Libreria delle donne di Milano
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Un paese sottosopra

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Letizia Paolozzi
Alberto Leiss

Un paese sottosopra
1973-1996: una voce del femminismo italiano

(2001, Pratiche editrice)

Stralci dal capitolo 4: Lavorare libera

[...]

Il tempo presente è il tempo dell' "orrore economico"? Se diamo ragione a Viviane Forrester non c'è che disoccupazione e svalorizzazione di sé, supersfruttamento e alienazione. Domina incontrastato il "pensiero unico" che capitale finanziario, vittorioso in tutto il globo, ha plasmato a sua immagine e somiglianza. Angoscia comunicata dal film Nuvole in viaggio, di Aki Kaurismaki; colorì tra il verde, il tosso e il celeste per riprendere una Finlandia cupa, disperata, dove lui, il marito, Lauri, tranviere, è stato il primo a perdere il lavoro. Ci sono linee da tagliare. Il padrone fa decidere a un mazzo di carte quale dei suoi autisti licenziare. Lauri prende un tre di fiori e viene "liberato". Poi tocca alla moglie' Ilona, capocamenera del ristorante Dubrovnik condannato a trasformare in un fast-food. Il vecchio personale deve andarsene. Eppure, la via di uscita, sarà magari una favola, la trova la protagonista che, insieme alla ex padrona del Dubrovnik, apre un nuovo ristorante, offrendo un posto anche al suo compagno.
Altra scena, altro paese. Siamo, con il regista Mark Herman , nell'Inghilterra della grande ristrutturazíone anni ottanta. Qualche cifra: dal 1984 a oggi 140 miniere chiuse, e 250 000 operai hanno perso il lavoro. Che lavoro fa per vivere chiede una damina al clown. E lui: «Ha presente, signora? 1 dinosauri, i gorilla, i minatori ... ». In un paese dello Yorkshíre, il "collettivo", rappresentato da una bandadipaese, "ringrazia" la signora Thatcher con un riscatto umbolico a suon di musica. Anche qui, molto dipende dalla presenza angelica di una "analista di mercato", chíamata dal padrone ma capace di suonare il flicorno insieme agli operai.
Se è vero che dopo il fallimento tragico dei progetti di trasformazione sociale che credevano all'abolizione del mercato, dopo il tramonto del modo di produzione che aveva al centro il " proletario " salariato, il movimento operaio ha perso parola, quasi non avesse più presa simbolica sul mondo, la possibilità di sfuggire al pensiero "unico 95 viene' prima a di tutto, dalle suggestioni dell'immaginario. Puntando sull'intervento di figure femminili che sembrano capaci di rovesciare la situazione grazie a un'idea diversa del conflitto. E del lavoro.
Dal momento che si sta verificando un grande cambiamento. Oggi, il lavoro ha sempre più a che fare con la comunicazione e il linguaggio. Anche se bisogna poi capire quali siano le condizioni di accesso al linguaggio e chi ha la possibilità di usarlo. Comunicare significa essere dentro la produzione con la comprensione della propria attività, grazie al proprio agire comunicativo. Mettersi in relazione; cooperare. Riuscire così, ma questo è l'interrogatívo, a evitare i buchi neri dell'alienazione.
Nei Sottosopra, perno del ragionamento sarà il desiderio di libertà "nel" lavoro, l'attribuzione di competenza e cioè l'intelligenza individuale e collettiva delle sítuazioni» (Philippe Zarafian, Travail et Communication, Puf, 1996). Al punto da assumere proprio il mercato come luogo possibile della costruzione di senso. Oltre i "valori" economici della competizione, del guadagno e del denaro considerato l'unica misura. Oggi corpo, linguaggio, tempo di vita, sono sempre più messi al lavoro. Tanto vale saperlo, e reagire senza imboccare impossibili linee di fuga, ma arricchendo la "contrattazione" di tutto ciò - affetti, desideri, doni, progetti - che la logica del "pensiero unico" tende a rimuovere e cancellare.
L'uso del termine "contrattazione" allude alle differenze tra il meccanismo della contrattazione sindacale e politica, basata sulla rappresentanza di interessi collettivi - un "noi" peraltro sempre più difficile da identificare e definire - e quella contrattazione che si tesse nelle relazioni personali, dove è sempre necessario partire da sé e incontrare l'altro costruendo mediazioni. Meccanismo che si riproduce anche in ogni singola persona, "tra sé e sé", dando luogo alle modificazioni della coscienza. Che cosa vuol dire? Che è sbagliato tacciare di non "politico" questo livello "fine" della contrattazione, in cui certo non sono in gioco "grandi numeri" o il potere di prendere "grandi decisioni", ma forse una cosa più importante, "la libertà che nasce dalla modificazione di sé". Nel tempo presente - osserva ancora quel Sottosopra - le «masse, nella politíca così intesa, sono già state coinvolte, e della loro storia sono diventate protagoniste, nel senso che sono immesse,consenzienti, nel ciclo produzione-consumo, essendo perfettamente al corrente della propria situazione, grazie alla cultura dei mass-media, di cui fanno grande consumo Che questa promozione vada insieme a paure crescenti, a un generale impoverimento simbolico, e, fra le persone giovani, a molta tristezza, è innegabile. Ma non si può dire che sia l'effetto di un inganno né che, sotto sotto, stia covando una volontà generale di cambiamento. No. Noi pensiamo che sta, piuttosto, l'effetto di un orizzonte troppo limitato entro cui' le accresciute possibilità materiali devono stare e giocarsi. E pensiamo che questo orizzonte non possa aprirsi per arrivare a comprendere traguardi più allettanti* o sfide più entusiasmanti senza quella libertà che nasce dalla capacità di modificazione di sé, la quale, a sua volta, viene con la pratica della contrattazione tra sé e sé, tra sé e il mondo».
Nel momento storico in cui il lavoro cambia, assumendo un maggiore contenuto comunicativo e relazionale (diversamente dal modello tayloristico nel quale la gran parte dei salariati era esclusa dalla partecipazione al linguaggio dell'organizzazione produttiva) e conosce il contraddittorio estendersi di forme autonome, assistiamo anche all'ingresso delle donne in numero crescente nel mercato del lavoro. Se la separazione tra pratica e obiettivo è stata introiettata per decenni, oggi, la femmínílizzazione e la capacità di " contrattazione fine " basata sulle relazioni personali si riveleranno una leva per la trasformazione?

[...]

Il sesso dell'intelligenza

Nei Sottosopra, l'idea che sia necessario "un lavoro del pensiero" capace di far leva sulla differenza femminile nel luoghi della produzione, è una costante. Prendiamo il testo del Gruppo del martedì della Camera del lavoro di Brescia, pubblicato nel Sottosopra del gennaio 1989 'T filo di felicità". Un gruppo di sindacaliste, alcune funzionarie, altre delegate, racconta l'esperienza di una pratica politica diversa, dentro la Cgil. In particolare, lo scontro con la decisione del direttivo nazionale della Confederazione di ricostituire i " coordinamenti donne " (luglio 1987). E la critica alla politica delle quote. E' la storia di un conflitto, ma anche l'individuazione di un terreno dove «si gioca il valore della presenza femminile».
«Troviamo difficile analizzare come nasca effettivamente la nostra forza. La sua fonte è femminile, questo è sicuro, come è sicuro che la sua base sono le relazioni fra donne. Ma è generico, oltre che ormai risaputo. Andando più a fondo, vediamo che c'è il fatto che ci siamo scelte e che alla base di questa scelta c'è un Progetto forte, ricco anche del sapere che noiabbiamo accumulato rispetto a questo luogo. Noinon abbiamo rivendicazioni o richieste da avanzare nei confronti del sindacato. Noi vogliamo essere il sindacato di donne e uomini, il sindacato che tiene presente la differenza sessuale a tutti i suoi' livelli [ ... ]. Un'occasione per ap
profondire le nostre idee, è venuta con la discussione sulle quote garantite. In un primo momento non abbiamo trovato una posizione che ci legasse con la forza della convinzione. Adesso comincia ad esserci, anche perché ci siamo misurate su questa questi one con la nostra prati ca po liti ca. Siamo contrarie alle quote per molti motivi, alcuni dipendono
dalla situazione, altri sono più di fondo.
Intanto abbiamo l'impressione che con questo discorso delle quote sì voglia chiudere sbrigativamente il problema della presenza o assenza delle donne nel sindacato.
Ci offrono questo 25 % con l'aria di dire: Vi abbiamo risposto, avete avuto quello che volevate.
Se si accetta, di ridurre la differenza sessuale ad un semplice calcolo matematico. ad un riequilibrio di presenza, si indebolisce la possibilità di mantenere aperto un conflitto che è politico.
Per questo sentiamo le quote una svalutazione del sesso
femminile. Un soggetto - maschile - conserva una rappresentanza universale. Noi accettiamo il confino, ci facciamo
ridurre a gruppo politico, il conflitto vi ene così mantenuto nel 25%, non esce! Le quote portano in sé questo significato di rimedio di una debolezza, questo ha conseguenze negative in ogni caso, ma specialmente nel mondo del lavoro dove la cosa determinante sono i rapporti di forza.»
La ricerca di una politica di autonomia nel sindacato conclude il testo con una domanda più generale: «Come far nascere, come far parlare, la libertà femminile nel mondo del lavoro?». Una prima risposta è stata quella di rovesciare l'invisibilità, o la visibilità negativa del rapporto tra donne e mercato del lavoro. Perché, fino a un certo momento, le donne erano invisibili: nelle fabbriche e negli uffici esistevano solo lavoratori. Oppure, se veniva nominata la loro esistenza - succederà in seguito, nella sinistra specialmente - era per registrare uno svantaggio: sono poche, pagate meno, costrette al doppio lavoro, giacché continuano a prendersi cura anche della famiglia e' della casa.
Ma la scelta del lavoro, e per le più giovani dello studio, è dipesa, nell'ultimo decennio, da un «senso della necessità», da un imperativo che corrisponde a una rivoluzione nelle coscienze femminili. Ostacoli, difficoltà, svantaggi vengono affrontati con un investimento nel lavoro e ancora più nel sistema di conoscenze e di relazioni che può offrire, legato a una soggettività che non sopporta più rinunce.
Questa spinta produce novità e cambiamento negli stessi luoghi della produzione. Solo che si abbia voglia di guardare. Scrive Paola Piva nel Lavoro sessuato (Anabasi, 1994): «Il fatto che le donne abbiano storicamente coltivato legami soprattutto nell'ambito delle relazioni primarie (l'aggregato domestico) e gli uomini si siano responsabilizzati piuttosto nei confronti di collettività più ampie, sembra aver generato delle competenze diverse. Consapevolmente o meno, di questo le organizzazioni tengono conto nella divisione dei ruoli: all'uomo viene affidata la gestione di molti dipendenti, alla donna i piccoli gruppi; all'uomo la rappresentanza in pubblico, alla donna le relazioni inforinali, dietro le quinte. Una distinzione tecnica, di contei del lavoro, che si traduce immediatamente in una distinzione verticale, di potere e di prestigio».
Differenze che possono essere avvertite ancora come fattori di svantaggio in termini di carriera. Avrebbe dunq que ragione il capo del personale che, interrogato sulle distinzioni di ruolo tra uomini e donne, ha risposto: «Qui si I lavora con la testa e l'intelligenza non ha sesso». In realtà, le ricerche sul campo dimostrano che lo stesso equilibrio roduttivo ha bisogno delle qualità maschili e femminili.
E dalla differenza femminile riparte Lia Cigarini
«L'investimento di senso nel rapporto con il lavoro si esprime per lo più per le donne nell'agire e pensarsi in relazione» (La rivoluzione inattesa, Nuova Pratiche Editrice, 1997). La femminilizzazione del mercato del lavoro, la tendenza delle donne a impiegarsi nel terziario, spesso tecnologiamente avanzato, o ad associarsi in microimprese di sole donne, delinea una situazione che, tuttavia, «sembra configurare - scrivono Lia Cigarini e Maria Marangelli (sul numero 37 di Via Dogana) - più che un libero gioco, della differenza, una nuova e più qualificata divisione sessuata del lavoro. Non ci basta».
Senza una critica alla politica sindacale che ha come oggetto solo il lavoro subordinato, la riduzione dell'orario, il risarcimento in denaro per un'attività inevitabilmente etoridiretta; senza una teoria del lavoro che sappia riconoscere la "qualità delle relazioni" introdotte dalle donne "come barriera all'alienazione ", il "di più"che la presenza femminile apporta nel mercato rischia di essere semplicemente "scippato" dalle imprese sotto la forma delle competenze relazionali, di "cura".
La valorizzazione delle forme di conflitto individuale,
o di piccolo gruppo, proprio quando diminuisce vvistosamente il ricorso allo sciopero, la critica all'idea di un sistema di diritti calato dall'esterno a tutela del mondo del
lavoro, investito dai processi di flessi ' bilizzazione propri del postfordismo, hanno suscitato attorno a queste posizioni un dibattito vivace. Con l'accusa - argomentata da Manuela Cartosio sul Manifesto - di puntellare di fatto le posizioni più "di destra" che si manifestano nella Cgil, o "peggio", in ambito confindustriale, a favore della flessibilità e della più radicale deregolamentazione.
Francesco Garibaldo, direttore dell'Istituto del lavoro di Bologna, apprezza (sul numero 40-41 di Via Dogana) l'idea di una rivoluzione "simbolica" nel rapporto tra nuovo lavoro e soggettività, però vede nella critica alla rap presentanza e alla contrattazione collettiva il pericolo di evocare "forme neofeudali" in una società sempre più frammentata in gruppi. «Il neofeudalesimo esiste già, e l'organizzazioni della sinistra hanno contribuito non poc a consolidarlo» è la risposta di Sergio Bologna. D'altra parte, le grandi "carte dei diritti", dalla Rivoluzione fran cese allo Statuto dei lavoratori «sono state scritte dop una dura lotta sociale in cui i soggetti hanno espresso di rettamente i propri bisogni e disegnato i confini della pr pria libertà».
Per i Sottosopra, la soggettività delle donne è capactà di "disegnare i confini della propria libertà" senza passare attraverso le forme politiche proprie dei partiti e della rappresentanza collettiva. Strada suggerita anche per sviluppare nuove prese di coscienza e nuove forme di autotutela tra le lavoratrici e i lavoratori che scelgo no di impegnarsi nelle attività autonome (con una soggettività dunque, diversa rispetto a coloro che sono costretti ad accettare forme precarie e parasubordinate di impiego, mancanza di un "posto fisso"). Invece di imitare forme di organizzazione proprie del movimento operaio nella sua fase di espansione taylorista e fordista, meglio una Il narrazione" e una autorappresentazione dei "nuovi lavori" dalla quale può nascere uno sviluppo della cooperazione e della mutualità, come ha osservato anche Aldo Bonomi in varie ricerche sulle trasformazioni del "capitalismo molecolare". Uno sviluppo verso dimensioni collettive comunque capaci di non comprimere la singolarità di ogni soggetto, maschile o femminile. Ma anzi, di dargli esistenza, riconoscimento, di rilanciare la possibilità di muoversi in autonomia, non riducendola, come è avvenuto nei luoghi di lavoro industriale. Nel fordismo i lavoratori (di qui la confusione e l'invisibilità delle lavoratrici?) erano, fuori dai cancelli della fabbrica, soggetti a tutto tondo, responsabili, autonomi; dentro i cancelli della fabbrica oggetti dell'organizzazíone dove vendevano la loro forza lavoro. I sindacati, i partiti, si facevano carico, erano i rappresentanti istituzionali di questa sit uazione lacerante. Ma adesso? La nostra impressione è che l'io diviso dei lavoratori sia in profonda crisi. Potrà essere una crisi benefica?

L'amore del rischio

Se la discussione sulle tendenze nel lavoro autonomo quantità, motivazioni, condizioni di padronanza o nuova schiavitù - è destinata a restare aperta, pochi dubbi sul fatto che un'esplicita preferenza femminile per un'atti vità produttiva non subordinata emerge se si guardano i dati del comparto artigiano. Qui - informa il rapporto Censis del 1998 - «l'imprenditoria femminile ha rappresentato in questi anni la componente più vitale e dinamica di sviluppo. Dal 1993 le artigiane sono cresciute di oltre diecimila unità, raggiungendo le attuali 284.000, e questo in controtendenza con quanto avvenuto nel corso degli stessi anni sia nel comparto maschile dell'artigianato, che ha assistito a un calo complessivo dei titolari di impresa di oltre 23.000 unità, sia nel mondo del lavoro autonomo femminile in generale, dove dal 1993 l'occup azione è diminuita del 3,3 % ».
Soprattutto due fattori sembrano aver suscitato l'interesse femminile. Una minore rigidità nell'accesso ríspetto a un mercato del lavoro dipendente ancora molto chiuso, e maggiori possibilità di coniugare l'attività professíonale con le esigenze della vita privata: oltre l'80% delle artigiane sono sposate, e l'82 % ha figli. Quest ' ultimo dato risulta sensibilmente superiore rispetto al 54,4 % relativo alle donne che lavorano e che hanno figli.
Per A Censis questa crescita dell'artigianato femminile trova il suo maggiore stimolo in alcuni aspetti della dimensíone soggettiva del lavoro, come la «forte motivazíone» e la «volontà di rischiare in prima persona».
In fondo, la "volontà di rischiare" è alla base della scommessa sulla presa di coscienza. Autocoscienza è la pratica politica che i Sottosopra raccontano sin dai primi anni settanta, e che coinvolge non solo le "femministe», ma anche gruppi di operaíe nelle fabbriche.

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