5 luglio 2017
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Troppo sale

di Maria Giovanna Piano

Negli antichi poemi epici, quelli che abbiamo studiato a scuola, viene sempre il momento in cui l’eroe è invitato a raccontare la propria travagliata storia. Lo fa davanti alla mensa imbandita in suo onore, l’onore che si rende all’ospite, allo straniero, anche quando nulla si sa di lui. Così Ulisse ad Alcinoo, così Enea a Didone: iubes renovare dolorem.

Anche Stefania Giannotti nel suo straordinario libro Troppo sale, un addio con ricette, edito da Feltrinelli, miscela cibo e doloroso racconto.

In questo caso però, a dispetto dei precedenti letterari che l’autorizzerebbero tutt’al più a piangere e raccontare insieme, lei racconta e insieme cucina.

Lo aveva già fatto in un saggio precedente: “La cucina è una fissazione”, in cui si allude a una storia che attende di essere narrata: “…dormivo con le foto sotto il cuscino di una mia pena che non racconto nei dettagli, perché ancora non ho trovato il modo” (Cuoche varie, Fuochi. La cucina di Estia, a cura di Liliana Rampello, Libreria delle donne, Milano 2014).

Un’attesa durata 25 anni, tanto ha preteso quella pena incommensurabile e incomunicabile che fin da subito trova nell’obbedienza che si deve all’irrimediabile, il suo senso profondo e, nel conseguente cammino, le parole per dirlo.

Un percorso sui generis, senza riverbero di retorica, che abbraccia d’istinto tutto ciò che dà misura.

C’è un coro di donne nella tragedia raccontata, e non è chiamato a dare consolazione, ma a salvare la vita. Primum vivere, mai risuona così irresistibile come in presenza della morte. E allora nessun corpo a corpo con il dolore, più semplicemente occorre non smarrirlo né perderlo di vista per troppa vicinanza. Serve una mediazione che restituisca la distanza giusta, una passione creativa, una cucina relazionale che si apra alla politica, una cucina della memoria, capace di fare spola mantenendo sempre lo stesso fuoco: il fuoco di Estia, attorno al quale è bello dissertare insieme “talvolta in accordo talvolta in disaccordo”.

Le portate espresse in 80 ricette sono la sosta utile al respiro di ogni sequenza narrativa, sono la stazione che ripara ciò che il ricordo potrebbe, per insostenibile lucidità, lacerare ancora. Per tenere insieme dolore della perdita e cibo bisogna avere una profonda cultura della trasformazione che riproponga nei gesti di una stessa esperienza i riti delle relazioni, soprattutto femminili, il passaggio antropologico dal crudo al cotto, la variazione delle combinazioni, e quel ripetuto portare alla bocca di ciò che ci attraverserà il corpo, diventando per decisiva alchimia, vita pura. È questa vita che abbiamo in sovrabbondanza, più di quanto possiamo sopportarne si potrebbe dire parafrasando Marilynne Robinson, è questa vita che deve vedersela con la perdita più dolorosa, quella che rischia di trascinarti giù giù e ancora giù nello stesso punto dell’abisso che ha crudelmente inghiottito la creatura amata. Cara agli dei, più cara alla madre.

Il titolo va preso alla lettera: Troppo sale. Troppo è quando qualcosa su cui non abbiamo potere si avventa su di noi, lasciandoci inermi, ferite/i, e sarebbe a morte se non fosse per la vita stessa. Da un 25 Agosto ormai lontano, ci arriva l’ansia di corpi bagnati di mare e l’immagine dell’adolescente deposto tra le braccia della madre ci restituisce per un istante una deposizione destinata chissà a immobilizzare per sempre quell’abbraccio in un unico blocco di sale. Troppo sale… sulla ferita, ma proprio dai cristalli di quel sale viene la scrittura perfetta, nitida e intensa che senza nulla concedere al lirismo, scansiona la vita in versi mostrando ciò che si può fare del dolore quando non si fugge il ricordo né lo si trasforma in simulacro.

Stefania Giannotti ci mostra per tutto il libro che è possibile riposizionare la morte nel luogo più soleggiato ossia più esposto alla vita, e che una donna può avere sufficiente forza e competenza di civiltà per sciogliere quel blocco e far rivivere ciò che rischiava di rimanere pietrificato. Lei del condimento conosce la giusta misura, che per il sale, come per la vita, è quanto basta.

(Facebook, 18 aprile 2017)

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