26 luglio 2018
https://www.ilpost.it/2018/07/24/susan-unterberg-arte/

Susan Unterberg e il progetto “Anonymous Was a Woman”

La donna che per vent’anni ha finanziato le artiste

Dal 1996 Susan Unterberg ha donato milioni di dollari rimanendo anonima: ora si è fatta avanti per parlare delle discriminazioni di genere nell’arte

Per oltre vent’anni, centinaia di artiste con più di 40 anni sono state sostenute economicamente da un progetto intitolato “Anonymous Was a Woman”: per tutta la durata del progetto non è mai stata nota l’identità della persona che lo aveva fondato e che stava dietro alle sovvenzioni. Fino a questo momento: si chiama Susan Unterberg, è a sua volta un’artista, ha 77 anni e vive a New York. In una recente intervista al New York Times, Unterberg ha spiegato di aver deciso di farsi avanti per dare maggiore forza alle questioni che hanno a che fare con la disuguaglianza di genere nel mondo dell’arte, sottolineando la necessità che le donne sostengano altre donne, e cercando di ispirare altri a fare come lei.

Il nome del progetto, “Anonymous Was a Woman”, è un riferimento al fatto che molte artiste fin dall’Ottocento abbiano scelto di non firmare il loro lavoro con il proprio nome (o abbiano scelto di usarne uno da uomo) per non essere penalizzate dal loro genere. Ci sono dei casi molto famosi: Anne Cécile Desclos (1907-1998), autrice, giornalista e traduttrice, usò per tutta la vita il nome Dominique Aury (che in francese può essere sia maschile che femminile), dopo averlo scelto negli anni Trenta; nel 1994 rivelò di essere anche la vera Pauline Réage, l’autrice del romanzo erotico Histoire d’O, che per anni era stato attribuito ad autori uomini. I romanzi di Jane Austen – autrice, tra gli altri, di Orgoglio e pregiudizio ed Emma – furono pubblicati in forma anonima dal 1811 fino al 1817, l’anno in cui morì. Usarono pseudonimi maschili anche le sorelle Brontë: nel 1847 Charlotte, Emily e Anne pubblicarono i loro primi romanzi (Jane Eyre, Cime tempestose e Agnes Grey, rispettivamente) con i nomi Currer, Ellis e Acton Bell, che conservavano le iniziali dei loro veri nomi. “Anonymous Was a Woman” è anche un riferimento a Virginia Woolf e al suo saggio più conosciuto, Una stanza tutta per sé, sulla subalternità delle donne e sulla difficoltà di essere delle scrittrici in un mondo in cui le cui convenzioni riducevano la donna al ruolo di madre, sorella o figlia.

“Anonymous Was a Woman” è stato avviato nel 1996, quando il National Endowment for the Arts (un’agenzia federale statunitense che offre supporto e fondi al mondo dell’arte) decise di interrompere il finanziamento ai singoli artisti. Susan Unterberg e sua sorella Jill Roberts decisero di utilizzare l’eredità del padre, filantropo e magnate del petrolio, per aiutare le artiste donne. Susan Unterberg è a sua volta un’artista: alcune delle sue opere fanno parte delle collezioni di musei molto importanti (il Metropolitan Museum of Art, il Museum of Modern Art e il Jewish Museum, per esempio). Ha raccontato che durante la sua carriera ha vissuto in prima persona gli ostacoli che incontrano le artiste, alle quali non viene dedicata la stessa attenzione nelle esposizioni e nelle collezioni dei musei, e che sono trattate in modo differente anche sul mercato.

Le statistiche citate dal National Museum of Women in the Arts dicono che le artiste guadagnano 81 centesimi per ogni dollaro guadagnano dai loro colleghi maschi, che il loro lavoro è rappresentato in percentuali bassissime (che vanno dal 3 al 5) nelle principali collezioni permanenti dei musei negli Stati Uniti e in Europa, e che solo il 27 per cento delle 590 mostre personali organizzate nei maggiori musei americani tra il 2007 e il 2013 erano dedicate ad artiste donne. «Le donne continuano a essere seriamente sottovalutate. Il loro lavoro non è preso sul serio, e gli uomini stanno ancora dettando le regole del gioco. Gli uomini al potere sostengono gli uomini al potere e vogliono vedere gli uomini al potere», ha spiegato Unterberg. Qualche giorno fa è stata annunciata con grande enfasi una nuova acquisizione della National Gallery di Londra, che ha comprato una tela di Artemisia Gentileschi, Autoritratto come Santa Caterina d’Alessandria: è stata la prima acquisizione di un’opera dipinta da una donna del museo negli ultimi 27 anni.

In 22 anni “Anonymous Was a Woman” ha finanziato economicamente 220 artiste con 5,5 milioni di dollari in totale, suddivisi in borse di studio da 25 mila dollari che vengono assegnate a chi ha più di 40 anni ed è nella fase intermedia della propria carriera. La selezione tiene conto dei lavori passati e dei progetti futuri, e viene fatta da un comitato composto da cinque donne, anonime anche loro.

Tra le vincitrici della borsa di studio ci sono state Louise Lawler, Tania Bruguera, Carolee Schneemann, Mickalene Thomas e, nel 2017, anche Amy Sherald, un’artista afroamericana che realizza opere impegnate politicamente e che è stata scelta per dipingere il ritratto ufficiale dell’ex First Lady Michelle Obama. «È arrivato giusto in tempo», ha detto Sherald: «Quando ho preso l’assegno, ero in un momento in cui non potevo nemmeno pagare l’affitto».

I vantaggi per le artiste non sono stati solo economici ma anche psicologici: “Anonymous Was a Woman” ha insomma rappresentato per le vincitrici un riconoscimento dei successi passati e ha dato a molte di loro un forte senso di fiducia nella loro capacità. Unterberg ha detto che questo è un grande momento per le donne che decidono di parlare della loro condizione, e che oggi sente di poter aiutare di più uscendo dall’anonimato. Pensa che parlare con la sua voce possa contribuire a vivacizzare il dibattito sul sessismo nell’arte, e stimolare altri filantropi a fare come lei. «Dato che ero un’artista di mezza età e ho sempre voluto sostenere le donne – sono una femminista – questo mi è sembrato il modo perfetto», ha detto.

Ci sono artiste che lavorano con le loro opere, in modo più o meno esplicito, proprio sulla differenza di genere nell’arte, ma dopo la diffusione dei movimenti femministi anche attraverso il #MeToo e Time’s Up la questione ha cominciato a essere discussa pubblicamente anche tra curatori e direttori dei musei. Helen Molesworth, curatrice del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, ha detto di recente che «l’unico modo per favorire la diversità è contribuire a crearla» e che «se fossimo equi, molti meno uomini andrebbero in mostra». Ha anche inviato una lettera per dare inizio a una sorta di “Time’s Up for Museums” e la National Gallery di Londra è tra le istituzioni che l’hanno ricevuta.

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