Libreria delle donne di Milano

il manifesto - 04 agosto 2001

Genova, dalla parola all'"acting out"
IDA DOMINIJANNI

Vorrei sentire la testimonianza di una, o uno, che a Genova s'è innamorata. Sarà ben accaduto, ma non ce n'è traccia né parola né immagine. Immagini e parole sono concentrati su tutt'altro che sul lato desiderante (desiderio dell'altro, desiderio di politica, desiderio di conoscenza: spesso vanno assieme) del movimento: restituiscono prevalentemente la sequenza violenza-repressione o, quando va bene, repressione-autodifesa. Sia chiaro, dobbiamo essere grati a tutte quelle telecamere che seguivano i fatti come il loro specchio: senza, le efferatezze delle forze dell'ordine non sarebbero state documentate, della morte di Carlo Giuliani ci avrebbero raccontato quello che tuttora Francesco Cossiga racconta di Giorgiana Masi ("cadde dal ponte"), di Genova in assetto di guerra ci sarebbe stato impossibile rendere l'idea. Ma la telecamera, si sa, sceglie, taglia, monta, toglie contesto; quello che l'informazione non dice è il prezzo che sempre si paga per quello che riesce a dire. Il prezzo che stiamo pagando per documentare la dinamica degli scontri, è di ridurre tutto a violenza, tagliando il resto. Quando parleremo dei tagli, a cominciare dalla dinamica desiderio-frustrazione? Se provo a immedesimarmi in una ragazza che era andata a Genova spinta dal desiderio di contestare il biopotere globale sui corpi, e si è ritrovata nella caserma di Bolzaneto a vergognarsi di essere un corpo pestato e umiliato, non sono sicura che dopo questo impatto con lo stato di diritto avrei scelto una via francescana al mio desiderio di politica frustrato.

Su questo giornale e altrove l'urgenza di parlare di ciò che resta fuori dalla rappresentazione mediatica prevalente è già stata espressa, come premura per la salvaguardia della pluralità di tematiche e di pratiche del movimento. Giulio Marcon (il manifesto 4/8) ha messo in guardia efficacemente dalla "clamorosa dimenticanza" di temi, soggettività e pratiche pacifiste, eco-sociali, femministe, che non sono "aggiunte" a una tradizionale agenda di contestazione, bensì chiavi di lettura che nell'ultimo trentennio hanno già messo in discussione "i paradigmi di una cultura politica di sinistra che ha ancora difficoltà a liberarsi da una concezione 'militare' e 'muscolare' (cioè maschile) della politica". Non dimenticarsi di queste "chiavi di lettura", aggiunge Marcon, significa rifiutare "la retorica (in caso di simulazione) e la pratica (se reale) dello scontro, che invece di far risaltare le ragioni del conflitto rischia di banalizzarlo con la sua mediatizzazione tipica da società dello spettacolo". Concordo e tuttavia, quanto alle pratiche, credo che Genova possa suggerire qualche passo in più, proprio per l'impasto di simulazione e realtà, politica della rappresentazione (massmediale) e politica dei muscoli, che tutti gli attori in campo hanno messo in scena. Per meglio dire: dal registro della rappresentazione, a Genova tutto è repentinamente scivolato al registro dell'atto, anzi dell' acting out.. Sul lato del potere, il set da film di guerra pronto per l'uso allestito a Genova è diventato un realissimo campo di battaglia. Sul lato delle Tute bianche (parlo di loro, perché il tema attiene alla loro pratica) questo violento "passaggio all'atto" da parte del potere è stato spiazzante: "la pratica basata sul binomio messa in scena dello scontro-contrattazione con le forze dell'ordine è andata in pezzi", osserva Benedetto Vecchi intervistando Luca Casarini (il manifesto 3-8). Casarini registra lo spiazzamento e annota: le istituzioni ci hanno ingannato, non sono state ai patti, non hanno rispettato nessuno degli impegni presi con il Gsf sul non uso delle armi da fuoco e sul diritto a manifestare. Vero (ma non sorprendente: le istituzioni non sempre stanno ai patti). Ma è questa l'unica spiegazione dello scivolamento dalla rapprentazione all' acting out dello scontro?

Luisa Muraro, in un intervento sui fatti di Genova (anche autocritico: la parola femminile doveva farsi sentire prima, scrive Muraro) che vi invito a leggere nel sito www.libreriadelledonne.it, suggerisce altre risposte, che toccano anche alcune ingenuità del "movimento dei movimenti". Il quale, sostiene Muraro, è andato "troppo vicino all'avversario", cioè sul suo territorio (Genova blindata, la gabbia della zona rossa) e sul suo terreno (cercando interlocuzione diretta con i "sedicenti Grandi"); e si è affidato troppo alla risonanza dei massmedia, vincendo sul piano dell'immagine il primo round ma perdendo il secondo, quando l'avversario ha contrattaccato inondando di filmati sulla violenza lo schermo televisivo. A questo duplice errore, Muraro contrappone la politica del simbolico com'è praticata dal femminismo della differenza: una politica che fa leva non sui muscoli ma su desideri e relazioni; che non si fa trovare, e spiazzare, nei grandi appuntamenti altrove decisi ma agisce, e spiazza, in ogni contesto; e che trova le parole per dire l'esperienza e "lo scambio di cose essenziali" più che affidarsi alla risonanza mediatica. Parrà sottile, invece è un punto cruciale per capire lo scivolamento (a Genova e non solo: penso ad alcune assonanze con gli anni '70) dalla rappresentazione simbolica del conflitto all'acting out dello scontro. In politica, parola e rappresentazione producono sempre realtà, e oggi, in tempi di politica mediatica, tanto più. Perciò sempre la politica è politica del simbolico. Ma c'è modo e modo di intenderla, perché c'è parola e parola. C'è la parola che si stacca dalle "cose essenziali" - compresi i sentimenti di paura e sopraffazione, tanto ricorrenti ora nelle testimonianze, soprattutto femminili, di Genova -, se ne va per i cieli della metafora e dell'etere, e scivola incontrollata, o viene catturata, in un passaggio all'atto che non presumeva e non prevedeva. E c'è la parola che resta più vicina ai corpi, e qui trova la misura del dire e del fare. Forse, la terza via che Luca Casarini cerca, "tra chi testimonia il rifiuto della globalizzazione economica e chi opta per il gesto esemplare di demolire una banca" passa anche per questa sottile differenza.