30 novembre 2016

Termina il patriarcato in Turchia

di María-Milagros Rivera Garretas

La notizia la sentii lunedì 21 novembre (2016) ed era il punto finale di un processo durato un po’ di tempo. Diceva che il governo di R. T. Erdogan si era visto obbligato a ritirare una legge approvata grazie alla maggioranza assoluta che il suo partito ha nel parlamento turco. L’aveva obbligato a ritirarla il clamore della popolazione, clamore femminista, più di donne che di uomini, raccolto dall’opposizione parlamentare al governo.

La legge sospendeva le pene imposte a uomini condannati per abusi sessuali contro bambine e adolescenti minorenni se i criminali si sposavano con loro. Questo nel patriarcato non avrebbe richiesto che si promulgassero leggi. Adesso sì, e con la precauzione di avere la maggioranza assoluta negli organi legislativi. Ma neppure così.

Questa è la fine del patriarcato, e vale la pena ripeterlo perché tutto il mondo lo sappia e la memoria della libertà e della grandezza femminile faccia piacere, si diffonda e non si perda. Anche se oggi 25 novembre il potere turco minaccia di ripresentare in parlamento questa legge, non sarà mai più lo stesso.

La legge approvata e poi ritirata aggiungeva una clausola per garantire la validità della cosa: «sempre che non ci sia violenza». Solo a una mente non femminile può venire una condizione così ridicola. Sembra che all’uomo costi scoprire la violenza contro le donne prima di vederle assassinate.

Dove non era terminato il patriarcato il lunedì 21 novembre era nel linguaggio del direttore del programma che ha dato la notizia sentita da me. Il poveretto ha fatto delle vere acrobazie per non dire che le vittime degli abusi sessuali di cui parlava la legge turca che lui spiegava erano bambine. Acrobazie tali che per un momento ho pensato che in Turchia sarebbero legali i matrimoni tra uomini. Nella sua notizia c’erano solo «minori». Si vergognava a darla, la notizia? È possibile. Ma oggi, un uomo, la fine del patriarcato in lui deve esprimerla con chiarezza; l’ambiguità lo rende complice.

Ultimamente in classe mi trovo un tipo di allievo molto giovane che strombazza con entusiasmo interpretazioni della storia spaventosamente patriarcali senza altra precauzione che di interrompersi di tanto in tanto per dire: «Ma io ovviamente non sono d’accordo con questo». «Ovviamente» lui non ha sviluppato sensibilità alcuna verso la sofferenza che la sua stessa violenza verbale causa alle donne che si trovano nella necessità di ascoltarlo e che per cortesia non escono dall’aula. Nemmeno in questo tipo di allievo è terminato il patriarcato. Per quanto politicamente corretto si creda, il suo corpo intero è blindato contro la libertà e la grandezza femminile. Sarà che la sessualità maschile eterosessuale continua a dipendere oscuramente o chiaramente dalla violenza contro le donne e le bambine? Hanno dimenticato del tutto gli uomini occidentali quel profondo pensiero maschile antico e medievale, come la tradizione ermetica, che diceva che il legame uomo-donna è sacro perché è il dolce strumento dell’eternità della creazione?

(Duoda Centre de Recerca Universitat de Barcelona, 25 novembre 2016. Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan. Per il testo originale vai a http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/185/)

(www.libreriadelledonne.it, 30 novembre 2016)

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