il manifesto - 21 Marzo 2006

IRVING
Possiamo dire la verità?
LUISA MURARO

Sul manifesto del 7 marzo, nella rubrica delle lettere, Giorgio Pecorini ha obiettato che quello di David Irving, condannato in Austria a tre anni di prigione per aver negato pubblicamente le camere a gas e i forni crematori, non si può chiamare un reato d'opinione, come aveva scritto Maurizio Matteuzzi. Il giornalista si difende dicendo che, in alternativa, si potrebbe parlare di falso storico, ma che non sarebbe una soluzione, primo perché, come reato, non si lascia definire bene (falsificare la storia non è lo stesso che falsificare denaro) e, secondo, perché sarebbe pericoloso farne un reato, in quanto alla fine del falso storico o scientifico c'è sempre una Santa Inquisizione e un Galileo Galilei. Con la sua replica il giornalista ha finito per evocare un problema enorme, che si ha paura ad affrontare ma che, una volta evocato, non si può neanche far finta di niente, intendo il problema della verità come minaccia alla libertà di pensiero. Una formulazione meno spaventosa del problema potrebbe riassumersi in questa domanda: nel discorso pubblico di una società laica e democratica il vero/falso può entrare in gioco con il suo valore dirimente? In altre parole, in una società laica e democratica ha senso presentarsi pubblicamente con la pretesa di dire la verità, come fa il papa, per fare un esempio che ci riguarda? C'è una risposta accomodante secondo cui di vero/falso può essere questione in certi contesti a certe condizioni (chiesa, scuola, società scientifica, ecc.) e non in altri, non nella formulazione di una legge che deve valere per tutti. Ma ci sono delle difficoltà non piccole a definire i contesti come le condizioni, e a regolarsi di conseguenza. Ci sono studenti che usano il «secondo me» anche per fatti storici assodati, come le circostanze della morte di Hitler, e l'insegnante non può non giudicare scorretto questo uso del «secondo me» sia dal punto di vista del linguaggio storico sia dal punto di vista della lingua italiana, in quanto non si tratta di opinioni. Ma dove finisce lo studente e dove comincia il seguace di David Irving? In altre parole, dove finisce la scuola e dove comincia il mondo? Un certo confine esiste, lo fa il diverso tipo di rapporti che si praticano di preferenza, ma sarebbe sbagliato considerarlo impermeabile, per cui sappiamo che bisogna impegnarsi per la verità storica dentro e fuori dalla scuola, senza soluzione di continuità. Senza però fare ricorso alla sanzione penale, qualcuno può obiettarmi e mi trova pienamente d'accordo per quel che riguarda la/lo studente. Ma un giudizio ci vuole e si dà il caso che proprio la giustizia penale, per esercitarsi, non possa fare a meno della testimonianza veridica, tant'è che la impone e sanziona chi vi si sottrae. Anche qui, dov'è il confine tra un tribunale e la storia? David Irving non somiglia forse a un falso testimone di una verità difficile da ricordare per tutti? L'analisi critica potrebbe continuare con un altro caso, quello del capo del governo italiano, il cui ricorso alla menzogna ha oltrepassato i taciti confini finora assegnati alla licenza di non dire la verità in politica, e ha prodotto un disordine simbolico demoralizzante, nel senso forte della parola. Come si può contrastare questo disordine senza fare appello al valore del dire la verità anche in politica? Insomma, io penso che la risposta accomodante somigli molto a un evitamento del problema. E passo a riformulare quest'ultimo nei suoi termini radicali, così come mi pare che si presentino. Da una parte, non c'è modo di fare a meno della «verità» perché è una parola che ci appartiene (e alla quale apparteniamo), per antica tradizione che non è morta, e questo apre delle possibilità (e delle impossibilità) che Franca D'Agostini ha spiegato ragionando sui «superconcetti» (la verità ne è uno) nel suo ultimo lavoro, Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanz a (Carocci, Roma 2005). D'altra parte, e vengo al punto, nessuno dei significati storici della parola «verità» ricevuti dalla tradizione, si accorda abbastanza finemente con le istanze di una società che pratica un'effettiva libertà di pensiero, non riservata a una minoranza colta. (Con queste parole vorrei riassumere lo spirito liberale non liberista di una società laica e democratica.) Da qui viene la contraddizione che porta i sostenitori della libertà laica e democratica a rinunciare alla «verità». Questa deliberata rinuncia traspare anche nelle parole del giornalista del manifesto che si adatta a parlare di «reato d'opinione» per qualcosa di cui sa bene che non è affatto riducibile a un'opinione. Si ha paura di dare esca a una concezione autoritaria e fanatica della verità, ma si deve anche avere paura di lasciare la verità esposta all'uso demagogico e strumentale, e di finire così tutti nel relativismo e nell'indifferenza. Un esito, quest'ultimo, temibile specialmente per chi non accetta che le nostre vite e la convivenza umana siano subordinate alla ricerca del profitto. Assistiamo in questi anni a un imprevisto risveglio d'interesse per la filosofia e mi chiedo se la ragione non sia proprio quella di un bisogno diffuso di sottrarsi all'effimero e di trovare un orientamento personale, per una specie di rivolta tacita alla miseria simbolica dei consumi facili. In questa sorprendente moda della filosofia forse c'è più che un sintomo, e cioè quasi un suggerimento circa la direzione da prendere. Che sarebbe secondo me, di cominciare a pensare alla verità nei termini di un processo in cui sia coinvolta la comunità dei parlanti, fatto di pratiche e di ricerca, processo di «generazione» della verità dicibile e riconoscibile dal comune delle persone. Che cosa c'è di diverso, in questa proposta, dal processo che porta la società scientifica a stabilire il vero/falso? Due cose, che si tratta di un processo non chiuso nel laboratorio, tra specialisti, ma operante nella vita ordinaria del corpo sociale. E coinvolgente, oltre ai rapporti interpersonali, anche la soggettività delle singole persone. Anni fa una prof mi disse che non voleva più accompagnare classi ad Auschwitz perché i ragazzi erano capaci di mettersi a ridacchiare e a fare orrende battute. Eppure, anche lei sapeva che lì si esprimeva un turbamento senza parole che non andava represso con il conformismo. Insomma, non si tratterebbe più di far riconoscere una verità oggettiva (storica o politica o altro che sia) già stabilita, spesso non si sa da chi, ma di generarla in prima persona, dal vivo di una situazione, e di generarla come dicibile e condivisibile da altri, secondo una concezione relazionale e contingente: la verità come ciò che può avvenire, avere luogo, nella parola scambiata con altri, sapendo, bisogna aggiungere, che il suo luogo preferito non è dalla parte di chi dice ma da quella di chi ascolta. Questo privilegiamento dell'ascolto, nella generazione della verità, era un'antica dottrina mistica e si ritrova in Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé , dove dice parole che faccio mie: io vi racconterò quello che ho pensato, come l'ho pensato, e voi, se c'è del vero, lo riconoscerete.