9 Aprile 2020
la Repubblica

Shoshana Zuboff: “Altro che privacy. Le app per il controllo della pandemia devono essere obbligatorie come i vaccini”

Jaime D’Alessandro


L’autrice di Il capitalismo della sorveglianza spiega perché i sistemi digitali per contenere la pandemia dovrebbero essere in mani pubbliche evitando la volontarietà. “Questo non è il momento degli scenari distopici. Dobbiamo tornare ad un mondo nel quale i dati sono usati per il bene di tutti e non solo da multinazionali che puntano al profitto


“Le app per controllare la diffusione del virus? Dovrebbero essere gestite da istituzioni pubbliche e diventare obbligatorie come i vaccini”. Shoshana Zuboff, della Harvard Business School, liquida così il dibattito sulla difesa della privacy nato dall’uso del digitale per contrastare la pandemia. E pensare che è una delle voci più dure contro l’attuale sistema di potere che domina il Web. Il suo saggio, Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press), ha puntato il dito sulla raccolta di dati indiscriminata da parte dei colossi della tecnologia per sostenere la nuova industria pubblicitaria, diventando uno dei testi di riferimento alla critica della Silicon Valley. Ma mentre storici come Yuval Noah Harari temono che le misure di contenimento che i governi stanno adottando sul fronte tecnologico possano diventare strumenti permanenti di spionaggio sociale, lei è di parere completamente opposto.
“Il tema della privacy è mal posto”, spiega al telefono dalla sua casa in Maine. “I sistemi del capitalismo della sorveglianza in Occidente sono diventati tali nelle mani di aziende private, da Google a Facebook fino alle compagnie telefoniche. Negli ultimi 20 anni queste pratiche si sono evolute senza che ci fossero regole o organismi di controllo democratici e così si sono trasformate in egemonie. Ecco perché oggi in tanti si spaventano all’idea di una forma di contenimento via app e via dati della pandemia: fraintendendo il termine di sorveglianza”.
Cosa dovremmo quindi intendere con “sorveglianza”?
“Nel mondo dei sistemi sanitari, la parola sorveglianza ha da decenni una valenza completamente differente da quella che usiamo quando si tratta delle multinazionali private che operano sul Web. Specialmente in caso di epidemie, un sistema di sorveglianza non è affatto una cosa che va contrastata o temuta. Si tratta di tenere sotto controllo la malattia ed evitare che faccia nuove vittime. Ed è grazie a questi sistemi di sorveglianza che la sanità riesce ad essere efficacie. Da una parte oggi abbiamo l’esigenza di usare i dati e la tecnologia per contenere una epidemia, dall’altra quelli stessi dati vengono usati a fini di profitto da un’industria privata che ha sfruttato in ogni modo la tecnologia per ammassare potere e capitali. Noi, come cittadini, ci troviamo in mezzo fra queste due forze opposte e finiamo per confondere il mezzo con fini totalmente differenti”.
Anche i colossi del Web si stanno muovendo fornendo i dati della mobilità degli utenti per contrastare il Coronavirus, iniziando dalla divisione Data for Good di Facebook.
“Se esiste una divisione che si chiama Data for Good, dati per il bene della società, vuol dire che tutto il resto viene usato con un obbiettivo diverso. Credo che tutti i dati riguardanti i cittadini dovrebbero esser usati sempre per il bene comune e per proteggere gli interessi di tutti. Il bisogno legittimo della raccolta di dati per il fatto che si pensi che lo stato attuale delle cose sia normale, fa parte di quella mentalità chiamata “inevitabilismo” che sta facendo più danni della stessa Silicon Valley. La sorveglianza di massa operata di giganti della tecnologia non è l’unica opzione possibile. Il digitale è un bene straordinario e le istituzioni pubbliche devono riappropriarsene. L’Unione Europea ha fatto un passo in avanti con il regolamento generale sui dati, il Gdpr, ma non è abbastanza. Ora, con la pandemia, abbiamo un’occasione straordinaria di rimediare”.
In che modo?
“Stiamo attraversando un periodo buio, ma né per l’Europa né per gli Stati Uniti è la prima volta. Dopo la grande depressione l’America si risollevò creando nuove istituzioni e un nuovo patto sociale. È quel che dobbiamo fare oggi. Abbiamo una straordinaria opportunità di prendere il controllo del mondo delle informazioni e dei dati puntando al benessere pubblico e alla difesa dei nostri valori. È molto fastidioso ascoltare tutte questi commenti distopici che prefigurano una biosorveglianza che distruggerà la società. Questo non è il momento del catastrofismo, questo è il momento nel quale possiamo decidere le basi del nostro futuro facendola finita di magnificare le multinazionali del Web pensando che lo stato attuale sia insovvertibile”.
C’è chi sostiene che dati e tecnologia, così come la sorveglianza nata a fini sanitari, vadano a braccetto con i regimi totalitari.
“I regimi totalitari sono tali a priori della tecnologia. Senza dimenticare che la stessa classe dirigente cinese ha sistematicamente ignorato i dati che arrivano da Wuhan malgrado il Sistema di Credito Sociale che in teoria dovrebbe controllare tutto e tutti. E perfino qui non hanno fatto gran che meglio: esiste un rapporto del 2017 del Pentagono mandato alla Casa Bianca dove si avvertiva che la prossima grande minaccia non avrebbe avuto il volto di una nazione ostile ma di un virus. Donald Trump lo ha ignorato. Con i dati si possono fare molte cose, bisogna però esser capaci di comprenderli e accettare l’idea che possano anche dirci che abbiamo torto”.
Come pensa si possano convincere le persone ad accettare l’obbligatorietà di una app, e in ultima analisi il dover fornire i propri dati, per contenere la pandemia?
“Spiegando che si tratta di misure necessarie come lo sono i vaccini. Servono ad evitare che tutti debbano poi pagare un prezzo enorme in fatto di vite. Certo, andare a vaccinarsi può essere una scocciatura. In tal modo però abbiamo sconfitto malattie che flagellavano l’umanità da secoli”.


(la Repubblica, 9 aprile 2020)

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