|
il manifesto - 30 dicembre 2003
Il Novecento nell'antro di Sibilla
Quando uscì in Inghilterra, nel 1956, fu un fiasco. Poi capitò
nelle mani di Evelyn Waugh che lo recensì entusiasticamente sullo
«Spectator». Ne «Il retaggio» di Sybille Bedford,
ora ristampato da Adelphi, tutti i presagi della Germania nazista
DANIELA PADOAN
La Prussia dell'unione pangermanica e delle accademie militari che già
prefigurano l'ossessione per la disciplina destinata a trovare il suo
apice nel nazismo; tre famiglie diverse per abitudini, princìpi
e religione unite da due matrimoni e uno scandalo che riecheggia l'affaire
Dreyfuss; uomini senza qualità che vivono di rendita ignari dei
rivolgimenti che squasseranno l'Europa: questi i materiali narrativi che
Sybille Bedford esplora con passo sicuro ne Il retaggio (Adelphi, traduzione
di Marina Antonielli, pp. 388, euro 18,00), regalandoci pagine di umorismo
surreale degne del miglior Wodehouse e pagine di lucida analisi che sembrano
riprendere il racconto della decadenza dei Buddenbroock là dove
lo aveva lasciato Thomas Mann. Sybille Bedford - nata a Charlottenberg
nel 1911 da padre tedesco e madre inglese, vissuta tra Italia, Francia
e Inghilterra - scrive Il retaggio nel 1952 in un appartamento romano
affacciato sui tetti di piazza di Spagna, dopo aver pubblicato un libro
di viaggi sul Messico (A Visit to Don Otavio), una biografia dell'amico
Aldous Huxley e una raccolta di cronache giudiziarie, compresa quella
del processo contro dodici ufficiali della guarnigione di Auschwitz di
cui Hannah Arendt vorrà prendere visione.
Il retaggio viene dato alle stampe in Inghilterra nel
marzo 1956, ed è un fiasco. Solo un colpo di fortuna gli evita
di finire nel nulla: un'amica ne presta una copia a Nancy Mitford, che
lo manda a Evelyn Waugh pregandolo di leggerlo. Dopo aver scritto una
recensione entusiastica per lo «Spectator», Waugh le risponde:
«Chi mai sarà, mi sono chiesto, questa brillantissima `Mrs
Bedford'? Un uomo, chiaramente, un militare cosmopolita, esperto di governi
parlamentari e giornali popolari, che ha in antipatia i prussiani e in
simpatia gli ebrei, ed è convinto che in casa tutti parlino francese...»
In reatà Waugh è convinto che si tratti del nom de guerre
dell'amante della Mitford, il colonnello Gaston Palewski. «Be',
a parte il `militare'» commenta divertita Sybille Bedford molti
anni dopo, nell'introduzione che le viene richiesta per la ristampa del
romanzo «è un'identità che farei felicemente mia».
Nel corso degli anni, i recensori si sono soffermati per
lo più sull'irresistibile vena umoristica con cui sono descritti
lo snobismo e la ricchezza di una classe sociale privilegiata e vacua,
ma il romanzo è anche una necroscopia della storia tedesca degli
ultimi due secoli, in cui l'autrice si addentra con fraintendibile eleganza.
La vicenda si svolge tra il 1870 e il 1914, «decenni in cui si tollerarono
cose brutte (senza tanti giri di frase), crudeli e mal congegnate»
dice Bedford nell'introduzione, per poi domandarsi: «Furono anche
questi i fondamenti dell'immane mostruosità che sarebbe venuta
dopo? E i fatti di carattere privato ai quali attingo di sfuggita hanno
forse lasciato un retaggio?»
Il titolo originale del romanzo - A legacy - non è
del tutto traducibile nella sua doppia accezione di eredità e di
retaggio, perché in gioco c'è un'eredità vera, che
ha una funzione di scioglimento della trama (e delle famiglie), e un'eredità
culturale, di gesti, di tic, di idiosincrasie, di cecità, di ipocrisia,
di sprovvedutezza di fronte al baratro che si sta aprendo, sull'orlo del
quale i protagonisti sembrano assorti in un grottesco ballo in maschera.
I Felden e i Bernin sono due famiglie che appartengono
al sud cattolico «l'una sonnolenta, rurale, volta al passato, l'altra
ossessionata da sogni ecumenici di dimensioni europee», mentre i
Mertz sono rentiers ebrei di Berlino, «la città dei regolamenti
ferrei, dei fermenti e degli inganni del nord prussiano e protestante».
A dividerle l'estraneità o la vocazione alla politica, la geografia
e il denaro, e a unirle «una visione distorta della propria epoca,
convinte com'erano di essere la norma, ignare di poter essere viste come
rappresentanti eccentriche, di più, anacronistiche, dei rispettivi
ambienti. [...] ogni famiglia, come gli individui che ne facevano parte,
confidava di non dover rinunciare alle sue prerogative, mentre di fatto
erano tutte lo zimbello, spesso le vittime, della nuova Germania unita
e di quello che essa aveva in serbo per il futuro».
A raccontare in prima persona le vicende che intrecciano
i destini dei protagonisti è la stessa Bedford, in una costruzione
fatta di aneddoti e di leggende familiari sentite raccontare durante l'infanzia,
di supposizioni e di intuizioni, perché molti dei fatti si svolgono
prima della sua nascita; l'autrice è infatti la figlia del secondo
matrimonio di Julius Felden, che in prime nozze aveva sposato Melanie
Mertz, con grande imbarazzo delle famiglie per la diversa appartenenza
religiosa.
Che nella riflessione di Sybille Bedford sia centrale
- proprio come per Hannah Arendt nella biografia di Rahel Varnaghen -
la figura dell'ebreo assimilato, sembra evidente nel gioco di assonanza
con il salotto intellettuale berlinese di Henriette Hertz, giovane moglie
del medico e discepolo kantiano Markus Hertz. «I Mertz» infatti
«erano discendenti diretti e non molto remoti di quella Henrietta
Mertz che, amica di Goethe e di Mirabeau, di Schleiermacher e degli Humboldt,
appena messo piede fuori dal ghetto aveva aperto un salotto dove riceveva
i traduttori di Shakespeare offrendo consigli, e il re di Prussia ostentando
freddezza». Di tanto antecedente però non resta traccia in
nonna e nonno Mertz che, diventati compiutamente borghesi, «non
avevano interessi, inclinazioni o pensieri che andassero al di là
della famiglia e del proprio benessere personale». Disposti a mantenere
figli dediti al gioco d'azzardo e parenti acquisiti dalle costose abitudini
e dalle scarse rendite, sono del tutto inconsapevoli dell'ondata antisemita
che sta per travolgerli.
Altrettanto centrale, ma più sotterranea ed emblematica,
è la figura del giovane Johannes Felden, fratello di Julius, arruolato
a forza nel corpo prussiano dei cadetti, dove la sua innocenza e la sua
bellezza non solo non lo proteggono ma lo rendono vittima sacrificale:
«l'asprezza delle accademie militari prussiane era famigerata e
intenzionale. Erano luoghi dove i ragazzi - di solito figli di militari,
e a volte già dall'età di nove anni - venivano lasciati
per sette o otto anni in un ambiente formativo dove erano all'ordine del
giorno la fame, la brutalità e l'indigenza spirituale. Lì,
nelle mattine gelide, venivano addestrati al rigore con armi leggere,
von Moltke, il manuale militare, Giulio Cesare e le campagne di Federico
il grande. Molti morivano. Di dissenteria o di polmonite in infermeria
- nessuno vi giungeva per meno e dopo la prima volta nessuno chiedeva
più di andarci - di lesioni, mai denunciate, mai confessate, subite
nel buio dei dormitori. Chi sopravviveva, a diciott'anni veniva congedato
come ufficiale di carriera nonché essere umano menomato».
Dopo un tentativo di suicidio, Johannes scappa e riesce
a tornare a casa lacero e scheletrito, camminando di notte e nascondendosi
di giorno. Finalmente in salvo nella casa paterna, riprende la sua esistenza
trascorsa nella larghezza e nella serenità, in cui si è
sempre sentito rivolgere la parola con estrema cortesia, tanto da diventare
«una via di mezzo tra un giovin signore e un bambino felice»,
quando viene raggiunto da un capitano inviato dal ministero della guerra
che pare uscito dalla Milleduesima notte di Roth e viene riconsegnato
nelle grinfie del reggimento grazie alla complicità del fratello
Gustavus e all'ignavia del padre e dei due Bernin. Resterà nell'esercito
per vent'anni - ormai folle - a badare a una scuderia al limitare di un
bosco, con la sola compagnia di un attendente. A lottare per lui - prima
per salvarlo, poi per non lasciare che l'oblio lo cancelli completamente
dalla cerchia familiare, e infine per onorarne la morte - saranno le donne
delle tre famiglie: quasi il corpo rimosso, messo fuori dalle mura, cui
Antigone vuole dare sepoltura.
Il retaggio lascia l'impressione di un testo che si nasconde,
che parla solo a interrogarlo - proprio come la Sibilla di cui Bedford
porta il nome - disseminato di citazioni, di rimandi e di figure allegoriche.
Lo si può ad esempio interrogare accostandogli un passo illuminante
di Primo Levi, nei Sommersi e i salvati: «la sofferenza che [il
lager] provocava stava dentro il sistema, dentro la tradizione del drill,
della feroce pratica militare che era eredità prussiana, e che
Buchner ha eternato nel Woyzek. Del resto, mi pare evidente che sotto
molti dei suoi aspetti più penosi e assurdi il mondo concentrazionario
non era che una versione, un adattamento della prassi militare tedesca.
L'esercito dei prigionieri nei lager doveva essere una copia ingloriosa
dell'esercito propriamente detto: o per meglio dire, una sua caricatura».
Caricaturali e grottesche erano le divise luride e stracciate degli häftling,
che dovevano avere cinque bottoni perfettamente cuciti; il passo militare
al suono di una banda con i suoi «attenti a sinistr» davanti
al palco delle autorità; la pratica del bettenbauen, il rito del
«rifare il letto», che Levi definisce «retaggio di caserma»,
usando proprio il termine che dà il titolo al romanzo di Bedford.
«In confini ben più estesi, si ha l'impressione che per tutta
la Germania hitleriana il codice e il galateo della caserma dovessero
sostituire quelli tradizionali e `borghesi': la violenza insulsa del drill
aveva cominciato a invadere fin dal 1934 il campo dell'educazione e si
ritorceva contro lo stesso popolo tedesco».
Sybille Bedford, portata in Inghilterra dalla madre all'età
di otto anni, eviterà a lungo di tornare in Germania, «dapprima
sulla scia degli eventi, in seguito per scelta, troncando di netto ogni
legame col paese, che non ho più rivisto fino agli anni sessanta
(a parte una breve visita durante un viaggio in macchina con gli Huxley
nella primavera del 1932, cioè otto mesi prima, sottolineo, dell'ascesa
al potere di Hitler)».
|