Sottosopra Verde – Più donne che uomini – Gennaio 1983

Un gruppo di donne, tra loro in rapporto politico e affettivo, constata i guadagni ottenuti con il movimento di lotta di questi anni e da lì misura quello che manca. Abbiamo combattuto efficacemente contro la miseria sociale della condizione femminile. Abbiamo scoperto l’originalità del fatto di essere donne. La pratica politica dei rapporti tra donne, il frequentarci, l’amarci, ci ha dato valore. Ma adesso ci manca il modo di tradurre in realtà sociale l’esperienza, il sapere e il valore di essere donne. Nei rapporti sociali siamo in difficoltà, come in un mondo dove il meglio di noi non si sa, non ha corso. Oggi questa cosa ci pesa più che in passato, quando eravamo incerte circa quello che poteva essere un nostro desiderio, una nostra volontà. Capita di sperimentare questa inadeguatezza anche quando si è tra donne, nei nostri gruppi: forse perché il disagio e lo scacco che conosciamo nel mondo si sono associati ad ogni desiderio, ad ogni voglia di agire. I nostri più forti e profondi desideri, per non restare muti, rischiano di diventare fonte di fantasie paralizzanti. Tuttavia tra donne c’è almeno la possibilità d’interrogare questa esperienza e soprattutto di tenerla in conto perché non si perda niente di quello che una può sapere e volere. Invece nei rapporti sociali – dove ci troviamo chi per guadagnarsi da vivere, chi per soddisfare in più delle proprie ambizioni, chi semplicemente perché non si può evitare – il nostro disagio resta totalmente muto. Lì il fatto di essere donne torna ad essere senza senso, una particolarità che ci imbarazza, di cui giustificarsi o da dimenticare e far dimenticare. Questa cosa consuma una parte, più o meno grande, della nostra intelligenza e del nostro piacere. Questa cosa, inoltre, impoverisce per contraccolpo il progetto di lotta delle donne. Ai nostri rapporti, ai nostri gruppi, manca di riflesso la grandezza delle cose che nel mondo dovremmo vivere da signore – trattandosi della nostra esistenza sociale, sul lavoro come in qualsiasi. altra occasione – e che invece pratichiamo con l’insicurezza degli apprendisti e degli imitatori.


non si tratta più di discriminazione

Della nostra condizione oggi ci interessa dire e interrogare il nostro scacco nelle prestazioni della vita sociale. Lo scacco risalta su un’esperienza diffusa di disagio, inadeguatezza, mediocrità. Può non essere niente di clamoroso, anzi in genere non si presenta affatto come un fallimento clamoroso, ma piuttosto come un impedimento, un blocco delle proprie capacità, fonte di ansia e di ripiegamenti. Rispetto a questa esperienza il passo avanti è di riconoscere apertamente che facciamo fatica, che i risultati sono generalmente mediocri e che siamo per lo più inadeguate alle prestazioni richieste nei commerci sociali. Al centro mettiamo il momento dello scacco perché questo rivela, come il disagio diffuso ma in maniera più cocente, che vogliamo farcela, riuscire, e che però qualcosa dentro di noi fa ostacolo dice di no.
Non si tratta di qualcosa che ci impedisce dall’esterno. Pensarci e presentarci come vittime di discriminazione antifemminile non significa più l’essenziale della nostra condizione. Rischia ormai di essere una copertura. Si sa che, specialmente quando le condizioni materiali sono più dure, la discriminazione c’è o può ripresentarsi. Ma si tratta di una difficoltà ben riconoscibile, che sappiamo come combattere e che non riesce ad inferiorizzare una donna ne a farla sentire inadeguata. Per contro, l’esperienza della propria inadeguatezza contribuisce non poco a rafforzare i residui o i ritorni di discriminazione.
L’inadeguatezza va dunque messa in chiaro ed interrogata per conto suo, come un ostacolo più profondo di quelli escogitati da un ordinamento sociale ingiusto. Perciò parleremo della parte di fallimento delle nostre prestazioni sociali senza giustificarla con la discriminazione.
Non metteremo lo scacco in rapporto con quello che altri vogliono contro di noi, ma con quello che noi vogliamo.
Il discorso della discriminazione tace una parte della nostra effettiva esperienza, e cioè che la nostra difficoltà non viene solo (non viene essenzialmente) dall’impedimento esterno bensì da una nostra voglia di affermazione sociale che scontra la sua stessa enormità: enorme, abnorme, non perché sia in sé più grande del dovuto ma semplicemente perchè non trova modo di soddisfarsi.


voglia di vincere

C’è dentro di noi una voglia di stare al mondo da signore, in grande, di avere con le cose una sicura familiarità, di trovare di volta in volta i gesti, le parole, i comportamenti conformi al nostro sentimento interno e rispondenti alla situazione, di andare fino in fondo nei pensieri, nei desideri, nei progetti. La chiameremo voglia di vincere. Vincere nel mondo su tutto ciò che ci rende insicure, instabili, dipendenti, imitatrici. E però non tradire niente di quello che siamo, neanche quello che per ora parla solo in maniera fallimentare. Per cominciare, vincere sulla paura della propria voglia di vincere. Quest’ultima si presenta, quando si presenta, come qualcosa di abnorme, quasi senza oggetto e senza rapporto con gli strumenti a nostra disposizione. Nell’esperienza dello scacco la riconosciamo come qualcosa di fallimentare ma, nello stesso tempo, di insopprimibile. Possiamo parlare del nostro scacco e tentare di capire quello che vuol dire, fino in fondo, perché in questi anni di lotta politica abbiamo spostato l’accento sui nostri desideri. Il movimento delle donne ha fatto rinascere la baldanza perduta con l’infanzia. In esso troviamo un punto di riferimento per diventare quello che siamo e volere quello che vogliamo. Abbiamo dentro di noi una voglia di vincere che ci paralizza invece di portarci avanti perché non trova riscontro nelle possibilità offerte da questa società, a prescindere da ogni forma di discriminazione. La società dovrà forse cambiare a causa di questo.

estraneità

Lo scacco che sperimentiamo nel tentativo di avere esistenza sociale rivela, insieme alla persistente voglia di vincere, una resistenza o una estraneità: qualcosa di noi resiste ad entrare nei giochi sociali, non ci vuole stare, non ci sta. Che cosa sia questo qualcosa che dice di no e fa ostacolo, non si può nominare perché non ha nome. In questo consiste appunto l’estraneità, che qualcosa di noi non trova modo di esprimersi e di realizzarsi, ma c’è e s’intromette tanto più fortemente quanto più preme la voglia di vincere. E’ il suo modo di farsi sentire, presenza muta che intralcia, provoca fantasie paralizzanti, toglie la parola. Le cose che di fatto siamo, nella parte sociale che ci troviamo a vivere, madri, casalinghe, lavoratrici extradomestiche, politiche, marginali, possono ispirare delle critiche circa questa società; ma nessuna critica è tanto radicale come quell’obiezione di qualcosa che non vuole o non può stare a quello che la società offre come possibilità di esistenza. Gli ingredienti dello scacco sono questi: voglia di vincere ed estraneità. Ma non ne sono la ragione. Nello scacco come nel disagio diffuso si avverte che la cosa che fa ostacolo, che non c’entra con i giochi sociali, è in definitiva il fatto di essere e avere un corpo di donna. Volendo nominare in che cosa consista l’estraneità, questa è l’unica cosa che si può dire, l’essere e avere un corpo di donna, in sé una cosa tra le più comuni, almeno quanto l’essere e avere un corpo di uomo. Eppure non è così, non è mai stato così. Certo, oggigiorno si pongono sempre meno ostacoli alla donna che voglia realizzarsi nella vita sociale, e l’occhio va anche abituandosi a vedere donne al posto di uomini. Ma intanto dentro, dove l’occhio non arriva, si svolge tutto un lavorio per far stare il proprio corpo, un corpo di donna, m un posto dove quello che ha la parola è un essere corpo di uomo. Il lavorio dentro non è mai finito perché dentro qualcosa non si abitua mai; ogni tanto però s’interrompe per un rifiuto quasi fisico di tanta fatica. Lo scacco si produce perché l’essere donna, con la sua esperienza e i suoi desideri, non ha luogo in questa società, modellata dal desiderio maschile e dall’essere corpo di uomo. Solo così si spiega che la voglia di vincere, quando non si fa intimidire, diventa inevitabilmente aspirazione virile. Per questa via – più che attraverso la discriminazione – abbiamo capito quanto la società sia improntata dalla prevalenza del maschile; l’impronta è chiara in noi stesse, nel desiderio di esistere, agire, contare, che di fatto prende la forma di un desiderio di virilità – l’unica forma del desiderio vincente, si direbbe. Ma una donna ci perde il corpo.
Quando una donna entra nel sociale, anche nelle maniere più semplici come prendere la parola in un’assemblea di quartiere, c’è sempre uno sforzo in più da fare, per esprimersi secondo modalità non rispondenti né alle proprie emozioni né al proprio pensiero, per cui avviene che il suo sentimento come il suo pensiero ne siano più o meno deformati.
Ogni volta c’è un intervallo da colmare, come per mettersi all’altezza.
Può nascere così una fantasia di perfezione che paralizza perché non prevede, non ammette, che si possa sbagliare. Il senso di una propria estraneità è dato anche da questo: non si frequenta tranquillamente un mondo dove è inevitabile sbagliare ma non se ne ha il diritto per se.
Una può dire: ma io ci riesco, ce la faccio. Può darsi. Ci sono certamente donne che, in determinate circostanze, riescono ad affermarsi alla pari con uomini e anche al di sopra. Ma a costo di una mutilazione che spesso si nasconde come sofferenza personale e che comunque finisce per manifestarsi come isolamento dalle proprie simili, incapacità di capirle e, sotto sotto, disprezzo per il proprio sesso. Questo rinnegamento della parte perdente, dentro e fuori di sé, fa sì che tra le poche donne affermate socialmente molte siano in sostanza delle conservatrici o delle reazionarie.
Capita senza dubbio anche a certi uomini di sentirsi inadeguati rispetto al modello virile e alle prestazioni sociali che gli corrispondono. Ma ad un uomo resta pur sempre il suo corpo, il suo essere/avere un corpo di un uomo come cosa da dimostrare ai suoi simili e da far valere, se occorre a lato o contro i loro modelli e le loro regole. L’esperienza dell’inadeguatezza in un uomo può essere e di fatto è spesso un’occasione per rilanciare il gioco sessualsociale e rinnovare, ad esempio, i termini della dialettica tra sessualità alla lettera e sessualità sublimata (o spostata) in cose come carriera, arte, soldi, politica, ecc. La sessualità di una donna, alla lettera, non c’entra in tutto questo. La sua dimostrazione di virilità nella vita sociale non ha corpo e perciò non ha gioco, tant’è che risulta spesso rigida, imitativa o conformista. La fantasia di perfezione che paralizza o rende insicure molte donne viene da questo non poter mettere il proprio corpo nelle cose che fanno – chi ci mette il corpo, si dà il diritto di sbagliare come di trasgredire, glielo dà il corpo che non si riduce mai alle norme. Viene cioè da un modello asessuato che si interpone tra il corpo e la parola.
In questa società il profondo sentimento come l’intelligenza fedele alle emozioni e ai desideri di una donna non hanno libero corso. In un modo o nell’altro risultano deformati oppure tacitati. Noi di solito facciamo della nostra estraneità il correttivo della voglia di vincere, e della voglia di vincere il correttivo dell’estraneità. E ci dividiamo in questa alternanza, tra quelle che sostengono (o esibiscono) la propria estraneità e le altre, quelle che sostengono (o esibiscono) di essere felicemente inserite nel sociale.
L’esperienza dello scacco è una voglia di vincere + una estraneità che si scontrano selvaggiamente, senza moderarsi a vicenda. Perciò il momento dello scacco può diventare un punto di vista sulla società: è un punto di vista che non mutila, non rinnega, non attenua niente di quello che una donna può essere e volere.

solitudine dell’emancipata

L’esistenza sociale si conquista in una gara sessuale di uomini. Quando viene meno la discriminazione la donna può entrare in questa gara, che però resta una gara di uomini. Lei si trova sola, anche se intorno ci sono altre donne, sola in mezzo a questo affermarsi di uomini che è un amarsi di uomini attraverso carriere, soldi, sapere, partiti, rivoluzione, ecc. L’emancipazione femminile equivale a far entrare la donna in questa gara sessuale dove la cosa che si afferma è la virilità. Nella logica dell’emancipazione bisogna per forza puntare sulla bravura individuale – le donne potendo al massimo arrivare alla solidarietà con le proprie simili in funzione difensiva. Insomma, l’emancipazione ci mette nel gioco sociale con parole e desideri non nostri. E ci induce a minimizzare l’inadeguatezza e lo scacco come qualcosa di vergognoso. Mentre lì c’è un’obiezione e una forza di cambiamento – che di solito non si esercitano efficacemente perché si logorano in sforzi di adattamento.

sessualizzare i rapporti sociali

L’entrata massiccia delle donne nella vita sociale non modifica automaticamente questa situazione. Automaticamente avviene che le donne tendano ad assimilarsi al modello maschile. Ci vuole una riflessione e una pratica politica specifica per fare del nostro disagio e della nostra inadeguatezza nei commerci sociali il principio di un sapere e di un volere riguardanti la società. Arrivare a dire: la società è fatta così, funziona in un certo modo, richiede un certo tipo di prestazioni, io sono un pezzo della società ma non sono fatta così, perciò la società cambi perché in essa si esprima anche quello che sono io, e attraverso questa contraddizione capire quello che io voglio essere. Bisogna sessualizzare i rapporti sociali. Se è vero che la realtà sociale e culturale non è neutra, che in essa si esprime in forma spostata la sessualità umana, allora la nostra ricerca di esistenza sociale non può non scontrare il predominio dell’uomo sulla donna nella sostanza della vita sociale e culturale. Sessualizzare i rapporti sociali vuoi dire toglierli dalla loro apparente neutralità e mostrare che nei modi socialmente correnti di rapportarsi ai propri simili una donna non si trovava integralmente né con il proprio piacere né con le proprie capacità. In effetti le motivazioni a coinvolgersi nel gioco sociale come pure le sue regole e i suoi guadagni, sono tutti, direttamente o indirettamente, indirizzati alla mascolinità, fatti per sollecitarla o gratificarla. E’ difficile coinvolgersi in una situazione in cui il proprio piacere è sempre in forse. In questo senso si può capire che, anche potendo scegliere, molte donne preferiscano tenersi in disparte dalla vita sociale e non seguire fino in fondo la via dell’emancipazione. E’ una difesa della propria integrità. Di questo atteggiamento occorre riprendere il sapere (sapere che nei rapporti sociali prevale l’essere uomo) e la implicita volontà (resistenza a farsi assimilare dal maschile). Perciò, come ci sembra sbagliato continuare ad insistere sulla discriminazione ci sembra fuorviante puntare sulla richiesta di maggiori spazi sociali e culturali per le donne. La concessione di spazi maggiori è la risposta ad una appariscente ingiustizia, di una società per metà fatta di donne e diretta quasi esclusivamente da uomini; ma non tocca la sostanza del problema, e cioè che in questa società così com’è le donne non trovano ne forti incentivi ad inserirsi ne vera possibilità di affermarsi al meglio di sé. Una donna ci sta, ammesso che voglia starci, a disagio.

la lotta per l’agio

Da un secolo almeno va vanti una politica di emancipazione dei gruppi socialmente sfavoriti per dare loro uguali opportunità nell’inserimento sociale. Ma per quanto ci si avvicini al traguardo per quel che riguarda le condizioni materiali, nulla ancora è avvenuto per quel che riguarda lo svantaggio forse più grave, che è di trovarsi immessi nella vita sociale senza piacere, senza competenza, senza agio. Anche questi sono elementi materiali. La lotta emancipatoria sorvola, senza vederle, sulle energie bloccate dal senso di una propria irriducibile estraneità e su quelle logorate nello sforzo dell’adeguamento. Alcune scrittrici della Germania socialista, paese dei più avanzati nella lotta contro la discriminazione antifemminile, raccontano questa estraneità di fondo, questo non riuscire a starci che viene dall’essere corpo di donna. Si legga, per esempio, Mutazione di Christa Wolf. C’è un limite al processo di emancipazione, limite che può manifestarsi solo molto tardi ma che è presente dall’inizio, in quella sollecitazione a farsi avanti, a entrare in una condizione per tanti aspetti desiderabile, ma senza la possibilità di portarvi l’integrità della propria più elementare esperienza, quella associata al corpo e alla sessualità. D’altra parte l’integrità della propria esperienza è una condizione fondamentale per inserirsi nella società al meglio di sé. Senza di ciò mediocrità e scacco sono quasi inevitabili.
Dal momento che questo è diventato chiaro, la lotta contro la dicriminazione appare secondaria. In primo piano viene la lotta per avere agio nell’esistenza sociale: per stare al mondo essendo fedeli all’essere donna, avendo emozioni, desideri, motivazioni, comportamenti, criteri di giudizio, che non siano quelli rispondenti alla mascolinità, quelli cioè che ancora prevalgono nella società governandola fin nelle sue più libere espressioni. Ad avere esistenza sociale non rinunciamo. Perciò della nostra presente situazione mettiamo in evidenza il disagio. Da questo vogliamo uscire, per cominciare, esplicitando la sua radice. Nei commerci sociali ci mette in difficoltà la prevalenza del maschile, il maschile che si trasferisce in soldi, carriere, cultura, politica, arte, e sollecita prepotentemente ammirazione e imitazione. Dal punto di vista di un astratto sapere non stiamo dicendo niente di nuovo. Sono cose che si sanno e però praticamente cancellate. Sessualizzare i rapporti sociali vuoi dire contrastare questa cancellazione. In pratica si tratta di costituire il gruppo separato di donne anche quando e dove siamo alla ricerca di esistenza sociale, per interrogare l’esperienza dello scacco, riconoscere la voglia di vincere e dare avvio alla lotta per stare al mondo con agio.

contro il separatismo statico

Dopo dieci e più anni di movimento politico, l’esperienza dello scacco e il disagio nella ricerca di esistenza sociale restano un fatto individuale che ognuna si vede da sola, oppure con l’analista o con qualche amica personale. Nei nostri gruppi si fa fatica a parlare del conflitto tra voglia di vincere ed estraneità, il cui esito però incide sempre a fondo nelle scelte che si fanno (o non si fanno), e non soltanto a proposito del lavoro. Su questo punto c’è insufficienza di lavoro teorico e di pratica politica da parte del movimento delle donne. Nei nostri gruppi circola abbondantemente l’esperienza che si fa nei rapporti personali con uomini, donne e bambini, nonché animali e natura in genere, mentre tutto quello che riguarda i commerci sociali viene taciuto o, appena si può, messo sotto la voce di una discriminazione di cui noi siamo vittime e il mondo maschile l’autore. Si tace una parte della situazione che è la nostra voglia di vincere con i suoi scacchi, voglia che resiste attraverso i vari adattamenti e le mascherature, ed operante anche nelle scelte che sembrano di natura puramente sentimentale. Si può fare un figlio anche per voglia di vincere e paura di fallire. Tendiamo a presentarci come esseri umani dominati da pure esigenze sentimentali. Tale insufficienza si riflette nel fatto che il movimento, pur suscitando in molte la volontà di cambiare la propria vita, e la voglia di vincere, ha nel tempo stesso dato copertura ai giochetti della marginalità e dell’emancipazione. I gruppi di donne rischiano di diventare il luogo di un’autenticità femminile staccata dalla frequentazione sociale e dall’implicazione nei commerci sociali. La proclamata marginalità delle donne, esattamente come il processo emancipatorio, non impedisce che intanto nei commerci sociali le donne siano soggette, da collaboratrici loquaci oppure da silenziose paralizzate, all’iniziativa dell’uomo. Il silenzio del desiderio e del sapere di un essere donna non fa che prolungarsi. Non vi pone fine il separatismo femminista inteso come di qua le donne con la loro specificità, di là la società con la sua. Ci siamo messe da parte, rispetto a gruppi e movimenti misti dominati dagli uomini (dominati cioè da progetti pensati da uomini e linguaggi appropriati all’essere uomo), per trovare esistenza nel riferimento alle nostre simili e articolare un nostro desiderio e un nostro sapere circa noi stesse, il nostro stare al mondo e il mondo. Ci siamo messe da parte per esistere e avere parte nel mondo – non per esaltarci di una marginalità che è fasulla quando non sia disperata e perdente. In altre parole, la separazione è uno strumento di lotta e non una sistemazione dei rapporti uomo-donna. Se ai nostri desideri rispondiamo come si è fatto in passato, emancipazione oppure evitamento, provarci con le doti individuali oppure rinunciare in partenza, allora tornerà indietro anche il rapporto con l’uomo che siamo riuscite in parte a modificare.
La nostra estraneità di fondo rispetto a questa società e cultura va interrogata nel momento dell’implicazione, quando emerge insieme alla voglia di vincere, di esistere, di contare, in questo mondo. E l’una e l’altra, estraneità e voglia, non si fanno ombra ma si rinforzano così da mostrare che la società non sarà più la stessa quando in essa avranno libero corso desideri e sapere di donna. Allora l’essere uomo riuscirà a trovare senso nella sua parzialità e a liberarsi della sua opprimente universalità.

un mondo comune delle donne

La difficoltà maggiore che ci sta davanti è che ci manca “un mondo comune delle donne”. Ne parla Adrienne Rich e da lei riprendiamo questa profonda intuizione. Una donna che in qualche modo cerca di esistere socialmente, che sia per la propria sopravvivenza o per la propria soddisfazione, di fatto entra nel mondo comune degli uomini, un mondo dove cose che per lei possono essere elementari ed essenziali, degne della massima attenzione, lì cadono nel nulla, non contano nulla: mai esistite lì. E viceversa, dove bisogna confrontarsi con cose in cui lei non può riconoscersi – benché certo ne conosca l’esistenza, la mascolinità infatti non ha grandi problemi a farsi conoscere. Mentre nel rapporto personale uomo-donna, con il movimento politico di questi anni il vecchio modo di vedere è cambiato per cui alle nostre simili ci rivolgiamo con atteggiamenti e giudizi liberi, non compiacenti verso gli interessi maschili, nel fare sociale ci ritroviamo di nuovo senza criteri radicati nei nostri interessi e quindi senza libertà di giudizio. Eppure c’è un’analogia tra frigidità sessuale e scacco nelle prestazioni della vita sociale. La frigidità di alcune ha rivelato, insieme alla violenza che la sessualità maschile esercita sulla donna, la muta resistenza del corpo di lei e ci ha spinte ad una lotta politica comune per esprimere la resistenza e cambiare il rapporto personale con l’uomo. Così lo scacco nella vita sociale, il blocco della parola, l’ansia, il disagio, “parlano” di una estraneità e di una resistenza. Si è trattato finora di una resistenza muta. Nel sociale siamo ancora isolate e non comunicanti se non per cose marginali rispetto alla situazione. Per l’essenziale silenziose o ripetitive, anche quando si tratta di muovere delle critiche. Conformiste o sovversive, agiamo e pensiamo seguendo criteri in cui non c’entra più il nostro essere donne. Anzi, criteri che escludono un accomunamento tra donne in positivo, l’unico possibile accomunamento essendo spregiativo. La società non ci nega posti e, in caso, successi per il solo fatto che siamo donne. Ma questo proprio perché il fatto di essere donne, nell’affermazione sociale, è irrilevante e tale deve risultare. Strana esistenza sociale la nostra, di esseri che non sono uomini ma non possono risultare donne. Solo nel riferimento ad altre nostre simili abbiamo la possibilità di ritrovare e quindi di sostenere quei contenuti della nostra esperienza che la realtà sociale ignora o tende a cancellare come scarsamente rilevanti. Non c’è forse altro modo perché l’essere donna dia all’essere uomo la misura della sua parzialità, che si percepisca l’esistenza di rapporti e interessi che non fanno capo a lui. Finché la parzialità di essere uomo/donna non ha esistenza nella sostanza della vita sociale e culturale, la società è mutilata e, per noi, mutilante. E’ quasi impensabile che una donna ci riesca da sola, entrando in un mondo dove, dalla fabbrica al laboratorio, dall’asilo allo stadio di calcio, dalla legge alla poesia, la cosa che circola e che gli uomini concordemente sostengono è l’eccellenza dell’essere corpo di uomo. Ci si riesce invece quando si intesse una trama di rapporti preferenziali tra donne dove l’esperienza associata all’essere donna si rafforza nel reciproco riconoscimento e si inventano i modi di tradurla in realtà sociale. Questo chiamiamo mondo comune delle donne, una trama di rapporti e di riferimenti alle proprie simili, capace di registrare, di dare consistenza ed efficacia alla nostra esperienza nella sua integrità, riprendendo e sviluppando anche quello che già molte donne, in condizioni difficili, a sprazzi, hanno saputo fare. In altre parole, uno stare al mondo tenendoci in rapporto con le nostre simili e in questo rapporto dare sostanza a quello che la prevalenza del maschile nega, che è il dato originario del nostro essere donne piuttosto che uomini. Il mondo è uno solo, abitato da donne come da uomini, bambini, bestie e cose varie, viventi o non viventi, e in questo mondo che è uno solo vogliamo stare con agio.

creare un precedente di forza

La solidarietà è un elemento prezioso ma non basta. Servono rapporti diversificati e forti dove, salvaguardato l’interesse minimo comune, il legame non sia più solo la difesa dell’interesse minimo comune; rapporti dove le diversità entrino in gioco come una ricchezza e non più una minaccia.
Le diversità prendono spesso forma di vere e proprie disparità e il riconoscimento della disparità si fa con un’attribuzione di valore. Rientra nel nostro interesse massimo che il dare valore sia qualcosa che ha luogo tra donne – ne dipende che l’essere donna abbia valore. Non valore m generale-astratto, ma nel contesto dove ciascuna si trova a vivere con dentro la propria voglia di vincere e la propria estraneità. Lì, infatti, valorizzazione vuol dire fare capo ad una propria simile – alla sua voglia di vincere, alla sua estraneità – per il proprio interesse, e stabilire così un legame materiale che mette in comunicazione cose che erano tacitate o distorte nel confronto individuale con la società maschile. A questo scopo, di intessere un mondo in cui abbiano circolazione gli interessi associati all’essere donna e una donna possa esistere senza doversi giustificare, noi qui portiamo come contributo un risultato della nostra pratica politica che riguarda i rapporti tra donne. Si tratta appunto della disparità tra donne, della necessità di renderla praticabile e di rendere praticabile l’affidarsi ad una propria simile. Nei nostri gruppi in genere non si ammette la disparità, in nome di un egualitarismo ereditato dai movimenti giovanili, ma in realtà, forse, per reazione allo schiacciamento della madre – nella società patriarcale il rapporto madre-figlia non ha forma per cui è spesso conflittuale e perdente per entrambe. Abbiamo capito che la disparità tra donne è praticabile e che la sua pratica è preziosa. Riconoscere che una nostra simile vale di più spezza la regola della società maschile secondo cui, tolta la madre, le donne sono in definitiva tutte uguali; e contemporaneamente libera noi, intimidite o interiorizzate nel confronto con l’uomo, dal bisogno reattivo di essere alla pari almeno con le nostre simili. Anche le donne sono state messe al mondo da una madre. La lotta contro la società patriarcale vuole che diamo forza attuale, nei nostri rapporti, a quell’antico rapporto, nel quale per una donna potevano esserci, fusi insieme, amore e stima. Nella madre infatti lei aveva, insieme, il primo amore e il primo modello. Stiamo forse proponendo di riprodurre nei nostri rapporti le gerarchie dell’essere di più/di meno che giustamente detestiamo perché nella società ci vedono perdenti? La risposta non può che essere: sì e no. Sì, perché bisogna pur rompere un regime di parità tra donne che è basato sul disvalore dell’essere donna – la parità tra noi ha radice nell’insicurezza profonda di ciascuna, tant’è che di fatto non impedisce la sottomissione alle gerarchie in vigore nella società. Ma anche no, perché il di più che determina una differenza tra donne, da spazio ad un rapporto in cui circolano amore e stima, insieme. Il riconoscimento della disparità tra donne non e dunque fine a se stesso. E’ la pratica di una contraddizione, pratica necessaria perché ci sia libertà dalla paura di essere da meno di un’altra donna, e ciascuna arrivi al senso del proprio valore potendo appoggiarsi, come elemento di forza, al valore di altre sue simili. Che tra donne che si frequentano abbia luogo questo riconoscere un valore e questo fare affidamento, crea un precedente di forza; vuol dire avere un riferimento che conferma integralmente l’essere donna, con il di più di cui si è alla ricerca. Nel riconoscimento della disparità, inoltre, sempre che sia praticabile, trovano una regola, un dinamismo e quindi una fecondità, le elementa-ri emozioni legate all’antico rapporto con la madre. Con il riconoscimento del di più che un’altra può essere, quelle antiche emozioni riescono ad esprimersi in positivo liberandosi dall’ambiguità e liberando noi dalla recriminazione.

alla luce di un desiderio vivo

Articolare le emozioni fa parte del percorso per arrivare all’agio, alla fine dell’ansia. L’agio, infatti, è la terza cosa tra una selvaggia voglia di vincere e la sottomissione, tra le fantasie di onnipotenza e il fallimento. L’agio è avere collegamento tra le proprie emozioni e la cosa da pensare e fare in una data situazione. Non si tratta di una questione psicologica. La ricerca dell’agio è una pratica politica che continua a dire: il lavoro per mascolinizzare la nostra mente e le nostre emozioni è opprimente e per giunta inutile. Che continua a dire: vogliamo tradurre un’esperienza e un desiderio di donne in una società che non ne vuole sapere, e cambiare le cose. Che continua a dire: l’agio è il più materiale dei nostri bisogni insieme agli altri bisogni materiali e la lotta per l’agio è sovversiva in un mondo dove il desiderio è pietrificato. Questo voler stare al mondo con agio rimette le cose in rapporto vivo con un desiderio perché siano viste e, per quel che occorre (tanto o poco, forse tanto), cambiate in questa luce.

Notizia sui testi
– Christa Wolf, Mutazione si trova in Fulmine a ciel sereno. La Tartaruga, Milano 1981
– sulla disparità e sull’affidamento: Le madri di tutte noi, Libreria delle donne di Milano e Biblioteca delle donne di Parma, Milano 1982
– Adrienne Rich. Il mondo comune delle donne si tova in Segreti, silenzi, bugie. La Tartaruga, Milano 1982
– il testo di Adrienne Rich era originariamente la prefazione di Working It Out, a cura di Sara Ruddick e di Pamela Daniels. Pantheon Books, New York 1977. da cui sono estratti anche i passi di Evelyn Fox Keller riprodotti più avanti con il titolo “E’ difficile raccontare lo scacco”
– “Più donne che uomini” è un titolo che abbiamo ripreso da Ivy Compton-Burnett, Più donne che uomini, Longanesi, Milano 1950

Adrienne Rich

CONDIZIONI DI LAVORO:
IL MONDO COMUNE DELLE DONNE

Le donne hanno e non hanno avuto un mondo comune. Il semplice fatto di dividere un’oppressione non costituisce un mondo comune. Finora il nostro pensiero e le nostre azioni, appena assumevano i contorni di una differenza o di un’asserzione o di una ribellione, venivano immediatamente cancellati o catalogati come storie “umane”, che significa “la diffusione nella sfera pubblica” creata e controllata dagli uomini. La nostra è la storia del genere umano, ciononostante ogni battaglia intrapresa dalle donne per una condizione più “umana” è stata relegata agli spazi a pie pagina, ai margini. Soprattutto è stata negata e ignorata la forza storica dei rapporti tra donne.

(…)
Gran parte delle donne che frequentano le scuole e le università soffre di una coercizione intellettuale di cui esse stesse si rendono poco conto. In un mondo dove il linguaggio e le definizioni sono potere, il silenzio è oppressione, è violenza. Simone Weil, scrivendo a proposito della distruzione della Langue d’Oc compiuta dalle forze ecclesiastiche, sotto Simone de Montfort, ci ricorda che “nulla è più crudele del luogo comune che afferma che la forza non può in alcun modo distruggere i valori spirituali; forti di questo pregiudizio, intere civiltà, distrutte dalla forza delle armi, sono state depredate anche del nome di civiltà, senza il rischio che i morti sorgano a confutarci”. Per poter avere un’ininterrotta continuità di valori e di tradizioni, abbiamo bisogno di prodotti concreti, di manufatti, di parole scritte da leggere, di immagini da guardare, un dialogo reale con donne di coraggio e immaginazione che hanno vissuto prima di noi. Nei falsi nomi di amore, maternità, legge di natura – falsi perché non formulati da chi ne è stato investito – le donne del patriarcato non hanno potuto costruire un mondo comune, se non in riserve, attraverso messaggi in codice.

(…)
C’è una gran voglia, appena se ne offre l’occasione, di fuggire, di chiudere la porta dietro di noi e lasciare questo mondo disprezzato che cerca di inghiottire tutte le donne, siano esse madri, spose o collaboratrici invisibili e malpagate di istituzioni professionali e sociali. Un naturale timore ci costringe a pensare che se non entriamo nel comune mondo degli uomini come esseri asessuati e come donne “eccezionali”, o se non ci entriamo secondo le regole e gli schemi da loro imposti, rischiamo di venir riassorbite nel mondo degli schiavi, a prescindere dalla nostra condizione di classe e dai nostri privilegi. Questa voglia di fuga e questo timore compromettono le nostre possibilità, disperdono le nostre energie, creano una potente fonte di “blocchi” e un’acuta ansia nei confronti del lavoro. Se, nel tentativo di raggiungere il mondo comune degli uomini e le professioni, ci allontaniamo dal mondo comune delle donne e neghiamo il nostro patrimonio femminile e l’identità del nostro lavoro, rischiamo anche di perdere contatto con le nostre capacità reali e con la condizione essenziale che permette un lavoro pienamente riuscito: la comunità. Il femminismo inizia con la consapevolezza di essere donna, ma non si esaurisce in essa. Non termina neppure con lo scoprire le ragioni della propria rabbia, o della volontà di cambiar vita, di riprendere a studiare, di rompere un matrimonio (sebbene, in ogni singola vita, tali decisioni possano essere di grande importanza e richiedere un grande coraggio). Il femminismo significa anche, la nostra rinuncia all’obbedienza ai padri e la nostra presa di coscienza della verità parziale del mondo che essi hanno voluto descrivere. Le ideologie maschili sono state create dal soggettivismo maschile, non sono ne oggettive ne prive di indicazioni di valore, ne complessivamente “umane”. Il femminismo implica il nostro riconoscimento della totale inadeguatezza a rappresentare, dell’ ideologia maschile, della sua deformazione, e parte dal presupposto che i nostri atti e i nostri pensieri futuri ne terranno conto.
Ci vuole più del nostro talento individuale e della nostra intelligenza per procedere, con gli atti e col pensiero, nel mondo comune degli uomini e delle professioni. Pretendendo di schierarsi per l'” umano”, la soggettività maschile tenta di indurci ad esporre le nostre verità in una lingua che non ci appartiene a diluirle; ci viene costantemente ricordato che i problemi “reali”, sui quali vale la pena di lavorare, sono quelli definiti dagli uomini, e che i problemi che noi vogliamo analizzare sono in realtà futili, non culturali, inesistenti. Siamo state invitate a separare il “personale” (la nostra intera esistenza di donne) dal “colto” o “professionale”. Varie donne hanno avuto modo di descrivere l’aperto sabotaggio da loro subito nelle scuole superiori. Ma ancora più insidioso può essere il sabotaggio che si esprime sotto forma di consigli paterni, di approvazione elargita per aver interiorizzato una soggettività maschile. Come dice Tillie Olsen: “Non essere capace di arrivare alla propria verità o non poterla utilizzare nei propri scritti, e anche quando si riesce a raccontare la verità il doverla dire obliquamente frena ogni slancio, ogni sicurezza e limita il percorso potenziale…” ‘

(…)
Esiste anche l’illusione che, se si divide la vita emotiva ed erotica con le donne, non sia importante riconoscere che il proprio lavoro intellettuale collabora a mantenere il silenzio e la menzogna sulla esperienza femminile.

(…)
Qualsiasi donna che abbia preso le distanze dall’eloquenza maschile per inserirsi nel mondo delineato dalla nuova prospettiva delle donne, non può non avvertire in sé quella straordinaria sensazione di liberazione, come se si scrollasse di dosso un ingombrante fardello altrui e smettesse di tradurre da una lingua non sua. Non che il pensare diventi un’impresa più facile ma le difficoltà, piuttosto che venire dall’esterno, scaturiscano dall’interno, dal lavoro stesso.
Lavorando fianco a fianco, tessendo con pazienza le nostre reti anche dentro le istituzioni patriarcali, noi donne possiamo mettere a confronto i problemi dei rapporti con le madri che ci hanno generato, con le sorelle costrette a dividere con noi il mondo, con le figlie che amiamo e temiamo. Possiamo anche sfidarci, o ispirarci a vicenda, gettare luce sulle zone oscure, accompagnare e incoraggiare il doloroso formarsi delle nostre intuizioni. Penso a ciò che racconta H.D., la poetessa, a proposito di una visione avuta a Corfù:

E qui sedevo io, là c’era la mia amica Bryher che mi aveva portato in Grecia. Ora posso voltarmi verso di lei. pur non muovendomi di un centimetro ne distogliendo il mio sguardo cristallino focalizzato sul muro davanti a me. Dico a Bryher: “C’erano dipinti qui – a prima vista li ho creduti ombra, ma sono luce, non sono ombre. Sono proprio semplici oggetti – ma certo è molto strano. Posso staccarmi da loro, se voglio – è solo questione di concentrazione – cosa credi? Devo smettere? Devo invece continuare?” “Va avanti” Bryher dice senza esitare. … Ho conosciuto gente straordinaria, grandi talenti, affascinanti. Mi hanno dato molto o mi hanno ignorato e comunque ne la lode ne l’indifferenza hanno contato nelle gravi occasioni – morte, vita.
… Comunque, stranamente, sapevo che questa esperienza, questa traccia – sul muro davanti a me, non poteva essere divisa da altri che da questa ragazza che coraggiosamente mi sedeva accanto. ” Va avanti” aveva detto senza esitare, questa ragazza. Era lei che possedeva in realtà il distacco e l’integrità dell’oracolo di Delfì. Ma ero io, io abbattuta e dissociata… quella che vedeva i dipinti, che tendeva le scritte o che sperimentava quelle interne visioni. O forse, in qualche modo. le “vedevamo” insieme, perchè, senza di lei, lo ammetto, non avrei potuto andare avanti.
(I segni sul muro)

(…)
Finché seguiremo la regola dell’ideologia maschile, le nostre menti non potranno elevarsi alle loro reali dimensioni, ne riusciremo a mettere le mani su ciò che ci darà il potere di cambiare la realtà. Ciò non vuoi dire che dovremmo rifiutare tutto di queste ideologie e dei loro metodi, o che non dovremo cercare di capirle. Ma il mondo comune degli uomini non è in grado di darci quello di cui abbiamo bisogno mentre già ci sta avvelenando. Miriam Shapiro racconta dei riti con i quali comincia a lavorare; di come spalma i fogli di colori, traccia immagini “liberamente e incurantemente” per poter tornare in quello spazio dell’infanzia nel quale dipingeva semplicemente ed era felice.
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Evelyn Fox Keller

È DIFFICILE RACCONTARE LO SCACCO

(…) Mi sembrò decisamente poco opportuno, in un certo senso disonesto e forse persino politicamente irresponsabile, tenere cinque conferenze sul mio lavoro senza mai fare il benché minimo accenno al gran numero di contraddizioni e conflitti in cui mi ero imbattuta lungo la via per conseguire lo status professionale che quell’occasione richiedeva. Ebbi perciò un gesto che sembrò insieme meravigliosamente audace e poco professionale, e dedicai l’ultima conferenza a discutere delle molte ragioni per cui le donne sono relativamente poco presenti in campo scientifico, specialmente ai livelli più alti. Il discorso si dipanò con un agio, una chiarezza e una mancanza di risentimenti che mi stupirono. Ebbi la sensazione profonda di un trionfo personale. Era come vedere un problema che avevo sempre considerato strettamente personale trasformarsi in problema politico: al tempo stesso mi accorgevo che la rabbia andava spersonalizzandosi, addirittura spegnendosi, mentre affiorava in me una sensazione di grande chiarezza. Cominciai così a pensare che avrei potuto scrivere la storia assai dolorosa e caotica, di come divenni una donna di scienza. E’ difficile ricostruire le origini e capire in che rapporto sono con il risultato finale. Sarà sufficiente dire che nell’ultimo anno di liceo decisi di voler diventare una scienziata. Dopo un lungo periodo di ambizioni intellettuali assai vaghe scelsi la specializzazione in fisica, in parte per amore di quella materia, e in parte perché non avevo ancora un’idea abbastanza precisa della mia vocazione. L’ultimo anno mi innamorai della fisica teorica. Uso quest’immagine romantica non in senso metaforico, ma per descrivere alla lettera e in modo autentico la mia esperienza. Mi innamorai, al tempo stesso e inestricabilmente, dei miei professori, di una disciplina di pensiero puro, preciso e definitivo, e di quelle che mi sembrano le aspirazioni che vi erano connesse. Mi innamorai della vita della mente. Vorrei aggiungere che mi innamorai anche dell’immagine di me che lottavo e riuscivo in un campo in cui le donne si erano avventurate assai di rado. Era un’esperienza inebriante. Secondo le fantasie del mio professore ero destinata ad arrivare in vetta senza ostacoli. Nelle mie fantasie private il mio passaggio sarebbe stato salutato ovunque da ovazioni. (…)
E’ difficile raccontare la mia storia al corso di laurea. E’ difficile, in parte perché è la storia di un comportamento cosi elementare ed estremo da sembrare poco plausibile. E inoltre è difficile perché è dolorosa. Quando raccontavo questa storia in passato mi sentivo sempre estremamente scossa e talmente esposta che cominciai a rifiutarmi di dirla. Sono trascorsi molti anni e potrei facilmente seppellire quei brutti ricordi. Ma non lo faccio, perché rappresentano un pezzo di realtà, una realtà in divenire che riguarda anche altri, soprattutto le donne. Sebbene le mie esperienze possano essere state uniche – nessun altro le vivrà mai esattamente allo stesso mio modo – i motivi alla base del comportamento che voglio descrivere sono, io credo, assai più comuni di quanto si possa ritenere, e riscontrabili anche in comportamenti meno estremi. Per questo racconto ora la mia storia, perché può essere di aiuto ad altri. Adesso posso farlo perché non provo più l’antica sensazione di essere “esposta”. Vorrei anche cercare di spiegare che cos’è quella sensazione. Una volta, parecchi mesi dopo l’inizio del corso uno studente già diplomato si offrì, con una gentilezza assai poco usuale, di accompagnarmi a casa in macchina dopo un seminario, e mi chiese come mi andassero le cose. Commossa dal suo gesto presi a raccontare. Ma quando ero già quasi sull’orlo delle lacrime notai sul suo viso un’espressione di profondo disagio. In qualche modo avevo commesso una grossa imprudenza. Era come se mi fossi spogliata in pubblico. Qualsiasi cosa dicessi, allora e anche in seguito, era come se avessi detto troppo. E, in parte, quella sensazione è presente anche adesso mentre scrivo questo articolo. Dipende dal fatto che nella testa della gente ciò che sto descrivendo è considerata un’esperienza molto personale, privata – vale a dire qualcosa che è stato originato da forze che sono in me. Ma non è così. Sebbene io abbia evidentemente partecipato e, di necessità, contribuito allo svolgersi di quegli avvenimenti, la loro origine fu essenzialmente esterna. Riconoscerlo è stato un fatto vitale, che ha richiesto molto tempo. Nel frattempo anche la mia vergogna ha cominciato a venir meno, e al suo posto è subentrata una sensazione di rabbia personale che si è trasformata alla fine in qualcosa di meno personale, qualcosa che somigliava a una consapevolezza politica. Tuttavia quella trasformazione – per quanto fondamentale giacché mi permette di scrivere ora – non ha cancellato del tutto la sofferenza che provo nel rievocare una storia che conserva per me una buona dose di orrore. Se a questo punto ho qualche esitazione è perché mi rendo conto che la mia storia, se vuole significare qualcosa ad altre donne, se vuole essere credibile, deve essere raccontata con obiettività – io devo in qualche modo prendere le distanze dalla sofferenza di cui scrivo. Gli avvenimenti reali furono complessi; molti erano i fili che vi si intrecciavano. Li descriverò, a uno a uno, il più semplicemente e onestamente possibile. Il primo giorno che trascorsi a Harvard mi fu detto, dallo stesso uomo che mi aveva sollecitato ad andarvi, che le mie aspettative erano poco realistiche…
Ebbero così inizio due anni di provocazioni, insulti e rifiuti senza mezzi termini. Mi mancava l’inquadramento politico o psicologico adeguato per capire quello che mi stava succedendo, di conseguenza reagivo individualmente soltanto con rabbia: e mi sentivo sempre più provocata, insultata e rifiutata. Là dove la rabbia politica avrebbe avuto un effetto costruttivo, la rabbia personale serviva soltanto ad accrescere la mia vulnerabilità. Ero arrivata a Harvard aspettandomi di essere vezzeggiata e coccolata (come ero sempre stata) e soprattutto di ricevere conferme e approvazioni – ero dunque del tutto impreparata a quel genere di trattamento. Non ero capace ne di trovare una spiegazione né di reagire adeguatamente all’enorme divario tra quanto mi ero aspettata e ciò che avevo trovato. Avevo interiorizzato così bene l’identificazione culturale di maschile e intelletto che finivo per dipendere completamente dai miei insegnanti (maschi) per sentirmi affermata – una dipendenza resa tanto più ambigua dalla perenne confusione che si crea tra sessualità e facoltà intellettive nei rapporti dei professori maschi con le studentesse. Ero pertanto esposta, con estrema vulnerabilità, all’aggressione maschile da cui mi vedevo circondata.
A dire il vero mi avevano messo in guardia dalla grande alienazione cui andavano incontro gli studenti del primo anno a Harvard, ma la mia vanità e ingenuità fecero si che ignorassi quegli avvertimenti. Ero sicura che a me sarebbe andata diversamente. Questa certezza non durò a lungo. Tre messaggi mi giungevano da ogni parte: primo, fisica a Harvard era l’impresa più difficile del mondo; secondo, io non ero in grado di capire le cose che pensavo di capire e, terzo, il fatto che non provassi paura dimostrava la mia ignoranza. Sulle prime adottai l’atteggiamento di chi sta a vedere e accettai di seguire il corso ordinario, sebbene tra me e me fossi ben decisa a frequentare il corso di Schwinger.
Ma questa, come si vede, sembrò una tale bravata che quotidianamente ebbi gli occhi di tutti puntati addosso non appena entravo nell’aula, ne passava giorno senza che un bei numero di persone mi chiedessero ridendo se ero ancora convinta di capire. Misteriosamente mi sembrava che i corsi regolari fossero assai agevoli, addirittura facili, ma il fatto di non riuscire a provare paura come era dovuto mi rendeva sempre più nervosa e finivo per passare una sera dopo l’altra al cinema. Col tempo il messaggio continuamente ripetuto da ogni parte, che non era possibile capissi quello che pensavo di capire, cominciò ad avere effetto. Come primo atto di una ritirata generale smisi di seguire le lezioni di Schwinger. Avevo cominciato a smarrire del tutto il senso di quello che capivo e non capivo, lì e altrove. Il fatto di riuscire negli esami a fine semestre sembrava non facesse alcuna differenza (…)
Non c’erano altre studentesse? Ce n’erano due, che non avevano in comune con me né l’ambizione né il modo di intendere la fisica né i miei interessi. Per queste ragioni, mi vergogno di dirlo, non mi interessavano. E ancora più mi vergogno di dire che desideravo a tal punto essere presa sul serio come fisica da evitare accuratamente ogni identificazione con altre studentesse, che mi sembrava non potessero essere prese sul serio. Come la maggior parte delle donne che nutrono ambizioni cosiddette maschili il mio senso di sorellanza era molto debole (…)
Tuttavia i conflitti interni non sarebbero scomparsi cambiando indirizzo scientifico. E’ vero che non avrei più sofferto lo stesso acuto – forse singolare – disagio di quando volevo laurearmi in fisica, ma gran parte dei conflitti sotterranei sarebbero riaffiorati sotto altre forme non appena avessi assunto le funzioni più convenzionali di moglie, madre e insegnante. Il conflitto principale – tra il mio sentirmi donna e la mia identità di scienziata – poteva essere risolto soltanto superando ogni definizione stereotipa di sé e del successo. Per fare questo ebbi bisogno di molto tempo, di un’analisi personale e del movimento delle donne. Significava per me costituirmi un’identità personale abbastanza sicura, che mi permettesse di cominciare a liberarmi di ogni sorta di etichettature – a cominciare dalle mie. Oggi la tensione tra me come donna e come scienziata non e più una fonte di lotta personale, se mai una questione radicale.
Dopo molti anni mi sono conquistata un’identità professionale assai diversa da quella che avevo in mente in origine: mi sta molto a cuore e sotto molti importanti aspetti è extraprofessionale. Ho scelto così di insegnare in un piccolo college di preparazione agli studi umanistici, che mi lascia tempo per seguire i miei interessi secondo i miei modi e mi consente di armonizzare quegli interessi con l’insegnamento che ho preso ad amare. E questo mi guadagna rispetto. Ha significato trovare il coraggio di cercare i motivi e le ricompense dei miei sforzi intellettuali molto di più in me stessa. Non che non senta più il bisogno di riconoscimenti esterni, ma mi accorgo che adesso ho voglia di cercare e accettare sostegno da fonti diverse – dagli amici piuttosto che dalle istituzioni, da una comunità determinata in base a interessi comuni piuttosto che da una posizione sociale. Sul finire di questo scritto mi sono imbattuta in un numero degli annali della New York Academy of Science del 15 marzo 1973, dedicato alle “Donne di successo nelle scienze”. Il fascicolo raccoglieva brevi resoconti autobiografici di una dozzina circa di donne, due delle quali operano nel campo della fisica e una della matematica. Poiché il materiale di questo genere è pressoché inesistente, quei resoconti in prima persona sono un contributo importante alla “letteratura” sull’argomento. Li lessi avidamente. Anzi più che avidamente, poiché le osservazioni di queste donne, immediate e sincere, costituiscono di fatto l’unico esempio di situazioni professionali con cui mettere a confronto la mia esperienza.
Forse è difficile per chi ignora gli usi della comunità scientifica capire l’enorme reticenza con cui chiunque, ma soprattutto una donna, renderebbe pubbliche le sue impressioni ed esperienze personali, in particolar modo se mettono in cattiva luce la stessa comunità. Farlo, oltre che considerato poco professionale, mette in forse la propria immagine di professionista imparziale e obiettivo. Le donne che faticano tanto per conquistare quell’immagine, ben difficilmente si espongono a un rischio del genere. Inoltre, i membri di quella comunità sono stati rigorosamente abituati a minimizzare ogni differenza di sesso. Per questo desidero congratularmi con le donne che, pur nella scia della scienza, dimostrano tanto coraggio.
Eppure le loro storie sono molto diverse dalla mia. Sebbene alcune descrivano varie esperienze, simili a quelle che sono state anche le mie, in generale sono riuscite a superare l’isolamento e il disagio e, con perseveranza e successo, hanno reso giustizia al loro sesso. Tanta forza d’animo mi incute un certo sgomento. Le loro storie riconfermano ciò che penso, e cioè che se avessi avuto più forza interiore avrei reagito diversamente alle esperienze che ho descritto. Tuttavia le storie che registrano un successo hanno questo di negativo: tendono a lasciare in ombra l’impatto dell’oppressione, concentrando tutta l’attenzione sulla forza individuale. La maggior parte delle donne che avevano raggiunto il successo erano abituate a dire che le donne non hanno di che lagnarsi proprio perché è dimostrato che si può ottenere tutto se si ha una determinazione sufficiente. Se il movimento delle donne ha avuto un merito è stato di mostrarci l’inesattezza di questo convincimento.
(da: Evelyn Fox Keller, The Anomaly of a Woman in Physics)

“VEDI CHE VUOI VINCERE”

Il GRUPPO N. 4, di cui riportiamo qui alcuni appunti di riunione, è nato a Milano verso la fine del 1976, per ragionare di cose politiche. Agli inizi si riuniva in Col di Lana; dopo lo scioglimento de Collettivo di Col di Lana si è riunito in case private. Sulla questione dell’inadeguatezza, che forma l’argomento di questo “SOTTOSOPRA”, ha ragionato per due anni abbondanti.

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– Il modo in cui si è parlato dell’inadeguatezza la volta scorsa ha portato un salto. Non si è detto solo che c’è inadeguatezza ma che dietro c’è un volere delle cose. Quello che vogliamo rispetto al mondo. Riconoscere che cosa vuoi, come vuoi stare, con agio, senza scacchi. Parlare di “percorsi” che ognuna dovrebbe realizza-re, non basta, perché non fa vedere la contraddizione, dentro di noi e tra noi e la società.
– In effetti, parlare di inadeguatezza elimina tante parole inutili, competizione o no, lavoro dentro o fuori casa, ecc. Vedi lo scacco e non ti nascondi più dietro giudizi falsi, vedi che vuoi vincere, farcela, e che non ci riesci.
– Va salvato il fatto che le donne hanno delle capacità, hanno delle grandi capacità, anche se non le mettono nel lavoro, nel successo, nella carriera.
– Sicuramente abbiamo delle capacità, ma lo scacco e il disagio mostrano che le capacità tentiamo anche di metterle in quelle cose che dici. L’inadeguatezza è in rapporto con un desiderio forte messo nel mondo maschile.

(…)
– Qui si è parlato della ricerca di agio. Agio a me sembrava accomodamento, mi è stato detto di no, che non capisco. Allora domando: come si passa dal dire “voglio quello che voglio” a far sì che sia vero, reale? Come si passa a grandi cose, a grandi piaceri?
– Di sicuro non con le fantasie. Voglio dire che non si tratta di “realizzare” le fantasie grandiose, si tratta di dare realtà a ciò di cui le fantasie prendono il posto.
– Nella storia dell’inadeguatezza c’entra qualcosa di grande che io quasi non riesco a confessarmi.
– Ma voi siete terribilmente suddite del simbolico maschile, fate discorsi in cui manca ogni impatto col piacere.
– Sarò suddita, ma guarda che la questione del piacere mi è presente, l’abbiamo presente, per questo parliamo di agio.
(…)
– Smettiamo di parlare di quello che esternamente non accettiamo della società. Si è detto che l’inadeguatezza è non arrivare a fare o essere qualcosa che pure vorresti: voler fare una cosa, averne anche le capacità, e non riuscirci per una contraddizione che è anche interna, un dire insieme sì e no.
– A quelle che dicono di non conoscere questa contraddizione e dicono che stanno in disparte solo perché preferiscono così, io chiedo: ti tiri da parte rispetto a cose che non ti convengono e non ti attirano. E che cosa fai allora, cosa succede, che cosa fai al posto di quello che non fai?
– Congelo, e poi ritrovo in occasioni minori, semplici, i piaceri e le soddisfazioni che non mi prendo da altre parti. Mi basta poco, una passeggiata, un bel libro, una riunione interessante…
– La marginalità, insomma. Come possibilità da sfruttare in positivo, il movimento delle donne la conosce, la pratica, da anni. Anch’io nel mio posto di lavoro. Ma più di tanto non ne puoi cavare. Ti metti da parte per non essere schiacciata, ma anche per avere forza, per diventare tè stessa e quando le forze vengono, allora vuoi qualcosa di più.
– Secondo me, tu che insisti tanto a parlare di scacco, sei troppo presa da desideri non tuoi, non autenticamente tuoi, e perciò conosci lo scacco.
La favola dell’autenticità… I desideri vengono in rapporto con quello che c’è e i miei desideri, proprio miei, sono divisi. I desideri vengono per contagio, per imitazione, vengono come vengono e adesso mi viene il desiderio di mettere le mani sulle cose, con l’agio che mi pare hanno molti uomini.
– Ma le modalità con cui gli uomini mettono le mani sul mondo, non mi dirai che tu…
– Certo, non mi vanno bene, se non altro perché quando ci provo io non mi riesce. Questa è la misura del cambiamento, qui c’entra l’autenticità che dici tu: riconoscere che io imitando gli uomini fallisco, sono mediocre e non sono a mio agio.
– Bisognerebbe capire perché poche donne finora hanno affrontato la questione; la maggioranza o imita o sta in disparte.
– Secondo me quelle che preferiscono stare in disparte in fondo cercano l’agio; e quelle che imitano, anche imitando introducono delle variazioni, cercano di cambiare la situazione.
– D’accordo, però io noto che tra noi in questi anni si è guadagnata collettivamente una forza che adesso si tende, in prevalenza, a spendere individualmente, per piccoli guadagni. Ho dei dubbi che questo possa durare, perché nella società scontri un sessismo mascherato, nel linguaggio, nel modo in cui funziona la società, nel simbolico. Hai forza contro la discriminazione, hai forza contro il sessismo dei rapporti personali, ma questa di cui parlo è una contraddizione che una donna finora deve affrontare da sola. Contro questo abbiamo solo un’ideologia, che non serve tanto quando hai a che fare con il sì e il no che si dicono dentro di tè. Il secondo passo da fare, dopo aver riconosciuto lo scacco e la contraddizione che c’è sotto, è di sessualizzare i rapporti sociali.
– E’ una cosa che hai già detto e che non capisco bene. Io nei rapporti sociali, per difendermi, cerco di essere neutra, non far notare tanto che sono una donna, altrimenti mi troverei esposta alla volgarità maschile.
– Non è questione di cadere nel ruolo femminile. Io intendo un’altra cosa, capire e sapere che l’impossibilità di parlare e agire con agio nei rapporti sociali è della stessa natura della frigidità, che è schiacciamento in una situazione dove il tuo corpo, la tua sessualità, le tue emozioni non contano, non hanno la parola. Vuol dire che quando mi ritrovo in difficoltà, non penso che devo prepararmi meglio o andare dallo psicologo, penso che sono messa in difficoltà dalla prevalenza di un desiderio e di una parola che non mi corrispondono, non corrispondono al mio corpo di donna.
– Devo dire però che a me fa paura l’idea di svegliare nel sociale il mio corpo di donna. Rispetto al disagio presente, mi pare che sarebbe peggio, ne avrei solo danno.
– Danno individuale ma vantaggio collettivo. – Ah! – Le situazioni a quel punto si sconquassano. – Ma io voglio anche per subito un guadagno.
– Il guadagno immediato sarà che capisci quello che ti capita.
– Insomma, ci vuole una lotta politica di migliore qualità del passato.
– Interessante.
– Interessantissimo, ma c’è l’elemento frenante di una relativa soddisfazione. Per alcuni aspetti stiamo meglio che in passato e ad alcune tanto basta.
– In effetti, forse nei confronti della società siamo modeste e accomodanti per il fatto che è quasi una novità. Quando abbiamo affrontato la questione dei rapporti personali con gli uomini, avevamo dietro secoli di sopportazione e di tentativi, ormai non c’era più voglia di adattarsi ancora. Invece l’affermazione sociale, al confronto, è una novità; la voglia forse c’era da sempre ma la possibilità è recente. Molte hanno ancora grandi riserve di sopportazione.
– Io però non ne ho quasi più.

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