Libreria delle donne di Milano
Ricordando Monique Wittig

Domenica 2 Febbraio 2003 "Arcilesbica Zami" di Milano ha organizzato un incontro per ricordare MONIQUE WITTIG, scomparsa recentemente.
Di lei hanno parlato Lucia Giansiracusa di Arcilesbica, la scrittrice Margherita Giacobino e la femminista storica Simonetta Spinelli.
Riferire di una persona che ha contribuito a fare storia con l'originalità del suo pensiero e dei suoi scritti è stato un omaggio e una celebrazione, ma è stata anche l'occasione per un confronto sulle pratiche politiche del movimento lesbico.
Tutte le partecipanti hanno riconosciuto i meriti di M.Wittig. Simonetta Spinelli, in particolare, ha fornito chiavi di migliore lettura di tutto il suo percorso letterario e politico.
Ma è ancora valido e attuabile il suo pensiero?
La donna ridotta in schiavitù nel sistema patriarcale, che si fa lesbica, amazzone guerriera per fuggire da una visione maschile fallocentrica (ma anche dall'eterosessualità e da una parte del femminismo - quello della differenza), sembra ancora l'unica strada percorribile per Simonetta Spinelli, Margherita Giacobino e Anita Sonego (fondatrice del gruppo soggettività lesbica nato nel contesto della Libera Università delle Donne).
Per altre, a cui mi associo con tutto il consenso possibile, diverse possono essere le strade per affermare oggi la propria soggettività. Dice Cristina Gramolini (Presidente Nazionale di Arcilesbica): "Quando ho partecipato nel 1991 al convegno -Le lesbiche non sono donne- il pensiero di Monique Wittig ha dato forza e autorizzazione alla mia soggettività, alla fuga da quel dover essere donna con tutto il bagaglio simbolico che il termine donna aveva per me. Allora partecipavo al primo congresso lesbico, avvertivo il bisogno di fuggire da un ordine che non mi comprendeva, ma ora, dopo il periodo di scelto separatismo, che mi/ci è servito per riflettere e rafforzarci, non ritengo disdicevole tornare tra i cosidetti schiavisti e negli ambiti di vita sociale per difendere la mia soggettività e per cercare di abolire ogni forma di schiavitù". Rafforza Antonia Ciavarella (redattrice della rivista Towanda!): "La mia generazione è nata già avvantaggiata dal pensiero enunciato da amazzoni e fuggitive, quindi quando ho letto Il corpo lesbico di M. Wittig non ho provato alcuna vergogna; poi sono cresciuta e mi sono arricchita anche con le parole di altre donne non solo lesbiche". Queste posizioni, che potrebbero sembrare divergenze generazionali, io sono più propensa a nominarle come modi differenti di agire a prescindere dall'età. Io e altre della mia generazione, non più giovanissime e attive politicamente, usiamo un modo diverso per dire che amiamo persone del nostro stesso sesso, senza più fuggire o contrapporci a ipotetici nemici, ma dialogando con "nemici" reali in modo intelligente e pieno di una consapevole autostima. Mi ha stupita Margherita Giacobino, quando ha raccontato che il desiderio di scrivere è nato in lei nel momento in cui si è innamorata . Allora mi chiedo: se è stato l'amore sessuale il motore che l'ha illuminata e arricchita del dono della scrittura, prima non ha conosciuto altre forme di amore? L'amore non comprende padri, fratelli e figli (per alcune) amici gay (per altre) e tutte le madri, quasi sempre super-etero? Non posso credere a questa limitatezza dell'amore. Come non posso credere che si cancellino anni e anni di lotte femminili che ci hanno permesso di entrare nel mondo sociale, nelle relazioni amorose (e non) con acquisita autorevolezza. Non me ne voglia Margherita Giacobino, che stimo una scrittrice ironica e arguta, ma la invito a fermarsi un attimo, a sospendere quella fuga che ogni giorno dice di dover affrontare, per guardare in faccia "il nemico". Forse potrebbe restare sorpresa, e scoprire che non è più lo stesso cui aveva girato le spalle tanto tempo fa…

Zina Borgini

P.S. Ho usato le virgolette e il corsivo per le parole nemico schiavista, perché non le ritengo più adattabili alle categorie umane a cui si riferiscono, soprattutto nel contesto epocale in cui vivo.


Chi è Monique Wittig.

Nata in Alsazia, pioniera del movimento femminista e lesbico francese, si trasferisce in America per insegnare letteratura all'università dell'Arizona.
Si può definire una delle pensatrici e scrittrici "irregolari" del 900 esercitando la sua influenza nel campo dell'arte, della politica e della filosofia del 900.
Per citare alcuni dei suoi romanzi, possiamo ricordare L'Opoponax (1964), "Le Guerrigliere" (1969), "Il corpo lesbico". Per quanto riguarda i suoi saggi critici ricordiamo "Il pensiero eterosessuale" (1980), "Non si nasce donna", "La categoria del sesso" (1982) e "Il marchio del genere" (1984

Le Idee

Assume la figura della lesbica come metafora centrale della scrittura e della creatività, l'unica figura libera dalla colonizzazione patriarcale, punta ad un totale rovesciamento semantico con l'obiettivo di rendere universale il punto di vista di una minoranza.
Grazie alla sua felice e irridente capacità di invenzione la Wittig fa riferimento a eroine mitiche come le Amazzoni, popolo per lei inaddomesticato e indisciplinato, ricco di smarrimenti, sconvolgimenti, discussioni, collisioni, polemiche. Ma è anche un popolo ludico, sensuale, che non dimentica mai il corpo mutilato e deformato dalla cultura maschile.

La Wittig in "The Straight Mind" si occupa approfonditamente di linguaggio. C'è un forte e indissolubile legame tra linguaggio e potere politico e tra potere politico, arte e retorica.
Monique Wittig contesta l'idea che il mondo intero sia solo un grande registro dove i più diversi linguaggi appaiono come il linguaggio dell'inconscio, il linguaggio della moda, il linguaggio dello scambio delle donne.
L'insieme dei discorsi derivanti dal linguaggio produce una lettura scientifica della realtà sociale nella quale gli esseri umani sono dati come invarianti, intoccati dalla storia, immuni dai conflitti di classe, una psiche geneticamente programmata.
Per la Wittig è necessario de-costruirsi e ri-costruiri al fine di creare una nuova identità che poco ha a che fare con quella che vede le donne come oppresse.

Serena Fuart