Milano,
30 ottobre 2010
Cara Marirì,
ho
letto con molto piacere la tua lettera aperta al linguista, pubblicata sul sito
della libreria.
Ritengo importante la storicizzazione della lingua che, come
sai, mi affascina. Ti mando un piccolo indizio (non è ancora una vera ricerca)
su una delle parole da te indicate, che nell'uso comune sono diventate quasi un
insulto: suocera.
Tempo fa un'amica, con il figlio sposato da poco, sottolineava
proprio il significato sgradevole del nome in cui si ritrovava ingabbiata e si
chiedeva da dove venisse quella parolaccia, di cui voleva conoscere l'origine.
Stuzzicata e incuriosita, mi sono lasciata tentare da un abbozzo di ricerca e
ho trovato un elemento interessante: suocera non è un femminile derivato,
ma al contrario è suocero che deriva da suocera; ovviamente i dizionari
di italiano non spiegano il perché.
Anche Benveniste (Il vocabolario
delle istituzioni indoeuropee) ritiene che il femminile suocera sia il termine
primario: "L'anteriorità del termine per <suocera> è
d'altronde comprensibile: la madre del marito è certo più importante
per la giovane sposa che il padre del marito; la suocera è il personaggio
centrale della casa", aggiunge poi che rimane inspiegabile il rapporto dei
due termini tra loro.
Abbiamo visto che il degrado del significato segnala
sempre un processo di declassamento, un rovesciamento effettuato nei rapporti
sociali e allora penso che la spiegazione del termine suocera vada cercata immaginando
relazioni di parentela pre-patriarcali, dove non esiste possesso di altri esseri
umani, scambiati come merci, ma gratitudine verso colei che ha fatto sbocciare
una vita e che per questo fatto è quasi divina.
Un carissimo saluto
Paola
Moretti