novembre 2010
La mia esperienza sotto
la gru
Annamaria Tonoli
Aabito
vicino alla gru e, nel leggere l'editoriale "Non lasciamo sulla
gru la nostra città" (sul Giornale di brescia n.d.r.),
non ho ritrovato la mia esperienza, che è anche quella di molti
uomini e donne che ho incontrato in questi giorni.
Sono descritti "sedici giorni di tensione, di scontri, di rabbia".
Certo c'è stato anche questo, ed è stato molto molto difficile;
ma io sono stata colpita dalla solidarietà, dal desiderio di
scambio, di incontrarsi, di discutere, di cercare di capire, dalla presa
di parola delle donne con appelli e poesie, dai gesti di cura, dal coraggio
di ritornare sotto la gru dopo le cariche.
Cosa ci teneva lì? Cosa teneva lì me, donna di cinquantasei
anni con i suoi impegni di famiglia e lavoro, le mie vicine e vicini
di quartiere, le persone che abitano in altre parti della città?
Cosa ha fatto dello stare sotto la gru la priorità di questi
giorni per donne e uomini di ogni età e dalle molteplici esperienze?
Cosa ha spinto molte donne a portare fiori e accendere un grande cuore
di luce per riportare energia amorevole dopo le violenze? Cosa ha spinto
tanti e tante a portare ogni giorno musica, voci, vita e amore?
Il gesto di salire sulla gru e di rimanere lì è stato
molto forte e ha scosso le coscienze.
Siamo stati in molti, cittadini, partiti, sindacati e istituzioni, ad
essere sopiti nei giorni del presidio in via Lupi di Toscana. Eppure
già lì erano chiare le richieste.
E io queste richieste le ho chiarissime, come insegnante, ma anche perché
nei sedici anni di malattia di mia madre, ho sperimentato tutti gli
spigoli delle nostre leggi sull'immigrazione, che sono diventate via
via più ingiuste e ci hanno tolto libertà.
Eppure per sentirmi personalmente responsabile ho avuto bisogno del
gesto forte. In tanti abbiamo avuto bisogno di quel richiamo per uscire
dalla sordità.
Quei ragazzi sulla gru dicevano sulla scena pubblica le cose che tante
volte in famiglia, tra amici e conoscenti, tra colleghi, ci siamo detti.
Erano la nostra voce, la nostra coscienza. E ci creavano uno spazio
pubblico per far sgorgare il desiderio di giustizia e di cambiamento.
Chi scrive ha visto "strumentalizzazione
.di rivoluzionari
di professione". Io sono invece rimasta molto colpita dall'autodeterminazione
dei migranti e dalla fresca e generosa disponibilità con cui
l'area politica cosiddetta "antagonista" è stata al
loro fianco. Cosa sono "gli interstizi della città"?
sono forse i luoghi della politica prima, quella legata alla vita, ai
desideri e ai sogni? Quella della politica che non è condizionata
da equilibrismi, calcoli elettorali e compatibilità? E perché
chi è stato capace, proprio perché libero, di colmare
un vuoto e di interpretare le aspettative di molti non può essere
interlocutore delle istituzioni?
Non ho invece visto l'autodeterminazione delle realtà ecclesiali
di quartiere che, hanno dovuto soffocare l'iniziale cristiana generosità
per allinearsi alle compatibilità della gerarchia e della politica.
E ho registrato molte assenze che non nomino.
Ho visto l'amorevole slancio di madri e padri che si sono opposti indignati
alla crudele e rigida gestione del cibo, che si è tradotta più
volte nell'affamare quei giovani, per stroncarli.
Ho dovuto vedere la repressione violenta di chi richiedeva tutela dei
diritti, i fermi e la reclusione nei CIE di alcuni migranti che erano
stati attivi nel presidio; ho cercato di dissolvere il grande dolore
alla notizia delle espulsioni: la rappresaglia infrange sogni, legami
e amori, costruisce inciviltà e alimenta i conflitti.
Ho dovuto vedere le assurde provocazioni di giovani venuti da fuori
Brescia, che hanno cercato di trasformare il pacifico presidio in uno
scenario di guerriglia urbana, ma ho anche potuto osservare la responsabilità
di molti, che ha consentito di limitare le conseguenze.
Voglio infine custodire l'emozione individuale e collettiva per i quattro
ragazzi che scendono dalla gru, il sospiro di sollievo al pensiero di
alcune garanzie loro concesse, frutto tardivo di sforzi di mediazione
di varie istituzioni.
Condivido l'auspicio che "la città
sappia costruire
fondamenta sociali solide". Per il sapere che l'esperienza di questi
giorni ha qui depositato, Brescia può rendere meno timido lo
sforzo collettivo di ricerca di punti comuni, diventare un laboratorio
di pensiero e proposta per rivedere gli aspetti persecutori di norme
che non sono in grado di regolare il fenomeno migratorio e generano
quotidianamente tensioni e illegalità.