23 luglio 2018
#VD3

Tre proposte

 

 

di Vita Cosentino

L’introduzione di Lia Cigarini all’incontro dell’8 luglio Alla luce di un credito politico crescente ha fatto aperture importanti soprattutto su due questioni: quella di trovare nuove interlocutrici e quella di esporsi di più. A mio avviso può esserci un cambiamento in meglio se le due cose procedono insieme e al superamento di chiusure si intreccia un maggior coraggio nel farsi avanti.

Per tutto l’anno in corso, Via Dogana ha lavorato nella direzione di ampliare le interlocuzioni e proprio in questi giorni, in vista dell’incontro della redazione allargata, anche io, come Lia C., ho pensato alle femministe di NonUnaDiMeno per una faccenda che mi sta molto a cuore.

Nell’invito abbiamo scritto che nei successi internazionali delle donne quello che ha funzionato è stata un’interazione positiva tra politica soggettiva e mass-media. Invece qui in Italia sembra ci sia una certa difficoltà al riguardo. È una situazione da sbloccare. Ricordo che tempo fa, subito dopo il manifesto Dissenso comune delle lavoratrici dello spettacolo, c’era stata una lettera di oltre cento giornaliste dal titolo È ora di cambiare. Noi ci siamo. Era una presa di posizione forse un po’ generica, ma indicava una disponibilità a coinvolgersi in prima persona, a usare la loro parola per “stare accanto a tutte le donne in questa battaglia”. La cosa – che io sappia – non ha avuto molto seguito, invece io penso che il linguaggio e la narrazione della realtà siano le questioni fondamentali.

Lilli Rampello nel suo intervento ha indicato alcuni aspetti di una battaglia sul linguaggio. Sulla questione Via Dogana ha già cominciato a lavorare con la proposta di Parlare bene delle donne dopo secoli e secoli d’iniqua maldicenza (Muraro). Ma se continuiamo a dirci le cose tra di noi senza stabilire fattive interlocuzioni, non si va lontano.

Con il Metoo è diventato evidente per l’intera società che le donne entrano nei rapporti sociali gravate da ogni tipo di prevaricazioni maschili sul corpo e sulla mente. E questo a causa del contratto sessuale (Pateman), cioè quel patto fondativo tra uomini che è sottostante al contratto sociale e che sta saltando. Forse ora è il momento in cui le parole possono dire con chiara coscienza queste iniquità, attribuendole a chi ne è responsabile: il sesso maschile. Un esempio straordinario è quello di Rachel Moran che non usa più la parola “prostituta” e l’ha sostituita con “donna prostituita”. In questo passaggio linguistico c’è l’essenziale di quello che cerco di dire. Abbiamo bisogno di un’altra narrazione della realtà e questo chiede molto pensiero, scambi e interlocuzioni.

Come le giornaliste firmatarie della lettera, anche le femministe di NonUnaDiMeno sono delle possibili interlocutrici. In una delle sezioni più interessanti del loro piano, Libere di narrarci, affrontano il problema “con l’obiettivo che i media italiani non siano più espressione e veicolo di narrazioni tossiche e sessiste che riproducono una cultura di violenza diffusa”.

 

Seconda questione. Nella sua introduzione Lia C. a un certo punto afferma che una delle conseguenze del Metoo è che “l’inviolabilità del corpo femminile si sta affermando come principio di civiltà”. Io penso che si debba mantenere viva l’attenzione sull’inviolabilità e continuare a far lievitare nella società il taglio operato dal Metoo. Una delle questioni massimamente in ballo è la prostituzione. Luisa Muraro nella sua recensione al libro di Rachel Moran Stupro a pagamento, sostiene che “secoli di complicità tra uomini, di assoggettamento delle donne, di moralismo ingiusto, di cattiva letteratura e di assuefazione, hanno portato la società a non rendersi conto che la ferita inflitta all’umanità con la pratica della prostituzione, non è più accettabile. E non lo è mai stata”.

Ipotizza che, com’è accaduto per i ricatti sessuali sul posto di lavoro, “verrà il momento – ed è questo – in cui la non eliminabile vergogna della prostituzione, sempre rigettata sulle donne, tornerà alla sua vera causa, che è una concezione maschile degradata del desiderio e della corporeità”.

Su questo si prospetta una battaglia politica da non mancare. Ricordo che di recente è stata riproposta la riapertura delle case chiuse. Nel sito Luisa M. si è espressa più volte al riguardo, Luciana Tavernini ha organizzato incontri e c’è già una buona interlocuzione con il gruppo resistenza femminista che lavora a difesa della legge Merlin.

 

Ultima questione, sull’immigrazione. Non vuole contraddire l’ascolto delle obiezioni di Simplicius, ma affiancarsi. Con Laura Milani ci siamo dette spesso che si parla poco delle ragioni per cui dai barconi scendono troppe donne incinte. La verità è che sono tutte donne abusate, stuprate lungo tutto il loro terribile viaggio. Questa tragedia nella tragedia ci interpella. Non si parte da zero. Ricordo che tempo fa su questo in Libreria è stato proiettato il documentario Orizzonti mediterranei (di Pina Mandolfo e Maria Grazia Lo Cicero, 2014) e che le amiche delle Città vicine non mancano mai di parlarne nei loro interventi. In tutto il mondo quando c’è guerra, quando c’è disordine aumenta a dismisura la violenza contro le donne. Io penso che la tragedia delle nostre sorelle migranti faccia parte del grande movimento antiviolenza che c’è in Italia, possa entrare nella sensibilità dei centri antiviolenza e degli innumerevoli gruppi che si occupano sui territori della violenza contro donne.

 

 

(Via Dogana 3, 23 luglio 2018)

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