28 settembre 2018
Casablanca-Le Siciliane

Teresa Cordopatri dei Capece

di Franca Fortunato

 

Teresa Cordopatri dei Capece, la nobildonna che osò sfidare la ’ndrangheta, è morta lo scorso settembre a Reggio Calabria.

La sua è la storia di una donna coraggiosa, di una Calabria resiliente che non si piega alla violenza mafiosa. Una storia che va conosciuta e raccontata, in onore della sua memoria. Figlia primogenita del barone Domenico Antonio Cordopatri e della marchesa Isabella d’Ippolito, Teresa trascorre l’infanzia a Nicastro (provincia di Catanzaro), nella casa della nonna materna. Ha nove anni quando suo padre decide di trasferirsi con la famiglia nel suo palazzo nobiliare di Reggio Calabria, per prendersi cura degli ulivi che aveva ereditato dai suoi antenati, siti in località Castellace, frazione di Oppido Mamertina, nella Piana di Gioia Tauro. Quelle terre fanno gola alla cosca Mammoliti che – come scrive nella sua autobiografia Teresa Cordopatri con la cugina Angelica Rago Gallizzi Noi, Cordopadri dei Capece, ediz. Periferia – le vogliono non tanto per averne un beneficio economico quanto per rafforzare il loro prestigio mafioso. Erano gli anni Sessanta, la cosca aveva assunto il dominio di molte terre di Oppido Mamertina. Tutti i proprietari avevano detto sì, solo il barone Mimì non aveva ceduto ai ricatti, alle minacce di morte e alle intimidazioni, che denunciava regolarmente alle forze dell’ordine, e regolarmente venivano ignorate. Gli ulivi li aveva piantati un loro antenato, un Cordopatri, erano parte di quel feudo che ancora prima del 1200 apparteneva alla famiglia, e, sempre, dovevano restare ai Cordopatri. In un solo caso erano disposti a cedere un po’ della loro terra, quando moriva qualcuno della famiglia. Era loro usanza regalare, in quella circostanza, la proprietà di un pezzetto di terra alla chiesa. Quando il barone muore, il 26 gennaio 1984, chiede ai figli di promettere di non cedere alle richieste della mafia. Al padre subentra il fratello di Teresa, Antonio che, come lui, non si piega a minacce e intimidazioni. Divenuto un ostacolo, i Mammoliti decidono di ucciderlo la mattina del 10 luglio 1991, con tre colpi di pistola mentre a bordo della sua vettura varcava il portone della propria casa in compagnia della sorella, con cui viveva. Il killer, Salvatore Larosa, venuto da Parghelia (provincia di Vibo Valentia) ucciso il barone, puntò l’arma contro la sorella che si salvò solo perché la pistola si inceppò. L’assassino scappò, inseguito da Teresa. Venne fermato a pochi metri dal luogo del delitto dalle forze dell’ordine. La mafia aveva portato a termine quanto aveva minacciato di fare da oltre trent’anni. «Barone, se non ci date la terra vi ammazziamo davanti alla vostra casa», avevano detto al padre di Teresa. Il 31 luglio 1972, tra gli ulivi tentarono di uccidergli il figlio, ma allora non ci riuscirono.

Dopo l’uccisione del fratello, Teresa va in caserma, riconosce il killer e lo fa arrestare. Rimasta sola, capisce che tocca a lei tenere fede al giuramento fatto al padre nel letto di morte: difendere dalla mafia le loro terre. Ma, ha anche un altro dovere: chiedere giustizia per l’uccisione del fratello. Teresa rivuole le terre di cui erano stati “espropriati” dai Mammoliti e date in affitto a un certo Vincenzo Ventrici, un prestanome. Il fratello ha lasciato alla sorella un memoriale dove c’è tutta la storia di minacce, attentati, violenze subite per conto dei Mammoliti con i nomi di tutti coloro che, in un modo e nell’altro, hanno dato loro appoggio, amici, politici, giudici, parenti. Il memoriale è una bomba, una denuncia circostanziata dei rapporti tra mafia, magistratura e politica. Teresa decide di leggerlo insieme alla cugina Angela Rago Gallizzi. Le due donne, da quel momento in poi, saranno inseparabili e si faranno forza l’una con l’altra. Dopo aver letto il memoriale e il contenuto di una busta gialla in cui il fratello la metteva in guardia dal loro avvocato di fiducia perché li aveva traditi coi Mammoliti, insieme alla cugina si reca dai carabinieri e diventa collaboratrice di giustizia. Viene messa sotto scorta. I mafiosi le fanno sapere che se pensa di voler fare l’uomo, cioè parlare, le riserveranno una morte da uomo, la “incapretteranno”. Cercano di screditarla, la chiamano “la pazza”, la “strana baronessa” che parla, che chiede giustizia. La scorta vigila su di lei nel suo negozio di antiquariato, dove non ci va più nessuno, e l’accompagna durante il giorno in ogni spostamento. Dalle sue dichiarazioni prende l’avvio l’operazione “Pace tra gli ulivi” che si conclude con l’arresto del capo del clan Saverio Mammoliti, di più 35 suoi affiliati e di tre donne, Caterina Nava moglie di Saverio, Clara Rugolo moglie del fratello del boss, Antonio, e Mariarosa, sorella di Saverio e moglie di Vincenzo Mammoliti suo cugino. Il 28/2/94 comincia il processo. Le ultime udienze saranno occupate dalle rivelazioni di numerosi pentiti che confermeranno Saro Mammoliti quale capo della cosca che, forte dei legami di matrimonio con le famiglie Rugolo e Nava, gestiva gran parte delle terre del patrimonio agricolo del comune di Oppido Mamertina. Viene indicato come colui che aveva deciso di punire con la morte l’unico proprietario che continuava ad opporglisi: Tonino Cordopatri. Durante il processo dalle gabbie gli imputati gridano “Bastarda” verso Teresa, che insieme ad Angelica sarà presente a tutte le udienze. I politici, i parenti, tutte le persone chiamate in causa da lei nel corso del processo, smentiranno di aver avuto il benché minimo rapporto di conoscenza con la famiglia Cordopatri. Quando nel 2010 manda un esposto al Csm per chiedere perché quattro magistrati, di cui fa i nomi, non avevano dato seguito alle denunce del fratello, l’esposto che avrebbe dovuto restare segreto diventa, invece, di dominio pubblico. I quattro la denunciano per calunnia e diffamazione. Condannata a risarcirli, è costretta a vendere all’asta beni materiali e immobili. La vita a Reggio Calabria diventa difficile per le due cugine. La loro presenza non è gradita nei locali pubblici, amici e parenti si allontanano, vengono isolate, come era già avvenuto dopo il primo attentato ad Antonio, quando tutti vennero a sapere che i Cordopatri erano nel mirino della mafia. Le intimidazioni e le minacce sono continue, ma, decise ambedue a cercare giustizia, non si lasciano intimidire né dai crisantemi che trovano a volte dietro la loro porta, né dalle strisce nere che segnano di lutto l’automobile né dalle minacce telefoniche. Scortate dai carabinieri, il 2 agosto del 1994 le due cugine tornano sulle terre di Castellace. Per anni non riescono a trovare operai per la raccolta delle olive. Non si arrendono. Coltivano loro i 1500 ulivi. Teresa subisce un furto di gioielli, argenteria e quadri, ma soprattutto del memoriale del fratello. Lo Stato le chiede il pagamento delle tasse sui terreni “espropriati” dalla mafia che, senza alcuna titolarità, continua a riscuotere i contributi europei dall’Aima anche durante il processo. Lei i soldi per pagare non ce li ha. Allora, prende una decisione clamorosa. Inizia lo sciopero della fame davanti al palazzo di giustizia di Reggio Calabria. Era il 12 settembre 1994. Si dichiara vittima non solo della mafia ma anche dello Stato che non ha saputo difendere le sue terre. Di notte dorme in piazza su una brandina da campo, accanto a lei c’è sempre Angelica. Lo sciopero lo porta avanti per 23 giorni e la notizia rimbalza sui giornali nazionali e nelle televisioni. La città allora cambia atteggiamento, si stringe attorno a lei con fiaccolate, veglie di preghiere, raccolta firme e tanti fiori. Il caso approda in Parlamento, il ministro degli Interni, Roberto Maroni, va a trovarla a casa e si fa garante della sospensione del pagamento delle tasse per due anni. Tempo necessario perché possa rientrare, di fatto, in possesso della sua terra ed effettuare il raccolto di olive col cui ricavato pagare il debito. Dalla morte del fratello sono passati 27 anni. Al processo tutti gli accusati sono stati condannati. Teresa si è riappropriata delle sue terre e insieme alla fedele cugina, negli ultimi anni della sua vita, ha tentato di rilanciare la produttività attraverso la creazione di una cooperativa, che non è andata come aveva previsto. La nobildonna Teresa Cordopatri dei Capece è morta, ma il suo coraggio e il suo dolore restano parte di quella storia di donne di questa terra, la Calabria, che, venute dopo di lei, si sono ribellate alla ’ndrangheta, a costo della propria vita.

(Non c’è pace tra gli ulivi, Casablanca-Le Siciliane, n. 55, Settembre/Ottobre 2018)

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