Libreria delle donne di Milano

Il manifesto, 11 settembre 2001

Appunti di voci tra storie vere e saggi di finzione
Un crocevia di destini nella corti rinascimentali del Festivaletteratura. Dall'indagine sui totalitarismi di Tzvetan Todorov, alla narrativa del dopo apartheid di André Brink, alla saggezza dialogica di Mary Catherine Bateson
FRANCESCA BORRELLI

Le corti dei Gonzaga sono tornate alla quiete abituale dopo che una fiumana di trentacinquemila persone le ha sommerse per i quattro giorni più affollati che si siano mai visti a Mantova, in coincidenza con la quinta edizione del Festivaletteratura, che domenica sera si è concluso. Tra tutte le cornici, quella offerta dal Cortile della Cavallerizza, negli esterni del Palazzo Ducale, resta forse la più suggestiva, nulla cedendo del suo incanto alla colonizzazione dell'enorme tendone sotto il quale si serravano, per gli appuntamenti più attesi, oltre millecinquecento persone motivate all'ascolto come non accade in alcuna altra occasione, rinnovando la smentita al luogo comune, e dunque vero, per cui i libri godono di uno scarso pubblico e chi li scrive di una appena più calda considerazione. Un autore non proprio popolarissimo come Tzvetan Todorov ha inchiodato l'altra sera l'attenzione per novanta minuti filati senza l'interruzione di un solo colpo di tosse, quasi stesse tessendo una trama di suspense. E parlava invece di regimi totalitari. Lontani i tempi in cui ereditava, via Barthes, i grandi temi dei formalisti russi, il saggista di origine bulgara è tornato a indagare le origini del suo "destino diviso" tra est e ovest, dopo che la caduta del suo paese sotto il dominio sovietico gli impose un viaggio in Francia dal quale sarebbe volentieri tornato se solo fosse stato possibile, allora, riguadagnare i natali confini. Con un garbo sorretto da profonde, e prive di pregiudizi indagini sistematiche delle fonti storiche, Todorov ha argomentato la tesi che corre lungo la sua produzione più recente, fino all'ultimo approdo in un libro non ancora tradotto, che Garzanti farà uscire nei prossimi mesi presumibilente ricalcandone il titolo originale, Mémoire du bien, tentation du mal. "Il fatto stesso che nazismo e comunismo si siano combattuti - diceva - non toglie nulla alle loro somiglianze, alla reciproca emulazione favorita dalla loro contemporaneità, se - come tutti sanno - all'apertura dei primi lager i tedeschi avevano a disposizione una documentazione dettagliata sull'organizzazione dei campi sovietici. Lo sfondo delle similitudini tra le tirannidi moderne esibisce la comune eredità derivata dal millenarismo cristiano e tradotta nell'utopia di portare il cielo in terra, nulla escludendo dal dominio della politica; accanto alla pretesa di fondare la propria legitimazione su basi scientifiche, siano esse quelle fornite dalla Storia e dalla lotta di classe piuttosto che dalla genetica piegata a sperimentazioni sulla razza. Ma quel che più importa è sottolineare come il paragone tra il totalitarismo sovietico e quello nazista non equivalga a identificarli, perché proprio le loro affinità permettono di dare risalto alle differenze che li allontanano, la prima delle quali riguarda le forme diverse assunte dalla violenza. A fronte dello sterminio programmato nei campi nazisti, la morte che falcidiava le vittime dei gulag staliniani era il trascurabile risvolto del disvalore assegnato alla vita, nel disegno asservito alla realizzazione di un imperio assoluto sui destini degli uomini." Ottimamente introdotto e interrogato dallo storico Frediano Sessi, Todorov spiegava la maggiore indulgenza di cui gode, in Francia come in Italia, l'esperienza del comunismo, sottolineando le attrattive intrinseche alla componente ideologica, gli ideali condivisibili, gli obiettivi desiderabili, e precisando che nella sua indagine sui totalitarismi l'unica accezione di comunismo presa in considerazione "è quella che lo vede al potere". A coronamento di questo incontro con Todorov - dove nulla di nuovo veniva detto e tuttavia inedito era l'equilibrio, e la mancanza di facili approdi in derive prestabilite - Frediano Sessi poneva una questione tanto più cruciale quanto pigramente indagata: quale uso dovremmo fare della memoria per non limitarci a sciacquarcene la bocca. "Hitler era solito dire che ricordava bene il genocidio degli Armeni, con ciò intendendo trovare legittimi precedenti allo stermino degli ebrei, che si apprestava a ordinare. E per incitare i tedeschi alla guerra faceva appello alla necessità di riscattare l'onta subìta con il trattato di Versailles." Dunque, continuava Tzvetan Todorov, la convinzione secondo la quale dovremmo trasformarci in militanti della memoria non poggia su alcuna evidenza, se è vero come è vero che spesso il ricordo getta sul presente una luce perversa." Due pericoli, come tutti sanno pur tenendone scarsissimo conto, minacciano la lezione che potremmo trarre dal passato: la sua sacralizzazione, implicita all'affermare che quanto è successo in una determinata epoca storica non aveva precedenti e non avrà futuro. E la tentazione opposta che si risolve in quella banalizzazione della memoria che schiaccia il passato sul presente, chiama fascismo quel che non lo è, trova nuovi Hitler a ogni angolo della storia. "Nulla ci dice che dalle nostre ricerche sul passato trarremmo buone lezioni da impartire agli studenti - continuava Todorov; d'altronde la storia non è una macchina adibita alla fabbricazione di immagini edificanti. Le nostre indagini devono separare il bene dal vero, e per questo lavorare." In Francia, raccontava ancora lo scrittore bulgaro, da circa due anni è attivo un movimento il cui proposito è recuperare il ricordo della guerra d'Algeria. Sarebbe utile che questo lavoro sfociasse in una serie di processi che condannassero i crimini compiuti quarant'anni fa? "No, non sarebbe affatto utile, perché il passaggio attraverso un processo non è quasi mai funzionale alla verità. Spesso nelle aule dei tribunali le bocche si chiudono, e noi storici dobbiamo resistere alla tentazione di piegare l'indagine sulla verità alla ricerca dell'utile." Forte della lettura recente dell'ultimo libro di Todorov, Frediano Sessi sollecitava l'autore sul suo stesso terreno: "qual è la forza della soggettività dentro la storia? - domandava per commentare una evidenza spesso nascosta, ovvero che "le azioni non vanno giudicate sulla base del pensiero che le precede." E dava a Todorov l'occasione per sigillare il suo vis-à-vis con il pubblico: "Nella politica è solo il risultato che permette di giudicare l'azione. La tentazione del male non è più pericolosa di tanto; temibile è invece la pretesa di imporre il bene." Ancora nell'alone della storia, per quanto il suo angelo parli la lingua della finzione romanzesca, lo scrittore sudafricano André Brink ha incontrato i lettori alla Casa del Mantegna: figlio della rea progenie degli afrikaner e combattente di lunga data contro l'apartheid, scrive in inglese da quando il suo primo romanzo venne proibito dalla censura. Di fronte al pubblico del Festivaletteratura ricordava quella mattina del '94 che segnò per il Sudafrica il compimento di un destino a stento immaginato così prossimo: per la prima volta dopo quasi trecento anni, bianchi e neri si ritrovarono mischiati in lunghe file di attesa per votare. Sei, sette, otto ore in piedi prima di disegnare una semplice crocetta che avrebbe sconvolto i loro orizzonti: "in quelle ore - raccontava Brink - non era di politica che parlavamo, ma dei nostri figli, della vita di tutti i giorni, di una esistenza della quale molti di noi non sospettavano le condizioni materiali, perché per troppo tempo e troppo violentemente eravamo stati separati gli uni dagli altri. Da allora le cose marciano rapide, e tuttavia il mio è ancora un paese infelice". Lo è perché sono in molti, tuttora, a lamentare condizioni di vita miserabili. Il passato è un'ombra che non ha cessato di insinuarsi nelle case, ed è perciò che Brink ha dato a questa ossessione una forma umana, sebbene fantasmatica: ne ha fatto lo spettro di una schiava meticcia che abita la grande casa dove vive Ruben, il protagonista di Desiderio, l'ultimo suo romanzo tradotto da Feltrinelli. "L'idea della schiava mi venne dalla lettura di un articolo dove si parlava di una vicenda datata agli inizi del XVIII secolo, che riguardava l'amore di un vecchio padrone per la sua giovane schiava. Obnubilato dalla passione, l'uomo incoraggiò la sua amante a uccidere la moglie, poi la schiava fu arrestata e condotta a una morte orribile. Volendo ambientare il romanzo ai giorni nostri, non potevo che dare alla schiava le fattezze di un fantasma, alludendo con ciò al passato che torna a ossessionarci, a bussare alle porte del presente, a chiederci di chiudere i nostri conti sospesi. Avevo già scritto un intreccio simile a quello di Desiderio quando avevo solo vent'anni: lo titolai The Ambassador. Vi narravo la storia di uomo anziano che si innamora di una donna molto più giovane. Allora non mi sentivo abbastanza maturo per investigare un simile rapporto, ma la differenza di età tra due amanti, non importa se a vantaggio della figura femminile o di quella maschile, mi ha sempre intrigato; così, ormai abbastanza avanti negli anni, ho deciso di riprendere quel primo abbozzo e di dededicarmi finalmente a analizzare ciò che passa tra un uomo anziano come Ruben e una giovane ragazza come Tessa, quali varianti assume il potere intrinseco al loro rapporto, di cosa è fatto lo squilibrio creato dalle loro reciproche insicurezze." E, ancora, interrogato da Itala Vivan chiamata a presentarlo, Brink ricordava come la condizione degli scrittori in Sudafrica sia ora paradossalmente meno facile, la routine più a portata di mano. "Se non corriamo il rischio di venire continuamente censurati, è anche vero che abbiamo perduto quello spirito di solidarietà che ci teneva uniti di fronte alle minacce dei segregazionisti, che alimentava il nostro entusiasmo di fronte a un obiettivo comune. Siamo ripiombati nella solitudine che tradizionalmente circonda il lavoro della scrittura. Alcuni amici che avevo prima ora li ho persi, ma ne ho guadagnati altri; del resto per uno scrittore non c'è riposo possibile, gli obiettivi contro cui muoversi cambiano nel tempo, ma l'impegno rimane. Mi rendo conto, tuttavia, di come quello che veniva comunemente considerato un problema si risolvesse per noi in una chance in più: avevamo lettori che non avremmo sognato se i nostri libri non fossero caduti sotto il velo della censura: così è successo per il mio primo romanzo Looking in the Darkness, dove raccontavo il rapporto sentimentale tra due persone di razza diversa e che venne perciò bollato come blasfemo e pornografico. Quando si vive in una società fondata sulla schiavitù, si impara a vigilare meglio su tutte le forme di prevaricazione, non solo quelle razziali, ma le comuni varianti del potere che intervengono nei rapporti di amicizia, d'amore, di lavoro. E' perciò che uno degli obiettivi del mio ultimo romanzo si risolve nell'indicare la necessità di rispettare la dignità dell'altro." Guidata da una ecologia dei rapporti ancora più ampia, perché include in egual misura tutto quanto partecipa alla vita, la linguista e antropologa Mary Catherine Bateson è intervenuta al Festivaletteratura presentata da Rosalba Conserva, che aveva assemblato un lungo collage dai suoi testi, e da Luisa Muraro, che ha restituito alla autrice americana la sua gratitudine, ricordando l'affezione che la lega al metodo della sua scrittura, soprattutto quella di cui si nutre Comporre una vita. "E' un libro a me carissimo - diceva Muraro - per la sua vicinanza e fedeltà e rispondenza alla vita delle donne, costruito com'è attraverso il dialogo tra cinque voci femminili che individuano, tra l'altro, una contraddizione tra le più profonde della cultura politica: il disagio derivato da un orizzonte di attesa che contempli come obiettivo l'uguaglianza tra uomini e donne." Quando ci si trova di fronte a Mary Catherine Bateson è una sorta di trinità a venire immediatamente evocata: la sua voce porta con sé quella di genitori dai quali è particolarmente difficile prescindere. Una doppia, splendida eredità le deriva dalla vocazione del padre, Gregory Bateson, a mettere in costante relazione la natura con la cultura, la biologia con la storia, la follia con il suo contesto; mentre dalla madre, la non meno famosa antropologa Margaret Mead, ha assimilato le ricerche sulla plasticità biopsichica dell'uomo, condotte sulle popolazioni di Samoa prima e della Nuova Guinea poi. Ma certo, è innanzi tutto una lezione di vita quella che lascia filtrare dalle sue parole, reinterpretando quella lezione al filtro della sua esperienza. "Quando mia figlia era piccola - ha esordito - faceva precedere le sue domande dalla promessa che le avrei risposto brevemente. Lo farò anche per voi. E vi racconto, intanto, quanto diverso fosse il carattere di mio padre da quello di mia madre: le cognizioni di entrambi vennero utilizzate durante la seconda guerra mondiale, ma mentre mio padre - costretto a lavorare per quella che sarebbe diventata la Cia - usava la scienza per interferire nei processi di comprensione, per confondere la comunicazione, mia madre la usava per migliorare e incoraggiare lo scambio interpersonale; del resto, le applicazioni pratiche che si richedevano al suo sapere erano rivolte a alleviare le condizioni psicologiche dei soldati, o a migliorare i rapporti tra americani e inglesi. Inoltre, mentre mia madre è sempre stata una ottimista, mio padre era scettico di fronte alla possibilità di agire, sia quando il suo lavoro si rivolgeva alla sfera pubblica sia quando analizzava i suoi pazienti: preferiva ascoltarli piuttosto che dare loro consigli." Poi, sollecitata da una lista di domande che Luisa Muraro le ha elencato perché scegliesse come orientarvisi, Mary Catherine Bateson ha spiegato come si declina per lei la necessità di "passare all'azione". "Per darvi l'immagine di ciò contro cui combatto userò la metafora della monovarietà, ovvero di quel fenomeno che si realizza, per esempio, nei campi coltivati con un'unica semente. La convinzione che esista una e una sola strada è prerogativa della chiesa, del marxismo, dell'economia di mercato statunitense; mentre io credo nell'importanza di svilluppare un dialogo a più voci, siano esse interne a noi stessi o esterne. Certo, anche a me capita di confidare di più in determinate teorie, ma il perché non saprei spiegarlo con la logica, per argomentare la mia scelta avrei piuttosto bisogno della poesia. Sono convinta della necessità di agire, di partecipare alla cosa pubblica, di prenderci le nostre responsabilità a fronte dei molti pericoli che ci circondano; ma sono grata di non avere alcun potere. Sento come una fortuna il fatto di essere nella posizione di chi non deve indicare come dovrebbero andare le cose: sono tutt'altro che dogmatica, so bene che altre voci parlano accanto alla mia e funzionano a equilibrarla, bilanciano le mie convinzioni. Mio padre diceva sempre che le radici del nostro errore epistemologico fondamentale stanno nella separazione della mente dal corpo; nel non riconoscere che anch'esso è provvisto di una sua saggezza. Non si può pretendere di tenere queste due entità distinte senza che ce ne derivi del male." In principio era la relazione: di questo, almeno, Mary Catherine Bateson non dubita, e con il suo lavoro cerca di andare a stanare tutti i luoghi della mente che la rivelano, sia essa un fatto di natura o di cultura. Commentando gli ultimi lavori non ancora tradotti, Peripheral Visions e Full Circles, Luisa Muraro ha indicato nella scrittura di Mary Catherine Bateson "l'invenzione di un nuovo genere che consiste nel far nascere il sapere, nonché la possibilità di cambiare se stessi, dal confronto privilegiato con interlocutrici femminili, dando luogo a una forma di creatività che se ha come back-ground l'autocoscienza delle donne, in essa non si esaurisce. Perché uno speciale coraggio guida questa scrittura fuori dalle pastoie dei luoghi comuni, a debita distanza dai linguaggi stereotipati della cultura accademica." E lasciava a Mary Catherine il compito di concludere e insieme di ricordarci come il modello culturale in cui viviamo non sia universale, come gli antropologi abbiano dimostrato che non tutte le società sono basate sulla competizione, non tutte ricorrono sistematicamente alla guerra. E la parcellizazione dell'esperienza che deriva dalla divisione tra una sfera pubblica assegnata al dominio maschile e una privata dove agirebbero di preferenza le donne non sia scontata: "certo, bisogna liberare le donne dai ceppi che portano ai piedi; ma anche gli uomini vanno sciolti da quella sorta di collare che li strozza sotto la gola, tenendo le loro teste isolate dal resto del corpo."