29 dicembre 2017
Testimonianze

Una storia, un’autrice e la «misura giusta del raccontare»

di Luisa Muraro

 

Si rimprovera all’autrice di Le donne e il prete il ritardo con cui ha raccontato certi fatti che hanno al centro un uomo da molti ammirato com’è stato e rimane Enzo Mazzi, fatti che, in parte, non gli fanno onore. E, soprattutto perché raccontarli ora che è morto e non può dire la sua, non può rendere conto di sé a quelli che custodiscono la memoria del suo nome?

La prima domanda che viene da porsi è proprio questa. Perché Mira Furlani, che è stata una protagonista nella storia dell’Isolotto, come fu evidente nel celebre processo del 1971 che la vide unica – e combattiva – donna tra i nove imputati per la rivolta dei fedeli di don Mazzi contro il diktat del vescovo Florit, perché ha aspettato tanti anni, quasi cinquanta! a darci il racconto di fatti che riguardavano la sua partecipazione a una storia che appassionò molti e che non pochi ancora ricordano?

Non so la risposta, ma di questo sono piuttosto sicura: ha scritto non prima di aver trovato la misura giusta per raccontare. Il tanto tempo trascorso da allora le è stato necessario per trovarla e forse ci voleva tutto…

Ho fatto la conoscenza di Mira Furlani su un treno che riportava lei a Firenze, me a Milano, entrambe di ritorno da un convegno femminista romano. Erano gli anni Ottanta, anni buoni per il femminismo in Italia. Nel corso della conversazione, in piedi nel corridoio, quasi subito lei mi parlò del suo impegno nel progetto delle case-famiglia dell’Isolotto, una vicenda che mi risultò oscura. Conoscevo la storia di Enzo Mazzi, prete progressista e conciliare, perseguitato dal vescovo reazionario di Firenze e difeso dai cattolici del dissenso, oltre che dai suoi parrocchiani, con il seguito delle messe celebrate in piazza, fino al processo terminato con l’assoluzione di tutti. Ma di case-famiglia non sapevo nulla. Mi colpì che era proprio questa la faccenda che stava a cuore alla mia interlocutrice, era lì che lei voleva portare la mia attenzione.

Chi ha letto Le donne e il prete, riconoscerà che anche nel libro c’è questo spostamento di attenzione rispetto ai racconti correnti sull’Isolotto. Ma nel libro viene esposto con una fermezza di sguardo che non c’era nel racconto del treno. “Racconterò i fatti così come li ho vissuti”, leggiamo nel primo dei capitoli dedicati a questa parte della narrazione, che non a caso sono quelli centrali nel libro. Va detto che ci troviamo in presenza di un’autrice che, senza avere speciali titoli di studio né passate pubblicazioni, scrive bene e sa raccontare, abbreviando e allungando secondo le esigenze della narrazione.

Il significato dello spostamento da lei operato, ci ho messo del tempo a capirlo.

Come risulta dalla lettura del libro (e risultò al processo), Mira ha vissuto e ricorda l’intera, appassionante vicenda di quel quartiere. Questo era in costruzione quando lei, giovanissima, ci arrivò, nel 1955. Dunque, l’attenzione preferenziale che lei porta sulla nascita delle case-famiglia, è deliberata. Devo dire che, ascoltandola la prima volta, di ciò mi resi conto, sì, ma l’ho interpretata nel peggiore dei modi, come sintomo deteriore di un soggettivismo tipicamente femminile. Mi parve una storia di “donne che non vanno d’accordo” e ciò mi diede fastidio. Dentro di me ho cercato di scusarla, nient’altro.

La lentezza della mia mente gravata da pregiudizi misogini interiorizzati, cosa che capita anche a una femminista, c’entra. Insieme ad altro, però, che riassumo alla buona: non è facile per una donna vedersi e farsi vedere come personaggio storico anche quando lo è al cento per cento. Pensate a Hillary Clinton.

Quello di Mira Furlani è un caso tutt’altro che unico ma per certi versi esemplare della dis-crepanza tra la verità soggettiva e la versione che diventerà storica, quando si tratta di protagonismo femminile. Le donne sono presenti e attive nella storia umana, chi più chi meno e a vario titolo, ma per tutte c’è una crepa che si apre al momento della ri-presentazione, similmente a quello che può capitare quando si secca un manufatto d’argilla o, peggio, si raffredda il bronzo fuso.

I libri di storia sono pieni di uomini perché l’esperienza di “lei” non fa testo, letteralmente. Dunque, se un testo per finire appare, come questo che ci racconta un tratto importante della storia italiana, dalla ricostruzione al movimento femminista, c’è da rallegrarsi, prima di qualsiasi critica. E poi da capire che cosa faccia ostacolo alla rappresentazione del mondo dal punto di vista femminile.

In tutti i libri che raccontano l’Isolotto – così comincia il capitolo 4 di Le donne e il prete – l’argomento delle case-famiglia è stato presentato frettolosamente. Come mai? L’autrice risponde con poche parole sulle quali bisogna fermarsi: “la nascita delle case-famiglia per bimbi orfani e abbandonati è stata sempre liquidata frettolosamente, col timore che parlarne più di tanto significasse intaccarne il privato” (io sottolineo). Se si presta un ascolto attento, qui si sente il punto cieco di una sofferenza. Sarebbe sbagliato, secondo me, imputare la reticenza esclusivamente a chi scrive. Chi legge deve fare la sua parte.

Mi sono chiesta: il progetto delle case-famiglia obbediva a scopi di propaganda? Mira Furlani non è sfiorata da un pensiero simile, e lei c’era. Il progetto, dice, era per l’Isolotto un concreto impegno di carità evangelica, e per i tempi di allora fu un passo avanti nel superamento degli istituti di assistenza ai minori.

Ma c’è dell’altro, mi pare evidente dalle parole citate. Forse, nell’ideazione del progetto o nella sua realizzazione, l’intensa amicizia tra Enzo e Mira conobbe un salto di qualità che non fu accettato, non dico: da lui o da lei, perché si tratta di una relazione ed è troppo difficile fare le parti – senza tuttavia ignorare che, in quel contesto, lui aveva un’autorità superiore a quella di lei. Forse, il nuovo non fu accettato perché la comunità non lo avrebbe accettato. E fu in questa direzione che si arenò lo slancio trasgressivo che animava tutta l’impresa dell’Isolotto.

Ecco il significato dello spostamento di attenzione che ho già segnalato. È un problema non da poco! Riguarda il senso di quel che può capitare a esseri umani e la direzione in cui procedere per il meglio desiderato e desiderabile. Si tratta di far emergere la verità soggettiva, di farla risaltare nel quadro generale, di farla lavorare simbolicamente per avere una rappresentazione più vera della realtà storica. Non dico soltanto al passato ma soprattutto al presente-passato/futuro, ossia man mano che la realtà stessa si pro-duce: viene avanti.

Nel racconto storico, in questo caso e in generale, la presenza delle donne, quale che sia il loro contributo, si usa ormai dire che viene messo ai margini. Non è esatto, sarebbe più giusto dire che la presenza viene obliterata, e il contributo mangiato, cioè “lei” resa illeggibile e il suo contributo assimilato, tutto in vista di una rappresentazione unitaria, senza le complicazioni di una alterità irriducibile.

Apro una parentesi. La cultura femminista ha tanti meriti ma ha anche tanta strada da fare. La sparizione delle donne dai libri di storia, non è l’effetto della loro discriminazione dalla scena pubblica, ma, al contrario, di un’integrazione che arriva alla consumazione, e non si può dire che sia finita.

Sulle pagine di Testimonianze non è tempo perso, spero, aggiungere che, in conseguenza di questa semplificazione unitaria, tutto ne viene offuscato, non escluso il sentimento religioso, che si forma malamente senza un forte senso della differenza dell’altro. Quando un uomo dice “io sono solo un uomo”, troppo spesso sottintende che il suo altro sarebbe Dio. Non dovremmo consentirci quest’abbreviazione, ne va di Dio, che per me non è cosa da poco.


(“Testimonianze”, n. 514, dicembre 2017, pp. 98-100)

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