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il Manifesto - 13 aprile 2005 Indaghi
l'Onu A poco più di un mese dall'omicidio di Nicola Calipari sono ancora troppi gli interrogativi rimasti senza risposta. La morte del dirigente del Sismi - lodato dai politici, celebrato dalla stampa, compianto dai colleghi - è diventata una notizia già vecchia, di cui si tornerà a parlare, forse, quando si conosceranno i primi risultati dell'inchiesta congiunta avviata dal governo italiano e dagli Stati Uniti. Un «tragico incidente»: l'amministrazione Bush ha pensato di poter archiviare con questa grottesca sentenza l'assassinio dell'uomo che stava riportando a casa Giuliana Sgrena, una giornalista seria e capace, che non si è mai accontentata delle verità ufficiali e ha voluto raccontare una guerra ingiusta e illegale a costo di mettere a repentaglio la sua stessa vita. E' questo, forse, il filo rosso che ha tragicamente legato per sempre i destini della determinata reporter e del coraggioso funzionario del Sismi: il non essersi voluti allineare alle «direttive ufficiali». Contrariamente ai suoi colleghi americani, Nicola Calipari aveva sempre tentato di interagire con i rapitori dei nostri connazionali ed era riuscito a salvare la vita a Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana, a Simona Pari e a Simona Torretta; ma a un passo dall'aeroplano che lo avrebbe riportato a casa sano e salvo, la sua vita è stata spezzata da un gruppo di soldati giovani e inesperti che, di fronte a una situazione imprevista, non ha saputo far altro che trivellare di proiettili la sua automobile. Una delle verità che emerge prepotente dal sangue e dagli orrori del conflitto iracheno, la paura con la quale i soldati americani devono fare i conti ogni giorno: paura di saltare in aria per un'autobomba, paura di morire in un combattimento o in un attentato in pieno centro a Baghdad, una paura che fa perdere il controllo e il senso della realtà, che arriva a far confondere gli «amici» con i «nemici». La verità che il presidente degli Stati Uniti non ha avuto ancora il coraggio di ammettere, è che ha trascinato il suo paese in una guerra assurda, che non riesce più nemmeno a gestire. Tante, troppe le versioni - molte delle quali decisamente fantasiose - fornite nelle concitate ore che hanno seguito la liberazione di Giuliana: la vettura degli italiani che procedeva a velocità elevata, un «corto-circuito» nella comunicazione tra i nostri servizi segreti e l'intelligence americana, un presunto equivoco sull'identità della persona che Calipari stava riportando in Italia; nessuna di queste, tuttavia, può essere considerata esauriente. Proprio per questo, lo scorso 10 marzo, ho avviato con Michele Santoro, Giulietto Chiesa e Vittorio Agnoletto una raccolta di firme per un appello al segretario generale delle Nazioni unite Kofi Annan, affinché istituisca una commissione internazionale di inchiesta, sotto l'egida dell'Onu, che faccia luce sull'omicidio di Nicola Calipari e sul sistematico rapimento dei giornalisti in Iraq. Pur avendo ottenuto un buon numero di firme, 72 in tutto, l'iniziativa non ha mancato di riportare alla luce la profonda spaccatura che continua a dividere gli schieramenti: 61 le sottoscrizioni a sinistra, 8 al centro e soltanto 2 a destra. L'analisi del dato diventa imbarazzante se si pensa che sono solo 9 i deputati italiani che, a fronte dei 33 francesi, si sono dichiarati interessati a sostenere la creazione di una simile Commissione d'inchiesta. Un «incidente»: lo ha detto il nostro ministro degli esteri, lo hanno ribadito anche i nostri Servizi di sicurezza. E' forse questa la verità più difficile da accettare: Nicola Calipari è morto per mano di «due giovani soldati americani - che, come ha spiegato Fini - si sono avvicinati al nostro funzionario e, con fare sconfortato, hanno chiesto ripetutamente scusa per l'accaduto». Dopo aver scelto di trattare, il governo italiano ha lasciato che il ministro Castelli insultasse Giuliana Sgrena definendola «una sciocca - che - ci ha creato problemi e lutti» e, soprattutto, ha restituito al resto del mondo l'immagine di un paese asservito agli Stati uniti, che non ha avuto nemmeno il coraggio di rivendicare un'inchiesta giusta, accontentandosi della versione dei falchi americani. Gli «incidenti» di questo genere, come ha scritto lo stesso New York Times, «sono uno spaventoso promemoria dei costi umani della guerra americana all'Iraq e dell'occupazione che ne è seguita»: gli iracheni temono «di essere scambiati per guerriglieri da nervosi soldati americani, a cui viene detto di sparare prima, fare domande dopo... Questi incidenti danneggiano ulteriormente la traballante immagine degli Stati uniti all'estero». La verità è che la guerra in Iraq non è mai finita e la morte di Nicola Calipari, assieme al sacrificio di tanti altri uomini e donne, ci pone di fronte a un interrogativo al quale non riusciamo ancora a rispondere: perché restare ancora in Iraq? |