23 luglio 2017

Un asterisco politically correct che mostra una rinuncia

Lettera di Sara Gandini

 

care e cari di Salecina,
nella lettera che mi scrivete ponete un problema importante. Voi scrivete che avete deciso di “utilizzare il più possibile nella scrittura dei documenti un linguaggio inclusivo che, oltre alla forma maschile e femminile, comprenda altre possibili identità di genere. La stellina * nella scrittura, con i suoi raggi, mette in evidenza l’esistenza di più forme di genere e può così rendere giustizia alla realtà”.

Questo uso dell’asterisco (la stellina), che risponde al desiderio di essere inclusivi e politicamente corretti, rinuncia a rappresentare la realtà attraverso la lingua, a pensare un modo di indicare la differenza sessuale e le identità di genere, quasi fossero un fatto da nascondere, irrilevante, o meglio, problematico, e questo è un passo indietro.
Un passo indietro perché il patriarcato era impostato sull’idea che esistesse un solo punto di vista, un solo modo di fare politica, di lavorare, di amare… quello degli uomini, che includeva anche quello delle donne. Una sorta di “neutro universale“: si parla al maschile per significare sia uomini che donne. Tuttora il maschile, usato come se fosse un neutro, indica spesso la posizione di valore nella società e viene usato per le professioni più qualificate: mettere al femminile notaia, medica, architetta a molte/i non piace. Mentre il femminile di segretaria, infermiera, cameriera non crea problemi.

Il rischio, con l’asterisco, è di ritornare a un neutro che evita il conflitto con una impostazione misogina. Si sorvola, con un trucco, su un aspetto importante della realtà. Dover pensare a come rappresentare nel linguaggio la differenza sessuale obbliga a riflettere su cosa la differenza sessuale fa capitare nel mondo e a fare delle invenzioni, alimentando creatività linguistica.

Molte donne usano il femminile con orgoglio perché desiderano che la libertà e l’autorità femminile possano emergere ed essere rappresentate, e pensano che questo porti ad un cambiamento di civiltà. Il femminile permette di raccontare pratiche politiche nate nel femminismo che sottostanno a un simbolico differente da quello patriarcale. Una scelta linguistica che vuole far emergere la ricchezza del sapere delle donne, per mostrare un altro modo di governare.

Ovviamente nascere di sesso femminile in sé non garantisce nulla, tuttavia, come raccontavamo io e Laura Colombo durante il “Seminario delle donne, queer e femminista” di Salecina di quest’anno, forse dovremmo ascoltare maggiormente le bambine e i bambini. Per loro non ha nessuna importanza se gli amici di gioco sono di colore, indiani o musulmani, ma ha molta importanza il sesso: il modo di giocare, di litigare, di rapportarsi, tra di loro o con le maestre, è differente tra maschi e femmine. Infatti il fatto di essere dello stesso sesso della madre, o meno, conta: lei è il primo oggetto d’amore per tutti, ma la relazione con lei cambia se siamo maschi o femmine, e la relazione con lei influenzerà gli altri incontri importanti della nostra vita. Il vissuto e l’immaginario che si crea sul corpo della madre in qualche modo entreranno nella relazione con le maestre da bambini, nella sessualità da adulti, nella scelta di fare figli o meno…

Lesbiche, gay, trans, etero, tutti nasciamo da una donna e tutti in qualche modo riflettiamo, fin da bambini, su che donne e uomini desideriamo essere, partendo dalla nostra origine, dal nostro primo oggetto d’amore: la madre.
L’asterisco cancella tutto questo, e molto altro.

(www.libreriadelledonne.it, 23/7/2017)

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