteo arrivava alla fine del percorso e quindi altra polizia.

Fino a quel momento ero nella storia che sentivo anche mia. Poi le storie diventano due e una prendeva il sopravvento sull’altra.

In pochissimo tempo siamo in piazza e il mare di gente scomposto, a quel punto, viene inghiottito dalla metropolitana. Chi verso la stazione dei treni, chi verso il NoExpo Camp.

Presto ci siamo ritrovati sul treno di ritorno, tutto il gruppo FuoriExpo in una carrozza. Già verso la fine del corteo arrivavano telefonate di preoccupazione: in tv stavano passando solo le immagini di chi stava facendo danni, Milano a fuoco e fiamme, e i miei contatti non capivano più niente. Ero in una doppia dimensione?

Ho, abbiamo, spiegato a tutti quanto stavamo vivendo. Non una doppia dimensione ma un fuori corteo sganciato da noi, da me.

Mano a mano che ci avvicinavamo a Verona mi saliva una rabbia mista a impotenza e a un senso di stupida e stupita ingenuità. L’avevano fatto di nuovo. Era prevedibile? Mi dicevo di sì. Ma al tempo stesso io mi sentivo ancora in una presenza fisica positiva lì per le strade di Milano. Com’era possibile?

La sera a casa e nei giorni scorsi ho cercato di scovare una parola nelle comunicazioni di tv e giornali da cui emergesse la presenza di un corteo portatore di istanze di vita. Pochissimi e mai ripresi i commenti al corteo pacifico di trombe e tromboni, di gente festante. Di persone lì con il loro percorso comune di riflessione, di critica, di istanza di cambiamento. Ciò che emergeva piuttosto erano due facce di una stessa moneta: i black block che «hanno invaso Milano e distrutto la città» e Expo con la sua festa di inaugurazione e le sue dichiarazioni “i pacifici costruttori sono qui”. I black block con molotov e spranghe nutrono e danno senso e valore al modello traghettato da Expo. Come a dire che l’Oscuro Signore di Mordor, Sauron, alitando lo spirito del male riesce a nutrire (non il pianeta ma) se stesso che è anche Annatar, Signore dei doni, grazie al potere di cambiare aspetto e di rendersi esteticamente piacente, vestito come un nobile consigliere sempre pronto a dispensare saggi suggerimenti. Davanti a questo patto di dominio, per magia il popolo degli Elfi scompare.

Scusa questo racconto per analogia.

Ma la cancellazione, la scomparsa, è la cifra di come i movimenti e i gruppi di pratiche hanno partecipato alla dimensione più pubblica di questa faccenda: chi ha scelto di criticare Expo dall’interno ne è stato sussunto e ha portato valore aggiunto e forza agli obiettivi di dominio del modello Expo e dei suoi promotori; chi lo ha fatto da fuori è stato annesso a qualcosa di disdicevole, la violenza.

Solo nelle pratiche quotidiane gli uni (chi è dentro) e gli altri (chi è fuori) riescono a rimanere portatori e portatrici di senso e promotori di cambiamento. E questo è un punto importante, una consapevolezza ambivalente di forza e fragilità.

In questi giorni, a gran voce, si aggiunge un’altra denuncia contro chi ha partecipato alla manifestazione: non ci sono state dissociazioni dai fatti violenti. I manifestanti sono tutti complici dei violenti. Allora mi sono sentita chiamata in causa. Beh, io non sono come loro, forse dovrei dirlo? Ma mentre mi dicevo così, allo stesso tempo mi rispondevo che io non posso dissociarmi perché quella violenza non mi appartiene. Quella violenza non appartiene né a me né a chi era con me in corteo.

C’è stato un grande silenzio, è vero. Mi sono risposta che la mancanza di parola contro quella violenza viene piuttosto dalla negazione del mio, del nostro, essere stati lì. Nonostante la presenza in anima e corpo (molto corpo!), io non c’ero. Una cancellazione fisica e simbolica è stata perpetrata. Mediaticamente nessuno ha tenuto conto di me e di chi era con e come me. Allora come prendere parola, perché?

Non c’ero perché non viene mostrato mai il corteo pacifico e critico: viene fatto vedere solo il gesto violento dove io non ero. Non ero io quel gesto violento, non era il corteo di sani portatori di cambiamento. Non vengo mostrata, non c’ero ma si vuole che mi dissoci.

Ora – davvero affranta per chi ha subìto, davvero incazzata con chi ha colpito, davvero preoccupata perché non bastano quasi 100 chili e tanta passione e tanta riflessione e tante pratiche condivise per dirsi e farsi presenti – mi chiedo come ri-agire politicamente davanti allo scacco subito?

Intanto affermando che il viaggio (la lotta, dai, diciamolo) non è finito. Non mi sento annullata nell’azione politica. Ciò che Expo simbolizza rimane per me qualcosa di cui tenere conto per il cambiamento che desidero; le relazioni antiche e nuove rimangono e ci sono, le pratiche di cambiamento rimangono e ci sono.

E poi mi chiedo: dove sono ora? Perché io sono in qualche modo ancora a Milano. Sono dietro lo striscione veronese FuoriExpo, cammino dietro al tessuto sul quale insieme abbiamo scritto NoExpo, No Tav, Stop TTIP. E contemporaneamente sono nel nostro orto comunitario, a seminare il grano nel campo dell’aziendina messa in piedi con i ragazzi e le ragazze de La Folaga, sono al Circolo della rosa di Verona a confrontarmi su cambiamento e transizione, sono all’università a parlare di Illich e di crescita e decrescita e partecipazione agli studenti di infermieristica.

Sono nello scacco del primo maggio ma anche oltre, mantenendo aperta la domanda su quanto è successo.

Come è possibile? Sono diventata grande (nel senso di età!), mantengo una distanza diversa… forse. Forse è grazie al fatto che nei giorni subito successivi ai fatti di Milano noi siamo andate avanti con il nostro programma. Abbiamo avuto modo di continuare a esserci, corpi responsabili, in una presenza relazionale di cura e passione per dire FuoriExpo e Stop Ttip a Verona. Momenti di discussione nella due giorni in programma, possibilità di dirci e commentare e litigare per posizioni diverse. E molta gente è venuta.

Cristina che discute al telefono e commenta da lontano, Antonia e Vivi che mi incoraggiano a continuare, Silvia che mi dice che non ci sta a far vincere i violenti e sposta le panche e prepara lo spazio per l’incontro, Marco che sistema il tavolo con i materiali per l’avvio della campagna locale per fermare il trattato Usa/Europa, Daniele che legge il libro La danza delle mozzarelle per la presentazione del giorno dopo, Serena che lava l’insalata e commenta i TG, Michele che con la ramazza in mano rende accogliente l’ingresso, Gianluca che scarica cassette di verdure autocertificate bio, Barbara che predispone il frigo dei formaggi da consegnare al Gas (gruppo di acquisto sociale), Schizza che lascia il campo per venire ad ascoltare Elena parlare del trattato insieme a un centinaio di persone, Lucio che prende altre sedie perché c’è tanta gente in piedi.

Presto ci incontreremo per parlarci nuovamente di quanto è successo e di come andare avanti. E io sto aspettando.

Da una delle realtà attive nel NoExpo leggo: «Oggi però si impone una riflessione sulle pratiche e sulla capacità di proteggerne il senso collettivo e la possibilità reale di raggiungere gli obiettivi che ci si è dati collettivamente – senza cadere nella scorciatoia (peraltro impossibile da realizzare) della costruzione di servizi d’ordine capaci di risolvere le questioni sul piano “militare”. La questione è politica e politicamente va risolta. Una riflessione sulle pratiche che investa i modi con cui si esprime conflitto in un corteo, ma che sappia andare anche al di là interrogando la quotidianità dell’impegno sociale e politico, fatta di riappropriazione, percorsi politici capaci di essere credibili e aperti, relazioni dal basso e conflitto – per radicare socialmente le lotte e ottenere risultati, pur in un contesto non facile».[2]

E scriverti, Luisa, mi è servito a dire, seppur in una situazione di scacco politico, che la necessità di cambiamento che sento è forte e viva e non solo mia (meno male) e ne va di me e della mia ricerca di libertà.

 

Verona, 6 maggio 2015

Lucia

[1] Nel gruppo è pratica parlare al femminile in presenza di donne e uomini.

[2] http://www.communianet.org/polis/alla-ricerca-di-un-reale-conflitto-sociale

(www.libreriadelledonne.it)

 

 

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