2 dicembre 2017
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“Virginia Woolf e i suoi contemporanei” recensione di Giuliana Giulietti

di Giuliana Giulietti

Avere tra le mani e sotto gli occhi la nuova edizione di Virginia Woolf e i suoi contemporanei pubblicata dal Saggiatore, a cura di Liliana Rampello e con la traduzione di Lucia Gunella, immergermi nella lettura, guardare le tante foto (di Virginia, dei suoi parenti, delle amiche e degli amici) di cui è arricchita, è per me un piacere squisito. Ventisette persone sono qui convocate per restituire un ricordo personale di lei  –Virginia zia, cognata, moglie, sorella, amica, editrice– anni dopo il suo suicidio. Quella morte –scrive Liliana Rampello nella sua bella introduzione– “che sembra aver steso sulla scrittrice e sull’opera un velo nero, cupo, che fa rivedere tutto alla disperata luce di quell’ultimo gesto”. Da qui l’immagine a lungo tramandata di una Virginia tormentata, depressa, infelice.

Ma la donna che ci viene incontro da queste pagine, con la sua risata beffarda, la sua lingua tagliente, il suo straordinario senso dell’umorismo, questa donna “curiosa della vita e forte, sensibile ma forte”, non ha nulla a che spartire con quella che l’amico e romanziere E.M.Forster chiama “la leggenda dell’invalida signora di Bloomsbury”. Sono dunque le persone che l’hanno conosciuta e che hanno condiviso con lei  lavoro, pranzi, feste, conversazioni, passeggiate, vacanze, viaggi, a sollevare il velo nero gettato sulla sua vita e a mostrarci “la vivacità varia e scintillate di un’altra verità”.

Certamente c’è verità anche nel dolore, nella malattia e nella morte di Virginia Woolf. Ma queste due verità –osserva Rampello– si tengono insieme nella sua vita “e poco si capisce se l’occhio ne illumina una sola, se non si guarda con fervore ammirato alla contrastante e continua tensione fra le due, alla relazione fra due poli uno dei quali si affaccia di continuo con la prepotenza del desiderio, il desiderio di vivere fino in fondo ogni attimo della quotidianità”. Ed è lì, nella profonda materialità del quotidiano che Virginia intravede il miracolo, la sacralità dell’esistenza.

Ogni esperienza umana era interessante per lei  – racconta Nigel Nicolson (figlio di Vita Sackville-West) –, la immagazzinava in fondo alla sua mente; poteva o non poteva saltare fuori anni dopo, in forma completamente diversa, da uno dei suoi dei suoi libri. “Le si dava un briciolo di informazione, opaco come un pezzo di piombo, e lei lo restituiva scintillante come un diamante”.
La scrittrice Elisabeth Bowen descrive Virginia come “una creatura di riso e movimento /…/ un riso contagioso, esagerato, come quello di un bimbo”.

In un saggio su Lewis Carroll, Virginia Woolf scrive che per ridere bisogna saper tornare bambini e stupirci di tutto e trovare ogni cosa talmente strana che niente ci sorprende. E lei – lo capiamo da alcune delle testimonianze che incontriamo leggendo – aveva quel dono. Sapeva tornare bambina, ridere, provocare, fantasticare e i suoi nipotini (Julian, Quentin, Angelica) e i figli di Vita (Nigel e Ben) l’adoravano. “Sta arrivando Virginia” –dicevano– “quanto ci divertiremo”.

Suo cognato, Clive Bell, la rievoca con affetto e ammirazione: “Per tornare a quella sciocca caricatura –Virginia la malinconica ipocondriaca– lasciatemi dire che era l’essere umano più allegro che abbia mai conosciuto e uno dei più amabili. Stavo per aggiungere, oltre ad essere un genio; ma di fatto queste qualità erano elementi del suo genio”. Del genio di Virginia parlano anche Janet Vaughan e Vita Sackville -West che, in una singolare coincidenza, ce ne offrono la medesima immagine. Un’immagine di coraggio e di audacia. Per Vaughan il genio di Virginia si esprimeva “nella qualità di saltare gli abissi” senza il bisogno di sostenersi a nulla. Saltava e via. “Ho sempre pensato” –dice Vita– “che il suo genio la portasse, attraverso qualche scorciatoia, a un punto essenziale che tutti gli altri avevano mancato. Non ci arrivava camminando: ci arrivava con un balzo”.

Scorrendo le pagine del libro ci imbattiamo ripetutamente nello spirito beffardo e canzonatorio di Virginia, nella sua lingua diabolica. Le piaceva prendere in giro le persone, costruire storie fantastiche su di loro, fare pettegolezzi.  “Si divertiva a spremere tutti, ricamando insistentemente su ciò che le avevano detto”–ricorda Rosamond Lehmann che di Virginia elogia la bellezza, i grandi occhi melanconici, le mani squisite, la natura completamente poetica.

Ancora più arrabbiata di Clive Bell e di Forster con chi costantemente appiccicava etichette a Virginia (Regina di Bloomsbury, Intellettuale languida e distruttiva), Vita Sackville-West, che dell’amica aveva una conoscenza intima e profonda, prende la penna in mano per raccontare la sua verità: Virginia era “autentica, integra, raffinata, sulfurea, pura”. Una qualità, la purezza, che in Virginia risplendeva e affascinava chiunque la incontrasse. “C’era in lei” –afferma la scrittrice Rebecca West, “qualcosa di insolitamente pulito, puro”. “Era come una corrente d’acqua adamantina, pura e scintillante” –racconta la nipote Angelica Garnett– “trasparente, gorgogliante, austera e che da’ la vita”.

Virginia Woolf e i suoi contemporanei ci restituisce dunque il ritratto di una donna che amava appassionatamente la vita, Londra e la campagna, il buon cibo e il vino, i parenti e le amiche e gli amici sebbene di tanto in tanto uno spiritello maligno la inducesse a canzonarli, a metterli in ridicolo. Ma nessuno perdeva le staffe con lei o se la prendeva più di tanto. Non c’era mai una reale malevolenza in Virginia. Era fatta così. “Era come il bambino che mette il dito nell’anemone per vedere se si chiude”.

Tra le ventisette persone qui convocate ce ne sono di famose (scrittrici e scrittori, poeti e pittori) o persone comuni come Louie Mayer, cuoca a Monk’s House (la casa di campagna di Virginia e Leonard Woolf) dal 1934 al 1969 (anno della morte di Leonard) la quale ci informa che in cucina Virginia sapeva fare meravigliosamente una cosa: un bel pane. “Noi ci siamo sempre fatti il nostro pane” –le diceva. E tutte queste persone, dal grande T.S.Eliot a Louie Mayer sapevano che Virginia era completamente felice solo quando scriveva. “Amava scrivere” –dice E.M.Forster– “con un’intensità che pochi altri scrittori hanno mai raggiunto o anche solo desiderato”.

Il 19 giugno 1923 mentre era impegnata nella stesura di Mrs. Dallowy, Virginia Woolf confidava al diario: “Ora che ho ripreso la narrativa sento la mia forza che emana, schietta e ardente, da me nella sua pienezza /…/ il libero uso delle nostre facoltà significa felicità. Ora sono una migliore compagna, un essere più umano”. Ma il suo spirito beffardo e il suo enorme senso del divertimento erano sempre in agguato. Barbara Bagenal racconta che quando sua figlia Judith era bambina incontrò la scrittrice nella High Street di Lewis e Virginia le disse: “ Vieni con me da Woolworth a comprare una grande gomma?. Voglio cancellare tutti i miei romanzi”.

Virginia Woolf e i suoi contemporanei
a cura di Liliana Rampello
traduzione di Lucia Gunella
pag. 319 ill. col e b/n
brossura con bandelle
responsabilità grafica non indicata
tit. orig.: Recollections of Virginia Woolf by Her Contemporaries, Ohio University Press, Athens 1972
Il Saggiatore, Milano, 2017

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