26 aprile 2017
il manifesto

Una stagione rivoluzionaria e il riconoscimento mancato

di Mariangela Mianiti

Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei di Mira Furlani edito da Gabrielli

Ha poco più di cento pagine, ma più si procede nella lettura, più scotta fra le dita, scatena desiderio di ribellione, muove empatia. Ci sono voluti quasi 50 anni perché Mira (contrazione di Casimira) Furlani, quasi 80 anni, si desse il diritto di scrivere Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei (Gabrielli editore, pp. 112, euro 12). La prosa scorre e avviluppa, capace di narrare con quella verità emotiva che solo un, in questo caso una, protagonista diretta sa dare.
Il punto di partenza è la nascita dell’Isolotto di Firenze, quartiere popolare dove nel 1968 sorse la prima Comunità cristiana di base (Cdb) italiana e nella cui parrocchia Mira fondò e gestì, nel 1959 e con un’amica, la prima casa famiglia per bambini e bambine orfani e abbandonati.
Molto si è scritto sull’esperienza dell’Isolotto e della comunità che, attorno alla figura di don Enzo Mazzi, diede vita a pratiche comuni di condivisione e accoglimento che portavano avanti istanze di lavoratori, studenti, credenti e non.
Fu un’esperienza rivoluzionaria, prima appoggiata dal vescovo cardinale Elia Dalla Costa e poi osteggiata, in modo anche feroce, dal suo successore monsignor Ermenegildo Florit che non esitò ad appoggiarsi alle forze più reazionarie della città, compreso il partito fascista del Msi.
Fino a questo libro di Mira, quella stagione non era mai stata raccontata da uno sguardo femminile. Fa differenza? Ne fa, e tanta, perché per la prima volta Mira narra la sua esperienza di donna dentro quella rivolta svelando, come ha detto Luisa Muraro, una rivolta nella rivolta. Ciò rende questo libro necessario.
Qual è la rivolta di Mira e perché ci ha impiegato così tanto tempo prima di decidersi a narrarla? Se lo svelassi nel dettaglio, toglierei al lettore il piacere di scoprirlo da solo, ma soprattutto sminuirei l’emozione palpabile e la verità con cui Mira ripercorre le sue battaglie, le fatiche, le gioie, le scoperte, le delusioni e i dolori di quel periodo.
Però una cosa va detta: la rivolta riguarda don Mazzi non tanto nel suo ruolo pubblico, ma rispetto al modo con cui costruì e governò la relazione con Mira. Non si tratta di relazione amorosa e carnale, ma umana e sociale e riguarda l’impegno che Mira si assunse soprattutto nella casa-famiglia, il riconoscimento che fu negato al suo ruolo e alla sua figura, il non ascolto del suo pensiero. Questo scarto non soppresse l’affetto e la stima fra lei e don Mazzi, ma le rese impossibile far finta di niente.
Era stato don Mazzi a chiederle di assumersi il compito di madre affidataria, e ufficiosa, di quei bambini. Mira non aveva mai pensato né aspirato a quel tipo di impegno, anzi, prima di conoscere don Mazzi non era nemmeno interessata alla religione, era iscritta alla Cgil e al Pci e non andava in chiesa da anni. Il grande desiderio di verità, il riconoscersi nelle parole del Vangelo cambiarono radicalmente la sua vita. Quando don Mazzi le propose di dirigere la casa-famiglia lei accettò e svolse il suo lavoro con dedizione totale, aggiungendolo all’impiego che già aveva in una società di trasporti.
Ciò nonostante, don Mazzi non riconobbe mai a Mira, né pubblicamente né nel privato, quel ruolo faticoso e impegnativo sia fisicamente che psicologicamente. Più volte Furlani si ribellò a questa ingiustizia, ma invano, tant’è che scrive di essersi sentita considerata come una serva.
Rendersi libera è stato il lavoro che Mira ha sempre fatto d’istinto, ma per lei è diventato consapevolezza e pratica quotidiana quando, negli anni Settanta, ha incontrato il femminismo dell’autocoscienza e della differenza.
«L’autorità femminile – scrive – è una forza propulsiva che scaturisce dal profondo del pensiero della differenza sessuale, il cui apparire ha rivoluzionato ogni visione maschile patriarcale di paternità assoluta e piramidale, compresa quella gerarchica e sacrale della chiesa cattolica. Oggi non possiamo più discutere se rendere la società e le chiese più o meno democratiche: bisogna invece alimentare una pratica politica di autocoscienza maschile che possa rompere la scala gerarchica del potere assoluto del padre».

(il manifesto, 26 aprile 2017)

Print Friendly, PDF & Email